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LE INTERCETTAZIONI DELL’AVVOCATO GENOVESE

Dopo aver scalato l’M5S Lanzalone voleva incassare con arbitrati e consulenze (La Stampa)

I soci di studio: “Tutti si fanno i fatti loro, ora anche noi”. Il legale puntava all’arbitrato Atac da un miliardo di euro

Ora che lo scandalo è esploso, l’avvocato Luca Lanzalone sembra diventato un oggetto radioattivo con cui nessuno nel M5S vuole più avere a che fare. Eppure fino a qualche giorno fa era il loro uomo di riferimento nei meandri del potere. Quattro giorni dopo che il governo si è insediato, per dire, Lanzalone parla con Luciano Costantini, un socio dello studio, destinato ad affiancare il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e dice lapidario: «Sono alle prime armi». Parlano tra loro di scadenze nelle designazioni. «Fanno commenti sull’opportunità di interessarsi di certe cose per le quali un interessamento potrebbe essere malcompreso ». Eccome se potevano essere malcompresi. C’è un’importantissima società immobiliare, ad esempio, la Dea Capital, azionisti il gruppo De Agostini e l’Inps, che li vuole come consulenti legali. Luca s’informa sul perché non sia stato ancora firmato il preventivo. Luciano: «Probabilmente volevano capire cosa succedeva prima di decidere, in particolare se partiva il governo». Con un governo giallo-verde, insomma, ne andava delle fortune dello studio. Perciò la Dea Capital voleva prima capire. Il 5 giugno, parlando a un terzo socio, Stefano Sonzogni, Costantini ammette che le loro richieste sono fuori mercato. Luciano: «Oggettivamente una roba... quasi... non lo so, similestorsiva... perché qui interessa tutto meno che la nostra attività... ». Pausa di sospensione. «Extraprofessionale». La vicinanza al potere. Commenta Sonzogni: «Sai, il discorso è posto che ciascuno fa un po’ i cazzi suoi. A ‘sto punto li facciamo anche noi». A metà maggio, Lanzalone era persino andato a un incontro a palazzo Chigi, con gli uomini di Gentiloni, per discutere di nomine in scadenza. Si era presentato in quanto esponente del Comitato nomine. Lanzalone a Di Maio sembrava l’uomo giusto per responsabilità sempre maggiori. Gli parlano di andare alla guida di Cassa depositi e prestiti. Lui nicchia. Mira al sodo: arbitrati e incarichi di commissario straordinario. Ne parla lungamente a Costantini. Annotano i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma: «Parlano della nomina di Conte (il presidente del Consiglio, ndr). Luca riferisce che ieri ha visto Alfonso (Bonafede, il ministro della Giustizia, ndr) e che gli hanno parlato della nomina. Luciano riferisce che Alfonso gli disse del professor Conte, che doveva prendere mandato con loro, per la questione del simbolo». Si riferiscono alla guerra legale in corso a Genova sulla prima e seconda associazione M5S. E ancora: «Luca dice che gli hanno presentato Conte[...] Discutono dell’attività relazionale che ha portato vantaggi sia professionali che personali. Luca dice che l’attività relazionale gli è servita con Guido Bortoni (presidente dell’autorità di regolazione per energia reti eambiente, ndr) e nel momento in cui ha discusso gli oneri di sistema di Gala ed è riuscito a ottenere una delibera dell’autorità favorevole». Una vicenda che ha fatto arrabbiare tanta gente, quella delibera che spalma sulle bollette degli italiani le morosità della società elettrica Gala. Dopo tanta fatica, per Lanzalone e i suoi soci era giunto il tempo di monetizzare. Lanzalone puntava a gestire il concordato da 1 miliardo di euro dell’Atac, ad esempio. Il 25 maggio, Lanzalone spiegava sempre a Costantini che «con Pasquale Salzano (ambasciatore e amico di Di Maio, ndr) si incontra e mangia insieme e gli va bene se andrà all’Estero perché se c’è da fare qualcosa...». Il vertice M5S, adesso, prova a prenderne le distanze. Se la sera prima dell’arresto, era a una cena esclusiva organizzata dalla Casaleggio srl, il giovane imprenditore ha voluto precisare: «Certo... sono andato a una cena l’altro giorno, e ho trovato anche Lanzalone ad un altro tavolo e l’ho salutato». Non poteva mancare, l’avvocato, perché gli si erano affidati ciecamente. Sogghignava al telefono: «I Cinquestelle non hanno idea di dove stanno andando e non sanno che bisogna stare attenti anche a chi sarà il capo di gabinetto, che non ci vuole niente a firmare qualcosa per cui poi ci sarà la procura fuori dalla porta.—
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Ancora tre rate non pagate e Parnasi perderà i terreni (La Stampa)

