c’era una volta il derby (by Aquilante)


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derby hernanes

 

purtroppo se ne conserva poca memoria, ma c’è stato un tempo in cui a Roma si giocava non un derby, ma si giocavano tanti derby. la Lazio era solita vincerli, quei derby, anche con risultati squillanti, soprattutto quelli dei primi anni del novecento. con il tempo, però, e le selezioni imposta dalla storia, i match divennero via via più equilibrati e, progressivamente, sempre più belli e difficili. negli anni venti del secolo passato, infatti, la Lazio, l’Alba e la Fortitudo se la giocavano più o meno alla pari. e quei derby erano lo specchio di Roma, l’immagine asciutta e reale del calcio capitolino: non un calcio d’avanguardia, per tecnica e organizzazione, epperò vivo, vivace, battagliero, oggi diremmo radicato nel territorio, legato agli umori e alle viscere dei quartieri di una città da poco tornata, come capitale d’Italia, al centro della attenzione internazionale.

“grandi promesse, la patria e l’impero – sempre più donne vestite di nero”: in questa strofetta di un brano caro al canzoniere politico degli anni settanta, c’è un pò la parabola, farsesca più che drammatica visto che parliamo di football, di quello che accadde al calcio italiano e romano in particolare. via le varietà culturali, una città, una squadra. non c’è posto, nella Roma di via dei Fori Imperiali, per le “squadrette di quartiere”, deve nascere “la” squadra della capitale. e della capitale deve portere il nome, deve indossare i colori, deve rappresentare il simbolo. e deve, soprattutto, ripercorrerne, in Italia e nel mondo, la grandezza e i destini trionfali. naturalmente, visto lo scarto tra grandeur del proposito e pochezza dei protagonisti,  tutta l’operazione finisce per assumere la dimensione della pochade. più (poco più) di ottanta anni dopo, ancora nessuno sa quando e dove cotanta squadra abbia realmente trovato i natali. e beffa ancor maggiore, bastò il signor no! di un irriducibile innamorato della Lazio a rendere vano tutto questo progetto “imperiale”.

nel frattempo, nei decenni che seguirono, tra scudetti di guerra più o meno assegnati, collette al Sistina, coppeinfaccia in sequenza, rimasticazioni grottesche e infinite del gol di turone, americani tarocchi e banche autentiche indispensabili per tenervi in vita, e palloni d’oro autoassegnati e il calcio pulito su ordinazione e le vittorie morali e i tre milioni al Circo Massimo e zema mai schiavi del risultato, il progetto si è disvelato in tutta la sua esilarante miseria. resta la boria, quella sì, l’arroganza, la prepotenza di chi sa di essere tutelato dalle prefetture e dalle lobby parlamentari, dalle redazioni dei giornali e dagli studi radiotelevisivi. resta la sicumera con cui menate vanto del vantaggio accumulato in decenni di stracittadine.

ma quali derby! ma finiamola con questa menzogna! a Roma non si gioca nessun derby, a Roma dal 1927 c’è una squadra, la Società Sportiva Lazio, che si batte per il diritto, molto semplilce, di associarsi e fare calcio liberamente, autonomamente, di scegliere il proprio nome, i propri colori, il proprio simbolo. ogni volta che scende in campo contro di voi la Lazio è lì per ricordarvi che avete fallito, che la vostra idea di unificare il molteplice, di tacitare le differenze, di far trionfare il conformismo plaudente è miseramente naufragata. potente contarvi e ricontarvi, potete autoassegnarvi centinaia di milioni di seguaci, potete riempire di yesman tutte le redazioni che volete, ma ogni volte che vi capiterà di incontrare una sola bandiera biancoleste, una sola sciarpa o anche un solo laziale, non potrete far altro che prendere atto del vostro fallimento.

ma quali derby! ma finiamola! il dito alzato di Chinaglia ha smascherato definitivamente questa pantomima. e il 26 maggio ha scritto la parola fine al progetto di omologazione avviato nell’estate del 1927. la Lazio è qui! hai voglia a cancellare, a storpiare, a farfugliare. i laziali sono qui! liberi e addirittura vincenti. sempre Forza Lazio e buon Lulic a tutti.




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