Gelatina pericolosa


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Molti di noi hanno accolto con simpatia la maglietta con la scritta “nun è successo” esibita da Materazzi nella festa tricolore del dopo Siena, per l’ironia che sapeva sbattere in faccia a chi per mesi non aveva perso occasione per provocare, stuzzicare e qualche volta persino irridere (“nun succede, ma se succede”) il rivale che sembrava aver perso il passo e lo smalto vincente. Con più indifferenza si era salutata la maglietta antijuventina – “rivolete anche questa” – che lo stesso Materazzi indossava sul prato del Santiago Bernabeu dopo il trionfo interista in Champions. Con più di qualche perplessità invece abbiamo accolto le parole con cui Daniele De Rossi, dal ritiro della nazionale italiana di calcio, ha espresso apprezzamenti totalmente acritici sugli ultras, in generale e in particolare su quelli della “sua” Roma, si è schierato con forza contro la tessera del tifoso e ha indicato esplicitamente la polizia come fattore destabilizzante dell’ordine pubblico fuori e dentro gli stadi.

Gli episodi appena ricordati, per l’importanza del contesto in cui sono maturati e per il peso dei protagonisti, hanno suscitato polemiche, hanno acceso discussioni, hanno conquistato le prime pagine dei giornali sportivi e no. Ma non si tratta di fiori spuntati ne deserto. Abbiamo visto pollici verso, abbiamo sentito giocatori ritmare cori non proprio da sagrestia sotto il “muro” della curva amica; e poi gli striscioni offensivi in bella mostra su pullman festanti, e poi le dediche personalizzate a questo o quel capo ultras, a questo o quel gruppo ultras. Si dirà che il fenomeno non è nuovo, che ormai da decenni esiste un filo diretto che lega il tifo organizzato ai giocatori più rappresentativi delle squadre di calcio. Quella a cui stiamo assistendo però sembra una evoluzione, in chiave estremizzante, di un rapporto che finora non aveva creato problemi rilevanti. Si sta passando, in sostanza, dal profilo di giocatori che funzionavano da legame tra la squadra  e gli ultras, a giocatori che interpretano nel calcio giocato la cultura, la filosofia, la “goliardia” propria del mondo ultras.

E’ un percorso pericoloso, questo. Perché confonde piani che debbono rimanere rigorosamente separati. Il tifo e i tifosi esprimono valori parziali, relativi cioè alla propria area di appartenenza: quando augura la serie B agli avversari o esulta per i loro fallimenti, quando provoca o irride, quando insulta persino (poi c’è modo e modo, naturalmente…),  il tifo non fa altro che scagliare la propria parzialità contro la parzialità altrui. Il calcio e i calciatori, al contrario devono – dovrebbero – esprimere valori universali. Il calcio, chi lo conosce lo sa, è anche un gioco “sporco”, è un gioco che  fondamentalmente riconosce anche la slealtà: nel calcio ci sono gli sgambetti, le maglie strappate, i gol di mano, la ricerca “carogna” del fallo per una punizione, per un rigore, per l’ammonizione o meglio ancora per l’espulsione dell’avversario. Nel calcio, se serve, quando serve, ci si “scansa”, ci si è sempre “scansati”. Ma anche questo “dark side” del calcio, questa sua anima sporca, sta dentro l’identità di un gioco che trova nel prato verde e nei novanta minuti il suo principio e la sua fine. E anche nella contraddizione, potremmo dire, risiede il suo fascino.

Se a scendere in campo invece sono direttamente gli ultras, se a comandare il gioco sono i loro principi, si precipita in una gelatina dentro cui svaniscono identità e distinzione, in un magma in cui il calcione premeditato cessa di essere fallo e diventa un atto di giustizia, in cui  lo sfottò diventa la prosecuzione in altre forme del gesto tecnico, quasi la chiusura di un dribbling o il cesello di una azione corale. Con esiti devastanti, nella socializzazione e nella vivibilità stessa del calcio. Perché a forza di spostare il tiro, a forza di alzare la posta, si rischia di finire in un nessun tempo e in nessun luogo dove poter far convivere sfida e civiltà.

atacama




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