«Se Parnasi non pagherà per altri tre mesi le rate per il terreno dello stadio, il contratto consentirà alla procedura fallimentare di recuperare la proprietà». A parlare è l’imprenditore reatino Gaetano Papalia, a capo della società Sais che ha controllato per anni l’ex ippodromo di Tor di Valle. Nel giugno 2013 la sua società ha firmato il contratto definitivo di vendita del terreno dello stadio all’Eurnova dell’imprenditore Luca Parnasi. Le due parti avevano concordato 54 rate mensili da oltre 200mila euro l’una. La Sias però è fallita nel 2014 e tutti i contratti sono passati al curatore fallimentare. Al momento però non risultano pagate le rate di aprile, maggio e giugno. E con Parnasi ancora agli arresti non è sicuro che l’imprenditore riuscirà a saldare. Se nei prossimi 3 mesi non ci sarà il pagamento il curatore potrà far valere la fidejussone fornita da Unicredit a garanzia dei pagamenti ed eventualmente mettere all’asta il terreno.

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Con gli arresti fermata l’operazione studiata dal costruttore L’imprenditore puntava a una plusvalenza di 120 milioni di euro

Così i magistrati hanno bloccato la vendita del progetto stadio (La Stampa)

«Chiudiamo questa operazione e ripartiamo alla grande», dice Luca Parnasi. L’operazione è la cessione del progetto dello Stadio della Roma a un fondo immobiliare, un’operazione alla quale lo stesso Parnasi ha lavorato nei mesi precedenti all’arresto e che proprio l’intervento della procura di Roma ha di fatto stoppato. Nelle carte della procura, Parnasi e i suoi ne parlano come del Fondo Stadio. Si tratta in realtà di due operazioni distinte. Da un lato l’impianto vero e proprio, dove la maggioranza è della Roma e Parnasi ha solo delle piccole quote di minoranza. E il Business Park, la parte commerciale destinata a uffici dove Parnasi ha la quasi totalità delle quote. Accanto a James Pallotta c’è Goldman Sachs, mentre con Parnasi ha lavorato al progetto Rothschild. Il partner avrebbe dovuto essere Dea Capital, società del gruppo De Agostini che gestisce anche fondi immobiliari. E tra i finanziatori, Parnasi fa i nomi di Cassa Forense, Enpam, Enasarco. Tutti contattipreliminari, precisano le fonti interpellate. Ancora nessun impegno formale è stato preso. Sta di fatto che il primo passaggio, la costituzionedel fondo immobiliare, sarebbe stata ormai a un passo quando sono intervenuti i magistrati. Con questa operazione, Parnasi avrebbe ottenuto due obiettivi, spiega una fonte che ha lavorato all’affare. Da un lato «spersonalizzare» il progetto dello Stadio allontanandolo dal nome Parnasi e dalle recenti tribolate vicende imprenditoriali della famiglia. Dall’altro guadagnare una forte plusvalenza, con l’incasso stimato in oltre 200 milioni a fronte dei 42 spesi per i terreni (non ancora peraltro pagati completamente) e di una somma non troppo dissimile spesa negli ultimi cinque anni da Parnasi per arrivare al progetto esecutivo. Secondo le stime, Parnasi avrebbe avuto una plusvalenza di almeno 120 milioni, al netto del reinvestimento per alcune quote del Fondo. Un passaggio fondamentale per Parnasi, dal quale passava il suo riscatto finanziario e imprenditoriale. Si capisce incrociando le carte della procura con i racconti di chi ha lavorato al progetto. Nel gennaio scorso, parlando (intercettato) con il faccendiere Luigi Bisignani, pensa di finanziare la campagna elettorale di Luciano Nunzio, presidente di Cassa Forense e candidato non eletto al Senato per Forza Italia, in cambio dell’impegno della cassa di previdenza degli avvocati per entrare nell’affare con 50 milioni di euro. In quei giorni Parnasi è convinto di chiudere a breve, entro il mese, con Dea Capital per far partire il fondo. Non andrà così. Tra l’altro, c’è anche da sistemare un’altra partita tra Parnasi e la società del gruppo De Agostini: Ecovillage. Si tratta di uno sviluppo immobiliare a Marino, provincia di Roma, partito nel 2013 e ancora incompleto. Parnasi racconta che Dea vuole chiudere Ecovillage prima di impegnarsi nello Stadio e cerca acquirenti per le quote anche di quel fondo. Altre fonti spiegano che le due partite sono distinte. Sta di fatto che Parnasi cerca di sistemare anche la vicenda Ecovillage e proprio per questo affare offre a Luca Lanzalone una consulenza da parte di Dea Capital. Dalle carte della procura si capisce che è praticamente cosa fatta. Lo studio dell’avvocato genovese avrebbe dovuto occuparsi per conto di Dea dello sviluppo immobiliare di Marino. Dalla Sgr fanno sapere però che non c’è nessun incarico formalizzato tra lo studio Lanzalone e Dea Capital Real Estate. Dea Capital rimarca inoltre «la totale estraneità alle indagini e offre disponibilità a fornire all’autorità giudiziaria tutta la documentazione necessaria per chiarire, qualora necessario, ogni aspetto della vicenda».—

