Ribellarsi è giusto


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Bene ha fatto la Società Sportiva Lazio, con un suo comunicato, a precisare che “che la sportività e lealtà della Lazio e dei suoi giocatori non può essere messa in dubbio da nessuno”. Da nessuno. E non per il motivo, pure evidente e ben sottolineato dai più attenti tra i commentatori (ma meno “reclamizzati”, chissà perché, da Gianni Minà a Carlo Mazzone, da Boniek a Tommasi a Peruzzi), che a ben vedere Lazio-Inter poco si differenzia, nella sostanza, da decine di partite “falsate” di fine campionato, quando a trovarsi di fronte sono squadre troppo diseguali nella caratura tecnica e nelle motivazioni. Da nessuno, piuttosto, perché l’origine della anomalia innegabile di Lazio-Inter, va ricercata nel profilo profondamente distorto, squilibrato, violento, intimidatorio assunto ormai dal calcio romano. Con due squadre raccontate, tutelate, vissute dagli apparati del potere (la politica, l’economia) e della egemonia (i media) della Capitale, in forme impossibili da pensare più opprimenti e vessatorie per gli uni (la Lazio) e più appaganti, produttive e glorificanti per gli altri (la Roma).

“Lealtà” e “sportività” sono chiavi di lettura che non aiutano a capire nulla di quello che è successo domenica sera e neppure di quello che succede nel calcio a Roma oggi. Da parte della Lazio c’è stato un atto di ribellione. Un legittimo, sacrosanto, rabbioso e lucidissimo atto di ribellione. Da parte della società, con l’invito a tutti coloro che, esclusivamente per gli interessi della Roma, avevano orientato l’attenzione unicamente su Lazio-Inter, ad occuparsi piuttosto della partita della loro squadra a Parma (leggiamo che la dottoressa Sensi trova addirittura provocatorio questo invito, ma pensa un po’). Da parte dei giocatori, con la rabbia del capitano Tommaso Rocchi nei confronti di quanti, dimentichi se non sprezzanti abitualmente verso i giocatori biancocelesti, nei giorni precedenti il confronto con l’Inter si precipitavano a Formello per sollecitare impegno e determinazione agonistica, nel nome delle regolarità del campionato e della corettezza professionale. Da parte dei tifosi (non la totalità, sia chiaro, i pareri contrari erano numerosi) con l’invito, ai giocatori, esplicito ed elementare: “scansateve”.

Se non si comprende questo passaggio – la rivolta dettata da un senso di nausea che ha raggiunto livelli ormai insopportabili – non ci saranno soluzioni possibili. Se si continuerà con il “servo encomio” da una parte e con il “codardo oltraggio” dall’altra, la situazione non potrà che peggiorare. Gli sproloqui dei tifosi romanisti – perché di questo si tratta, hai voglia a mascherarti da uomo politico, da giornalista, da codacons, da rappresentante delle isituzioni (ma pensa te!), da conduttore radiotelevisivo, da cantante, da attore, persino da intellettuale: siete solo tifosi romanisti, con il mal di testa e il sangue amaro da domenica sera – sul campionato falsato, sull’ennesimo complotto contro la loro squadra, sulle penalizzazioni, su questo e su quello, stanno lì a significare che di passi avanti per ora non se ne vede alcuno.

E allora, se questo è quanto, torniamo a ribadire: noi non ci stiamo, la Lazio non ci sta più. Liberi voi di continuare nella vostra “conventio ad excludendum”, liberi di venerare questo o quel pollicione, liberi di ironizzare sui destini della squadra biancocelste, liberi in Parlamento, sulla stampa, in televisione, liberi ovunque di servire il vostro Re. Noi restiamo un’altra cosa. La nostra identità, la nostra storia, la nostra cultura non sono in vendita. La Lazio non è a disposizione di nessun progetto altrui. Decidiamo noi, quando, come, dove. E perché. Così è, anche se non vi pare.

Atacama




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