Il dito del dio invitto


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Una vecchia colonna di Lazio.net, Testina (al secolo Claudio Moriconi), ci invia questo articolo scritto nel 2004 sul derby di 30 anni prima, 31 marzo 1974, quello del dito sotto la sud.

Un racconto da leggere tutto d’un fiato. Grazie ancora Claudio, grazie Daniela, un abbraccio da Lazio.net Staff.

(nella foto: il rigore di Chinaglia in Roma Lazio 1-2 del 31 marzo 1974, foto gentilmente concessa dall’archivio di www.laziowiki.org )

Il dito del dio invitto

di Claudio Moriconi

 

Il giorno che Giorgio sfido’ Roma nel nome di santa romana Lazio fu delirio d’estasi e polvere, partecipazione furiosa e adrenalina a mille. Un tumulto da arena infuocata, un incrociarsi di teste e tibie al ritmo di centomila cuori invasati, che tanti ce n’erano tra Olimpico e dintorni mentre il gioco scandiva i capricci del destino.

A un derby non si assiste. Che tu sia in campo o meno, un derby lo giochi vivendolo. Lo sudi dentro e fuori. O di qua, o di la’, senza vie di mezzo. I neutrali sono estranei. Alla lotta e alla posta in palio, che a Roma, bonta’ nostra, e’ altissima. E quel giorno di fuoco, 31 marzo del 1974, il risultato era vitale per gli obiettivi di tutti. Clima da battaglia, senza esclusione di colpi. Dirige la partita Concetto Lo Bello, il re degli arbitri, ora vedetevela tra voi. E vinca il migliore. Niente affatto. Vinca chi vinca, purche’ si vinca. Purche’ non vinciate voi.

Durava da due anni il sogno della Lazio Meravigliosa, sporca dozzina di eroi e puttanieri in missione speciale, plotone di guastatori che se le dava dalla mattina alla sera per trasformarsi in campo in un blocco compatto. Era la Lazio che sognavamo, materializzata dal nulla e diventata subito bestia nera della Roma, sconfitta quattro volte su cinque nei derby di campionato e coppa. E l’ultima di quelle vittorie, Lazio-Roma 2-1 dell’andata, era stata da infarto, con i giallorossi di Scopigno in vantaggio alla fine del primo tempo su tiraccio di Negrisolo e Lazio vittoriosa in rimonta: il carneade Franzoni in apertura di ripresa e gol vincente di Chinaglia. Per non dir dei casini dentro e fuori. Al 90′ Lazio a giocarsi il titolo con le grandi e Roma ultima in classifica. Da urlo. Al ritorno, era chiaro, sarebbe stata battaglia durissima. E cosi’ fu. Una battaglia passata alla storia per un dito alzato dopo uno dei tanti calci, proprio quello decisivo. Un dito, solo un dito. Se pero’ ad alzarlo e’ un eroe, un gigante, un dio, allora quel dito e’ il dito di un popolo, una montagna dietro cui trovare riparo. Una montagna da scalare per toccare il cielo.

“Esci Gobbo, esci Gobbo, esci Gobbo…”. Il coro si ripeteva puntuale, derby dopo derby. E Il Gobbo vituperato dalla sud era lui, Giorgio Chinaglia, il nostro Ercole generoso, gigante che si portava sulle spalle la storia della Lazio. Ne incarnava la faccia e le aspirazioni. La speranza e la forza. Ne armava il cuore e la gamba. Ne mostrava il coraggio e l’ambizione. E il desiderio di giustizia. Per i laziali non solo, non semplicemente un eroe del calcio o un gigante dello sport, ma un dio. Il figlio del Padre Universale animato da un Maestro, venuto armato di un pallone per saldare finalmente i conti con la Storia. Un colosso divino disposto ad annientare i mostri con forza da titano, San Paolo folgorato al suolo e rialzatosi con una spada, San Giorgio con la lancia infilzata nel cuore del drago. Un dio liberatore.

“Esci gobbo, esci gobbo…”. Il coro iniziava ben prima che i giocatori entrassero in campo. Lui si fermava ai limiti del tunnel a tartaruga, faceva spuntare solo la scarpa, poi il resto della gamba, sollevando il pantalone e ammiccando da vamp dello strip-tease, godendosi l’ondata di maleparole e bottiglie e frutta marcia che il popolo romanista gli indirizzava. Poi, usciva di corsa e sfidava con gli occhi specialmente gli esagitati che continuavano a bersagliare l’aria dal muretto. Gia’ la sua presenza, le sue movenze, erano uno spettacolo a parte. Anche per questo era e sara’ unico per sempre. Come in quella partita, che si avvicinava feroce. Prodigo e implacabile come solo un dio poteva essere, si apprestava a ripagare devozione nostra e ingiurie loro con un gesto definitivo.