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Parnasi ai collaboratori: “Pago tutti Ve lo dico. Non vi scandalizzate, no?” (La Stampa)

Soldi a chiunque. E spunta anche il grillino non eletto che chiede di poterseli tenere

Diceva Luca Parnasi, al telefono con un imprenditore suo amico: «Io pago tutti». Brandelli di una conversazione tra due uomini d’affari. Il primo dice seccamente: «Ringraziando il cielo, io non pago nessuno... per non avere nessuno». Intendendo che è ben contento di non avere una scuderia di uomini politici ai suoi ordini. Parnasi, che invece ha un altro modello di business in testa, gli risponde: «E io invece pago tutti... per non avere nessuno ». E ride. Ride perché sa di dire una bugia. In un’altra intercettazione, parlando con i suoi collaboratori, fa ben altro quadro: «Io spenderò qualche soldo sulle elezioni, che poi vedremo come vanno girati ufficialmente coi partiti politici... La sostanza è che la mia forza è quella che alzo il telefono e Sala (intendendo il sindaco di Milano che ricevette un finanziamento per la campagna elettorale, da 50 mila euro, regolarmente registrato, ndr) incontra Roberto Mazzei (un immobiliarista socio di Luigi Bisignani, ndr) in vacanza... e gli dice “Luca m’ha... io sono gratissimo a Luca perché senza Luca, che all’epoca a Milano non esisteva, io non facevo la corsa elettorale”... Non so se mi spiego... Noi diventiamo quelli che fanno il Milan anche per questo... Io queste cose ve le devo dire, no? O sbaglio a dirvele? Vi scandalizzo?». Ma figurarsi, quale scandalo. Così va il mondo. E così funzionava il metodo Parnasi. Il costruttore, al telefono con il suo commercialista, spiegava che all’associazione «Più voci», del tesoriere leghista Giulio Centemero, nel 2015 ha dato 250mila euro. Doveva restare un segreto, ma l’Espresso l’ha scoperto. E allora. «Cerchiamoci una giustificazione », dice il commercialista. Parnasi: «Possiamo giustificarla che abbiamo un progetto ex post! Sennò bisognerebbe incontrarli domattina, capito?». «Io pago tutti». Ma in segreto. Utilizzando il cognome della madre. O qualche testa di legno. O ancora con i contributi alle fondazioni, che quelli non lasciano traccia. Il 15 marzo, a elezioni concluse, s’informa con il commercialista, prospetti alla mano: «Scusami, ma poi abbiamo qua altri 22.000 euro della campagna... scusami, tu qui non hai messo... Lega ed Eyu». Risposta: «Io ho dato già. Ho sentito tutti quanti». Per non rischiare, insomma, contribuiva alle casse dei due Matteo della politica nazionale. Duecentomila a Salvini, centocinquantamila a Renzi. Già, perché Eyu significa Francesco Bonifazi, tesoriere Pd, renziano di ferro. Poi, naturalmente, c’era il sostegno ai singoli candidati di tutti i partiti: da Forza Italia al Pd, a Fratelli d’Italia, alla Lega. Persino una di LeU ha preso qualcosina. Lo stesso dicasi per i grillini. È indagato l’avvocato Mauro Vaglio, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, portato in palmo di mano da Luigi Di Maio al tempo delle candidature. Il 23 marzo scorso, si intascava 15mila euro mediante il pagamento di una fattura falsa. Soldi che aveva ricevuto per la campagna elettorale e che figurano come parcella di una prestazione mai fatta. Oppure Daniele Piva, un altro candidato grillino non eletto. Il 5 marzo, Piva si precipita da Parnasi perché un suo contributo di 9mila euro è arrivato troppo tardi per la campagna elettorale, e quindi bisogna far figurare che lui li restituisce, ma allo stesso tempo chiede all’imprenditore di poterli tenere per sé. Nessun problema, ci mancherebbe. Si vedrà poi che il nuovo bonifico è di 16mila euro. Spunta fuori di nuovo una fattura falsa, che Parnasi spiega ai suoi: «È il braccio destro di Di Maio, tanto per essere chiari, e purtroppo per me è stato trombato... domenica lì all’Eur, che è il quartiere Tor di Valle ... quindiii... lui ha detto che ci rimborsa il finanziamento fatto perché non li può spendere, mentre vorrebbe che noi... a me va benissimo ... fino all’importo di novemila euro... E figurati se non vuole... non vuole un qualcosa in più... a noi ci va bene perché quando li chiami...». Appunto, quando Parnasi chiama. Ora sta agli avvocati Emilio Ricci e Giorgio Tamburino tirarlo fuori di galera. Presto il ricorso al tribunale della libertà. FRA. GRI.

