Il lutto dei Laziali: dopo Lovati, Polentes


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Laziali che se ne vanno. Ieri la peggior sorte è toccata a Luigi Polentes, difensore di una volta, riserva di Giancarlo Oddi nella Lazio del primo scudetto. Lazionet ne ricorda da sempre la figura (gli abbiamo dedicato il “Polentes surreal club”): roccioso terzino, emblema della vena ‘operaia’ della squadra di Tommaso Maestrelli, a completare l’estro, il genio e la sregolatezza dei campioni più indisciplinati.

Ecco allora che tutti noi siamo ancora più vicini alla sua famiglia, mentre ricordiamo che con la maglia della Lazio giocò otto campionati (di cui 1 in Serie B), collezionando 110 presenze (28 in B), con un gol all’attivo, e contribuendo con 9 presenze alla mitica stagione 1973-74.

Polentes se ne è andato neanche un mese dopo il grande Bob Lovati. E su Lovati vorremmo tornare, principe dei laziali scesi dalle nebbie del nord. Poco prima di lui Silvio Piola, dopo toccherà a Felice Pulici, che ricoprì lo stesso ruolo, e ancora a Luciano Re Cecconi, Renzo Garlaschelli (lo stesso Polentes era veneto e nella sua terra era tornato a fare il viticoltore), per citare alcuni giocatori assai significativi per chi custodisce la memoria biancoceleste. Insieme hanno impreziosito il cammino del sodalizio dell’Aquila, nato nel 1900 in piazza della Libertà.

Lovati ha condiviso il luogo di nascita con Giovanni Trapattoni: entrambi sono originari di Cusano Milanino, operosa cittadina tra Milano e Monza, e proprio qui il portierone biancoceleste iniziò a giocare a difesa dei pali, dopo che nel luogo d’origine aveva iniziato da mezz’ala. La sua lazialità doc si evince in primo luogo dal numero di anni trascorsi in compagnia della società: ben 55, come giocatore, allenatore, dirigente, direttore sportivo, osservatore. Ha conosciuto gli anni belli e impossibili, l’ascesa e il declino dei fratelli Lenzini, i drammi, le gioie, le speranze, il desiderio di immaginare un futuro.

Aveva una gran voglia di vivere, Lovati. Amava lo sport e le belle donne. L’aneddoto più simpatico sull’argomento riguarda proprio gli anni del primo scudetto: dinanzi alle ormai proverbiali fughe dal ritiro da parte di Chinaglia e compagni, fa sorridere il pensiero che il portierone, con un sorriso complice, chiudesse un occhio, non senza aggiungere: “Se avanza qualcosa ricordatevi del vecchio Bob. Ma non avanzava mai niente…”.

Così lo ha ricordato Vincenzo Cerracchio sul ‘Messaggero’ e facciamo nostre le sue parole: “Lo credevamo immortale. Giacca, cravatta, fazzoletto abbinato da taschino. Mai un visibile anno di più. Ancora così dopo gli 80, il fisico asciutto e quell’eleganza sportiva, per niente snob. Bob è stato una bandiera gloriosa, mai spiegazzata: una di quelle che il vento non spazza, gonfia soltanto; che la sera ripieghi nel cassetto della vita per rialzarla all’indomani fresca di stiro. Una bandiera bianca e celeste, senza possibili commistioni. Unica, questa sì sicuramente immortale. La bandiera di un popolo intero”.

Nella foto: Luigi Polentes con, a sinistra, Giorgio Chinaglia


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