“Days” – The Kinks (1968)


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La Lazio naufraga a Bologna, affossata nel risultato e nel gioco da una squadra più tonica, più affamata, più pratica. La sconfitta desta preoccupazione perché sembra rappresentare il climax di un calo di condizione – fisica e mentale – che già da qualche settimana sembra aver compromesso quello slancio che, vigoroso quanto inaspettato dai più, stava portando la squadra ai vertici del campionato. I laziali più scafati, loro se lo aspettavano, forse per scaramanzia o forse per eccessiva lucidità: fatto sta che la Lazio, oggi, è così involuta che sembra fare il verso (da una posizione privilegiata, certo) agli orrori dello scorso anno.
In questa situazione di crisi incipiente (il gesto apotropaico è d’obbligo anche per chi scrive) si innesta la vicenda tormentata di Mauro Zarate: nel giorno in cui la sua squadra perde partita e testa, l’atteso campione fa di peggio. Nel naufragio generale, è l’argentino a toccare il fondo. I giudizi alterni sulle sue prestazioni, tanto da parte dei tifosi quanto di chi critica per professione, trovano nella mortificante sceneggiata di Zarate un’ideale livella: che fossimo di fronte ad un talento cristallino ma a tratti ingestibile era cosa nota, eppure ora i dubbi sulla tenuta caratteriale di un calciatore che in un anno di prodezze ha guadagnato un credito (quasi) illimitato presso un ambiente ostico e tendente alla depressione preventiva come quello biancoceleste stanno trovando una conferma flagrante quanto inaspettata.
Magari anche di Zarate la vocina nella testa del solito laziale eccessivamente avveduto sentenziava che no, non sarebbe durato, che quelle perle erano bigiotteria e che quel fuoco era destinato a spegnersi presto. E lo stato dell’arte a quella vocina ora come ora riconoscerebbe se non altro la virtù della lungimiranza.
Però qui ed ora vogliamo essere positivi: questa prima tappa nella scoperta dell’infinita colonna sonora “possibile” che accompagni le vicende della nostra Lazio vuole essere anche un piccolo spunto per ripartire. E allora a Zarate diciamo grazie, e per farlo scegliamo un pezzo dei Kinks, anno 1968, “Days”. La storia di un amore che finisce, ma fertilizza l’anima a che ne possa germogliare un altro, più grande e più forte, più consapevole dei limiti di ciò che è stato e delle possibilità che saranno. Perché il problema di Zarate è anche il problema di questa Lazio: quella “posizione privilegiata”, guadagnata con un exploit stupefacente, per paradosso sta avvilendo il presente. E’ un momento di crescita, e sia Zarate che la Lazio stanno scoprendo, con paura più che manifesta, i loro limiti; ma sui limiti si costruisce e si riparte, e la paura è vinta dalla consapevolezza dei propri mezzi.
Allora, proprio come Ray Davies si prende il tempo per piangere la fine di un’età di luminosa inconsapevolezza, ma allo stesso modo saluta una nuova coscienza di sé e del mondo, così alla Lazio e a Mauro chiediamo di smetterla di guardare indietro e di affrontare l’ora e l’adesso, di alzarsi dal piccolo scranno su cui, pur meritatamente, l’entusiasmo di un popolo affamato di soddisfazioni li ha posti, per ripartire, senza paura del mondo.
Questo è un grazie, dicevamo, ma anche un addio. Addio alle idolatrie un po’ bigotte dello zaratismo estremista per cui il ragazzo ha sempre ragione; addio ai pregiudizi negativi o positivi che siano; addio alla beata incoscienza di un inizio di stagione troppo esaltante per essere vero. Ma anche e soprattutto addio ad uno Zarate anacronistico e stanco e ad una Lazio molle e umorale, perché quello che serve ora è ripartire.

Kilgore Trout


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