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Raggi, gli esami (giudiziari) non finiscono mai (Il Giornale)
Il sindaco di Roma giovedì torna in tribunale per il processo sulle nomine in Campidoglio

Gli esami (giudiziari) per il sindaco di Roma Virginia Raggi non finiscono mai. Non si è ancora spento il fuoco per la recente inchiesta della Procura di Roma sul progetto di costruzione del nuovo stadio, che travolge il sistema di potere dei Cinque stelle nella Capitale, che sulla giunta Raggi si riaffacciano i timori per un'altra indagine: quella legata alla nomina di Renato Marra a capo della Direzione Turismo del Campidoglio. Venerdì scorso il primo cittadino capitolino è stato a piazzale Clodio per essere ascoltato dai magistrati come persona informata sui fatti nell'affare stadio. A distanza di sei giorni (giovedì 21 giugno) la Raggi varcherà nuovamente la porta del Palazzo di Giustizia. Stavolta nella veste di imputata per la prima udienza del processo che la vede accusata di falso in relazione alla nomina di Marra; nomina prima congelata e poi revocata dopo l’arresto per corruzione (in concorso con l’imprenditore Sergio Scarpellini per un’altra vicenda) di Raffaele Marra, fratello del primo nonchè braccio destro (all’epoca) della stessa sindaca. L'amministrazione capitolina è stretta in una morsa tra fallimenti politici e inchieste giudiziarie. Secondo la Procura, rappresentata ancora una volta dal magistrato Paolo Ielo, lo stesso che indaga anche sul progetto del nuovo stadio, la Raggi avrebbe dichiarato il falso alla responsabile dell’Anticorruzione interna del Campidoglio, dicendo di aver deciso da sola sulla scelta di Renato Marra il quale da vigile urbano venne promosso, tramite un interpello istruito dal Dipartimento diretto dal fratello Raffaele, a dirigente capitolino con relativo incremento di stipendio di 20 mila euro. Alla funzionaria dell’Anticorruzione del Campidoglio la Raggi disse che il ruolo di Raffaele Marra nella nomina del fratello fu «di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali». Una ricostruzione che però, secondo la procura, contrasterebbe con il contenuto di alcune chat telefoniche finite negli atti dell’inchiesta. Nove i testimoni che la sindaca di Roma ha chiamato a deporre, tra loro il vicesindaco Luca Bergamo, l’assessore allo Sport ed ex vicesindaco Daniele Frongia e il responsabile del personale del Campidoglio Antonio De Santis. Saranno chiamati a testimoniare anche lo stesso Raffaele Marra e il dirigente comunale Gianluca Viggiano. Per un'inchiesta (quella sulla nomina di Renato Marra) che entra nella fase cruciale, un'altra che potrebbe riservare nuovi colpi di scena: in settimana la procura depositerà altri documenti sull'inchiesta per la costruzione dello stadio della Roma. Materiale investigativo che potrebbe far emergere elementi nuovi sulle relazioni dell’imprenditore Luca Parnasi e sul ruolo svolto in Campidoglio dall'avvocato Luca Lanzalone, considerato un consulente di fatto della giunta Raggi nella trattativa che tra gennaio e febbraio ha portato alla stesura definitiva del progetto per l'impianto sportivo e del business park a Tor di Valle.
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Bonafede duro con i corrotti ma tace ancora su Lanzalone (Il Giornale)
Il ministro chiede pene severe per i «colletti bianchi». Maroni incalza: «Con i furbetti il governo è a rischio»