Memori dello “sgarbo” anzaloniano di un anno prima – diecimila biglietti ai laziali il resto ai romanisti fino ad esaurimento – c’eravamo organizzati per tempo, “cor veleno”. Ed eravamo tantissimi in quel Roma-Lazio di fine marzo ’74, nello stadio che risuonava di voci, fischi e applausi, e le bandiere erano migliaia, e il frastuono di clacson e sirene, trombe e campane, bidoni e tamburi, come nelle torcide latino-americane. E il clima di quel giorno, tra cornice e contenuti reali, sembrava proprio adatto a un Fla-Flu, a un Boca-River, mentre la bolgia coincideva col calcio d’inizio.

Per quel derby, il caso volle che le emozioni si concentrassero in un lasso di cinque minuti, e che tutto il resto, ma proprio tutto, fosse destinato a svanire in dissolvenza. Tutto, eccetto il gesto di Giorgio, e i lampi che lo avevano preceduto. Era un’altra Roma rispetto a quella che avevamo beffato all’andata. Ora in panchina sedeva Liedholm, il quarto tecnico in tre anni che provava a sfidare Maestrelli, ancora imbattuto nei derby. Fu cosi’ che l’attacco giallorosso spedi’ un traversone velenoso nella foschia di fumi e nuvole, una palla ad impennarsi verso la porta difesa da Pulici, che l’aveva vista arrivare e s’era precipitato all’indietro ad intercettarla proprio sotto la traversa, per poi trovarsi con i piedi oltre la linea ma con il pallone ben stretto in mano, a spingerlo all’infuori. Fu un attimo, un gol fantasma convalidato dall’arbitro. Roma in vantaggio. Fine del primo tempo. Ora c’e’ un aneddoto dimenticato, uno dei tanti della sporca dozzina di Tommaso: che quella Lazio fosse “divina” lo dimostra il rapporto simbiotico con gli elementi naturali, Lazio che perdeva sotto un cielo grigio, prima di evocare il sole di una vittoria. E sole fu, capriccioso, benedetto e luminoso, nella ripresa.

Trascorse circa un minuto, e la manovra laziale produsse un effetto avvolgente, un cross rasoterra e d’improvviso la palla arrivo’ giusta e calibrata nel punto dove era appostato un altro giovanissimo semidio di quella Lazio impareggiabile: l’apollineo Vincenzo D’Amico. Un attimo fuggente, e la scelta sostanziale e decisiva, se calciare di forza o se optare per un tocco personale, una finta incosciente, un tocco d’arte come avrebbe fatto Apollo. Vincenzino colpi’ di giustezza e la porta di curva sud si gonfio’ per il pareggio. Per le statistiche, fu il centesimo goal laziale nelle stracittadine, ma lo spettacolo era appena iniziato. Quattro minuti dopo Lo Bello ci concesse un rigore. Accadde sotto la sud e fu l’inferno. Accadde sotto la sud e fu la storia. Per un attimo che sembro’ sospeso, Giorgio Chinaglia avanzo’ nel limbo dell’imprevedibile, in bilico tra un ruolo da Sisifo e la potenza di Giove Vendicatore. La rincorsa fu lunghissima e quel rigore lo tiro’ da dio, spiazzando Conti con un interno destro dal basso verso l’alto che filo’ come un proiettile e trasformo’ la rete in un elastico. Correva Giorgio, toro alla carica, e la palla gli ritorno’ come se gli appartenesse. Era saltato in aria. Era un dio alato e ora aveva il pallone in mano e correva incontrollabile davanti alla sud, calciando il pallone verso il pubblico romanista, puntando il dito indice della mano destra perfettamente allineato con i suoi occhi e rimanendo piantato cosi’, a testa alta, urlante di soddisfazione, con il braccio teso e il dito puntato verso la curva ostile, statua animata che cattura i sentimenti di un popolo e li trasferisce dalla carne alla pietra. E ogni volta che vedo quella foto, illudendomi di riconoscere sullo sfondo la mia testa, le mie braccia, in quel groviglio di laziali esultanti, in piedi, arrampicati sui muretti e i vetri divisori, provo la vertigine di uno spostamento spazio-temporale, il riecheggiare di un palpito, il brivido di un’emozione indescrivibile. E quel momento rimane lo stesso. Il resto della partita fu lotta, lotta e ancora lotta. Ci provo’ la Roma a pareggiare, ci provo’ la Lazio a replicare. Non sbaglio’ piu’ la Roma, ma segnare a quella Lazio era quasi impossibile. E la partita filo’ verso il punto indicato dal dito divino di Giorgio, fino alla fine del campionato, fino allo scudetto. Giorgio come Aragorn. Aragorn che disperde gli orchi.



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