La Lazio, innanzitutto


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Ci vogliono arbitri dello scudetto. Ci vogliono protagonisti di un derby che, si dice, sarà decisivo per l’assegnazione del titolo.

Ci guarderanno, pronti a rinfacciarci ogni nostra mossa tra quindici giorni, quando all’Olimpico scenderà la rivale, l’antagonista, l’Inter di Josè Mourinho.

E’ così che amano raffigurarci, come un odioso contrattempo, maledettamente fastidioso, forse, nel momento della grande corsa. Ma niente altro che un inciampo da evitare per non cadere muso a terra. O magari da esaltare quando potrebbe frapporsi all’avversario.

Sbagliano, però, come sempre. Perché noi siamo la Lazio. Arbitri di niente e di nessuno, se non della nostra storia, dei nostri colori, della nostra cultura. Centodieci anni a testa alta, con la faccia e le mani pulite, controvento, nel bene e nel male. Pronti a pagare, e salato anche, ogni sia pur piccolo sbaglio. Senza sponde dietro cui riparare, senza palazzi pronti a scagionare, senza spinte per arrivare dove non si dovrebbe stare. Un secolo e oltre con la forza di una idea, con la voglia di fare sport, di fare calcio, tra le strade di Roma, con la gente di Roma.

Il derby a Roma lo abbiamo inventato noi, insieme ad altre squadre cancellate da mani sopraffattrici. E se oggi a Roma c’è ancora un derby è grazie alla forza e al coraggio che la Lazio ha avuto di dire “no, noi no”. Ecco, di questo siamo arbitri, dal 1927, della libertà di dire no, della tenacia di andare controcorrente, della forza di tenere alti i colori biancocelesti. Della libertà di volare senza legami. Come le aquile. Noi siamo la Lazio, sempre, comunque, la classifica non conta. Conta esserci. E noi ci siamo e ci saremo. Pronti a far male. Per chi ha memoria.

Atacama




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