«I corrotti devono andare in carcere: occorre certezza della pena per i colletti bianchi». Tre giorni fa, proprio mentre deflagrava su tutti i media l’inchiesta sullo stadio della Roma che coinvolge nomi eccellenti della politica, il ministro pentastellato della Giustizia, Alfonso Bonafede tuonava contro la corruzione della Pubblica Amministrazione durante il suo intervento per la presentazione della Relazione al Parlamento del Garante dei detenuti. E dato che repetita iuvant il ministro ha ritenuto di rilanciare le sue parole di fuoco contro la corruzione prima su Facebook, sabato scorso, e poi di nuovo ieri sul Blog delle Stelle. «La prevenzione ed il contrasto alla corruzione è uno dei punti qualificanti del programma di governo», afferma il Guardasigilli che si dice «conscio che nessuna lotta al malaffare potrà dirsi credibile se alla condanna per i reati contro la pubblica amministrazione dei cosiddetti colletti bianchi non seguirà un’adeguata o alcuna pena detentiva», ricordando pure che «il numero di questi detenuti è oggi di 370, lo 0,6 per cento del totale». Il ministro afferma che «I cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa nella lotta alla corruzione». In realtà visto che il suo nome è stato trascinato nell’inchiesta dal Campidoglio forse i cittadini si aspettano pure una parola chiara in merito all’inchiesta. Eppure dal Guardasigilli non una parola sui rapporti che lo legherebbero al personaggio chiave, l’avvocato Luca Lanzalone attualmente agli arresti domiciliari, o in merito alle dichiarazioni di Virginia Raggi. La sindaca ha confermato anche durante il suo interrogatorio in Procura che Lanzalone le era stato imposto da Bonafede e da un altro ministro del governo giallo -verde, Riccardo Fraccaro. Di questo Bonafede non fa menzione: un riserbo dovuto da parte del ministro, dicono i suoi stretti collaboratori, al grande rispetto che nutre per gli inquirenti. Bonafede non gradisce di essere finito da Guardasigilli nel tritacarne mediatico dell’inchiesta tanto da valutare l’ipotesi di querelare per calunnia chiunque sostenga che sia stato lui ad imporre Lanzalone alla Raggi. Dall’inchiesta emerge in modo sempre più chiaro il ruolo chiave che Lanzalone aveva assunto in Campidoglio. In sostanza per qualsiasi nodo da sciogliere sui fascicoli più spinosi la Raggi invitava i suoi collaboratori a rivolgersi all’ex presidente Acea se non addirittura direttamente a Bonafede e Fraccaro, sui quali poi ha scaricato tutte le responsabilità in merito alla crescita del potere di Lanzalone nella gestione del Campidoglio. Si è invece comportato in modo opposto il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, che non rinnega ma anzi rivendica la sua conoscenza con Lanzalone che per la giunta pentastellata di Livorno curò il concordato dell’azienda dei rifiuti Aamps. Al Fatto Nogarin ieri ha confermato che Lanzalone è stato «scoperto» da lui. Insomma non ci sarebbero di mezzo né Beppe Grillo né Davide Casaleggio. Spiega che con la municipalizzata dei rifiuti in fallimento il comune aveva bisogno di consulenti amministrativi e giuslavoristi e che Lanzalone si dimostrò abile. Nogarin conferma che alle riunioni con Lanzalone all’epoca parteciparono pure Fraccaro e Bonafede. E anche adesso Nogarin si dice convinto del fatto che Lanzalone «sia una persona corretta, un grandissimo professionista». E per Roberto Maroni il problema è che i Cinquestelle non hanno una classe dirigente e dunque c’è spazio per infiltrazioni che mettono a rischio il governo: «Attenti ai furbetti del quartierino», avverte.
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Via gli omissis dal caso stadi. La grande paura a 5 Stelle (Il Giornale)

In arrivo nuove carte dell’inchiesta sull’impianto della Roma. Potrebbero venire fuori i nomi coperti

