Il non-morto


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Il non-morto tecnicamente è un organismo che subisce la cessazione di una o più delle sue funzioni vitali (cardiache, respiratorie, neurologiche), ma che, attraverso i grandi mezzi che la scienza applicata alla medicina oggigiorno offre, è in grado, al contrario del passato, di non perdere definitivamente quelle teoricamente rimaste in essere.

L’organismo quindi, non è autosufficiente, e per continuare a sopravvivere deve usufruire dell’ausilio fondamentale delle tecnologie scientifiche, in modo da salvaguardare le funzioni vitali non cessate.

Un grosso dibattito, soprattutto etico, si è sviluppato durante il ventesimo secolo ed ancora oggi è di grande attualità: il progresso della scienza può materialmente impedire la fine naturale di un individuo, ma il fatto che la vita di costui non sia indipendente, ma assolutamente legata all’applicazione di queste tecnologie, ha creato grandissime perplessità e un’ampia discussione trasversale, che attraversa le più nobili discipline umanistiche, e si interroga sui limiti di ciascuna di esse: scienza, religione, filosofia.

Uno dei temi di discussione più importanti è quello legato all’accanimento terapeutico: se le funzioni vitali cessate non sembrano offrire risposte agli stimoli al di là di un ragionevole limite, continuare a mantenere l’esistenza dell’organismo tramite agenti esterni è visto come d’intralcio alla legge naturale che, senza quell’agente esterno avrebbe previsto la morte definitiva per quell’organismo, e quindi si parla appunto di accanimento terapeutico.

Tutto questo, come sembra evidente, non si applica al mondo dello sport, e in particolare al mondo del calcio (cfr. 1 e 2): il dibattito etico è apparentemente azzerato e l’accanimento terapeutico in pratica non solo è  tollerato, ma addirittura applaudito e incitato.

Il non-morto è un concetto che si posiziona ai limiti dello scibile umano: questa sua natura lo rende da sempre fonte inesauribile di ispirazione e materia prima purissima per letteratura e cinema.

L’immagine simbolo per la cultura occidentale contemporanea del non-morto è lo zombie: una creatura dalle sembianze mostruose generata dalla resurrezione di un cadavere.

E’ George Romero l’autore contemporaneo che crea l’archetipo di riferimento: la sua saga degli zombies, arrivata di recente al sesto capitolo, ci presente i non-morti come creature senza alcuna funzione vitale (cardiache, respiratorie, neurologiche, vedi sopra), e che mantengono solamente le pulsioni istintive, innate, come la ricerca del cibo, la deambulazione, la vista, oppure quelle derivate dai comportamenti avuti durante la vita precedente.

Magistrale l’esempio raffigurato nel secondo film della saga dei morti viventi, Zombi del 1978: i sopravvisssuti, intrappolati dentro un centro commerciale, sono circondati da zombi che vagano tra gli scaffali dei negozi e dei supermercati ivi presenti. Gli zombi in altre parole tendono a ripetere ciò che istintivamente facevano da vivi: se erano schiavi della società dei consumi, da morti te li ritrovi a vagare senza meta dentro il centro commerciale. In psicologia tutto ciò viene chiamato coazione a ripetere: una reiterazione coattiva dell’impulso nevrotico. Il non-morto è letteralmente un coatto (cfr. 3): costretto a compiere anche da non-morto tutto ciò che per pulsione istintiva compieva in vita.  Se il non-morto in vita era un essere falso, sbruffone, sleale, violento, simulatore, finto, ignorante e privo di qualsiasi forma di rispetto nei confronti del prossimo, alla stessa maniera da zombi continuerà a fare altrettanto.

Il non-morto figura dell’immaginario collettivo e il non-morto precedentemente affrontato dal lato scientifico possono avere una caratteristica in comune: l’assenza della funzione neurologica. L’attività cerebrale nello zombi è completamente estinta così come nell’organismo clinicamente morto. Essendo privo di cervello il non-morto, a fronte di un’affermazione che lo indica colpevole di un qualcosa, non riesce a dire una bugia, in quanto mentire è un atteggiamento che può essere attivato unicamente dal cervello.

Per cui, ancora una volta, il non-morto si difende istintivamente. Molto spesso accusando anche la controparte della stessa colpa.

Il risultato finale è doppiamente auto inflittivo, perché non solo non si mette in discussione l’accusa, e quindi implicitamente si ammette la colpa, ma anche perché spesso le prove prodotte, che dovrebbero dimostrare la medesima responsabilità dell’interlocutore, sono ridicole, anacronistiche e illogiche (cfr 4. e 5.).

In conclusione, non-morto (not-dead in inglese) è esattamente il concetto che descrive più precisamente la situazione.

Grazie ancora per i continui assist: ci servivate vivi, ma va bene anche così, da non-morti.

1. http://www.youtube.com/watch?v=GCOvOjGtq6Y

2.http://www.youtube.com/watch?v=K2cvQbw9PRc

3. http://www.youtube.com/watch?v=6PDqxmr6Ako

4. http://www.albertomandolesi.it/portale/index.php/2011/05/02/lazio-nel-95-96-ben-14-rigori-su-34-partite/

5. http://www.laroma24.it/archivio/42408/lazio-la-piu-aiutata-dagli-arbitri.html


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