Sarà una settimana cruciale, la prossima, per l’inchiesta sullo stadio della Roma. E forse pericolosa per chi pensava fin qui di averla scampata. Perché tutto quello che è stato reso pubblico sul metodo Parnasi, l’imprenditore che sapeva come oliare i meccanismi che rallentavano i progetti che aveva in cantiere ingraziandosi i politici di ogni colore con metodi «anni Ottanta », è soltanto una parte dell’indagine che ha portato all’arresto del palazzinaro romano e dell’avvocato Luca Lanzarone, il superconsulente dei Cinque Stelle spedito a Roma per seguire la questione stadio. Ma poiché gli avvocati di Parnasi, Giorgio Tamburrini ed Emilio Ricci, hanno deciso di presentare istanza al Tribunale del Riesame per chiedere la scarcerazione del costruttore, la Procura dovrà adesso depositare tutte le carte dell’inchiesta. Quanto uscito finora è coperto da molti omissis, soprattutto lì dove si parla dei soldi distribuiti a politici e dirigenti per accelerare le procedure. Omissis che a questo punto potrebbero sparire, aprendo scenari del tutto nuovi perché le pagine coperte sono oltre un centinaio e il numero delle persone coinvolte è dunque destinato a salire. Una cautela - quella di non mettere in chiaro nell’ordinanza di custodia cautelare e nelle informative dei carabinieri tutti i nomi delle persone destinatarie dei finanziamenti, delle consulenze o dei favori dati al posto delle tangenti - usata in attesa che gli inquirenti trovino riscontri, anche perché alcune delle elargizioni di denaro ai politici sono lecite e messe in bilancio. A chi si stava riferendo per esempio Parnasi quando parlando con i suoi sodali della necessità di «spendere qualche soldo sulle elezioni » («È un investimento che io devo fare...molto moderato rispetto al passato quando ho speso cifre che manco te le racconto ») dice che la sua forza era quella «di alzare il telefono » e interfacciarsi con qualcuno, presumibilmente un politico conosciuto, che finora i magistrati hanno voluto tutelare? E comunque Parnasi, che finora si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip durante l’interrogatorio di garanzia, ha chiesto al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al pm Barbara Zuin di essere ascoltato e potrebbe decidere di spiegare la sua trama di relazioni e i suoi rapporti con Lanzalone, il suo «mister Wolf», in riferimento al personaggio di Pulp Fiction che risolveva i problemi, soprattutto se avevano a che fare con l’impasse che aveva bloccato il progetto dello stadio della Roma. In cambio l’imprenditore gli prometteva lucrosi incarichi, come quello relativo alla ristrutturazione di fondi legati ad un’operazione relativa alla realizzazione, presso la vecchia Fiera di Roma, di un polo di intrattenimento con uffici e un palazzetto da utilizzare per incontri di basket ed eventi musicali. Per i magistrati Lanzarone era un consulente di fatto del Comune, anche se a titolo gratuito, e in quanto tale equiparato a pubblico ufficiale. Per questo è stato arrestato per corruzione. E per dimostrare questo rapporto, la Procura ha prodotto alcune mail tra l’avvocato e l’assessore all’Urbanistica Luca Montuori, come scritto ieri da Il Fatto, da cui risulta che il Campidoglio lo informava sempre delle decisioni che venivano prese sul progetto. E comunque il ruolo di facilitatore che Lanzalone svolgeva per la sindaca Virginia Raggi in diversi dossier caldi della capitale, non solo in quello dello stadio, emerge chiaramente dai dialoghi presenti nelle carte dell’inchiesta.
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L'angolo degli stercorari / Re:as rioma merda
« Ultimo post da zorba il Oggi alle 07:09 »
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STADIO DELLA ROMA

Si attendono nuove intercettazioni. Sarà ascoltato Malagò (Il Fatto Quotidiano)

NUOVE CARTE, intercettazioni inedite e risultanze investigative che potrebbero comportare altri scossoni nel mondo della politica. Quella che inizia oggi si annuncia come una settimana importante per la maxinchiesta della Procura capitolina sul nuovo stadio della Roma. Nei prossimi giorni, infatti, gli inquirenti depositeranno ulteriore materiale investigativo che potrebbe fornire nuovi elementi su quello che l’a ccusa considera il “sistema Parnasi”, in particolare sul modus con cui è stata finanziata la politica, e sul ruolo di Luca Lanzalone, consulente di fatto dell’a mministrazione guidata da Raggi nell’ambito del progetto per l’impianto di Tor di Valle. Proseguirà anche l’attività istruttoria: hanno già chiesto di essere ascoltati il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e proprio le due figure-chiave dell’inchiesta, Lanzalone e Parnasi. Non è escluso che possano essere convocati dagli inquirenti pure gli altri indagati, in totale sarebbero circa 27 persone tra politici, funzionari pubblici e professionisti.
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Ostia, Parnasi e il finanziamento per una gara di surf (Corriere della Sera ed. Roma)

I soldi del costruttore a Gola per fare affari

Ilaria Sacchettoni

Creare consenso elettorale, favorire gli imprenditori amici, far piovere aiuti pubblici sul territorio di Ostia. Trasformato in merce di scambio per la realizzazione dello stadio di Tor Di Valle — almeno nel patto fra Luca Parnasi e Paolo Ferrara — il litorale romano diventa la quinta ideale per allestire eventi sportivi improbabili ma mediaticamente remunerativi.

Ecco allora spuntare dagli approfondimenti dei carabinieri di via In Selci il progetto per realizzare alcune gare di surf. Uno dei referenti di Luca Parnasi, Giampaolo Gola (all’epoca assessore allo Sport del X Municipio), ne parla al telefono con un amico della Federazione sci nautico: «Gola — si legge nelle carte — aggiunge che comunque organizzeranno un piccolo evento di surf in modo da dare agli organizzatori 3-4 mila euro per poi pianificare eventi più importanti». Il solito Gola che ha il pallino di fare il manager per la As Roma, ne accenna perfino alla presidente Giuliana Di Pillo (che 5 giorni fa gli ha revocato la delega), aggiungendo che spera di ottenere finanziamenti pubblici.

Lo sport è anche il mezzo per accedere ad affari immobiliari. Così uno dei maggiori collaboratori di Parnasi, Giulio Mangosi, interessa Paolo Ferrara (capogruppo capitolino M5S indagato che si è autosospeso) della costruzione di un campo da parte del Real Flaminio, risultato vittorioso in un contenzioso al Tar con il Comune. Mangosi punta a trovare una soluzione facendo ottenere al Real Flaminio «la possibilità di costruire un campo da rugby e una pizzeria nella struttura già esistente».

Se Mangosi dialoga con pezzi di Consiglio comunale, una pletora di suoi assistenti si attiva con i funzionari capitolini. Così dallo sfogo di un collaboratore deputato a promuovere la lobby Parnasi all’interno del Comune (Stefano Torrani) emerge una circostanza che, se confermata, rischia di imbarazzare l’assessorato all’Urbanistica. Si tratta di una cena che sarebbe stata offerta da Luca Caporilli, braccio destro del costruttore, a Luigi Di Luzio, architetto di Roma Capitale: «Caporilli — riassumono gli investigatori — ha invitato il tecnico del Comune che seguiva la pratica pagando la cena». Torrani, da risorsa di Parnasi, si trasforma in mina vagante per le sue società. Minaccia di presentarsi in Procura, accusa il gruppo di distribuire tangenti, fa capire che, se fosse licenziato per via di una ristrutturazione ventilata, farebbe nomi e cognomi: «Ma tu pensi che Di Luzio — dice al telefono con un collega — non è una mignotta?».

Quanto alla politica, Parnasi preferisce occuparsene di persona. Intercettato con un interlocutore in via di identificazione (Piero), il costruttore, promette di organizzargli un incontro con Massimiliano Smeriglio (vicepresidente della giunta regionale). «Parnasi — è scritto nelle note investigative — gli organizzerà l’incontro con Smeriglio prima del 22 maggio, magari in Acea dove sono andati l’altra volta».

La rete relazionale della Eurnova sembra complessa e capillare. Tra i manager del costruttore, uno in particolare, Claudio Santini, ha rapporti anche con un funzionario di polizia del commissariato Prati che lo indirizza quando si tratta di far ottenere permessi di soggiorno a persone amiche e discute con lui la partecipazione ad aste giudiziarie: «I due — recita l’informativa — parlano di un’asta giudiziaria a novembre per un appartamento con base d’asta di 843 mila euro». Santini lo indirizza a sua volta: «Gli dice che è più conveniente partecipare all’asta mentre Condello chiede se convenga intervenire prima».
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