Pulp Tale


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parolebiancocelesti

di mdfn
RACCONTO VINCITORE CONCORSO PAROLE BIANCOCELESTI
DECIMA SESSIONE

Pulp Tale

 

C’era una volta un re, che per mandare in sposa l’unica figlia, aveva indetto una prova: ciascun pretendente sarebbe stato portato nel centro di un labirinto, e il primo in grado di uscirne con le proprie gambe, avrebbe sposato la principessa.
Il primo che ci provò, dopo un giorno lo udirono urlare aiuto, e fu liberato. Il secondo non si lasciò spaventare, ma presto anche lui dovette arrendersi; il terzo non lo videro mai uscire dal labirinto. Ne seguirono altri cento, mille, finché il paese si svuotò di giovani; così ne arrivarono da fuori, ingolositi dalla bellezza austera della principessa e dalla leggenda del suo cuore inespugnabile, che si era sparsa di villaggio in città.
Un giorno giunse a palazzo un forestiero, si presentò dicendo di essere coraggioso e ricco d’ingegno. Era alto, robusto, con il ciuffo di capelli che resisteva alla piega. La principessa, quando lo vide sbirciando da dietro la porta, sorrise e corse a nascondersi. Il re disse: – Giovanotto, se proprio lo desideri, ti farò entrare nel labirinto – e così fece.

Quando si tolse la benda dagli occhi, la luce era talmente forte che il giovane impiegò del tempo prima di potersi tenere in piedi. Davanti a sé una siepe altissima, verde brillante, l’accarezzò con la punta delle dita; si voltò, c’era una statua di marmo che poteva essere una figura femminile oppure un angelo, dato che aveva le ali. Prese la benda e la legò attorno alla testa della statua, quindi s’incamminò. Scelse la via di destra, seguendo la direzione che gli suggeriva il bordo destro della siepe.
Camminò a lungo, il sole fece in tempo a tramontare e risorgere. Avanzò sollevando la polvere e respirandola, determinato a raggiungere l’uscita. A un certo punto, inaspettatamente si ritrovò davanti alla statua bendata. Le gambe, che sino a quel momento lo avevano sostenuto, lo fecero crollare a terra.
Si disse che era finito in un labirinto senza uscita, non c’era altra spiegazione; ripensò alle voci sulla gelosia del re, secondo cui la prova del labirinto impossibile in realtà fosse una messinscena per non doversi separare dalla figlia.
Appoggiò la testa alla base della statua, chiuse gli occhi e si mise a fischiare una melodia soave, che potesse allontanare lo sconforto.
Su su in alto un’aquila osservava la scena. Aspettò che il giovane si addormentasse, poi discese volteggiando nell’aria frizzantina della sera. Afferrò il giovane per il vestito e se lo portò via, lontano dal labirinto. Mentre salivano, l’aquila diede un ultimo sguardo a quel groviglio di foglie e rami, e il corpo ebbe un tremito, un sogghigno forse, ripensando alla piccolezza delle cose terrene, e fu allora che il giovane si svegliò. Era intontito; si guardò attorno, ma non riconobbe nulla. – Dove siamo? – domandò. Non si sa se parlasse a se stesso o all’aquila, ad ogni modo l’aquila non gli rispose. – Dove stiamo andando? – un’altra domanda senza risposta a cui seguì una considerazione: – Ecco come si fa a uscire da un labirinto senza uscita! Ma sì, volando! Come ho fatto a non pensarci prima –. E si era davvero entusiasmato per questa scoperta che quasi si dimenticò che un’aquila lo stesse trasportando come si fa con una preda, per cui non si domandò, né a mente né a voce, che intenzioni avesse quell’aquila.
Era ormai buio. Le sagome delle montagne non si erano avvicinate più di tanto, volavano assieme da un tempo imprecisato. Il giovane disse all’aquila: – Tu, chi sei? – e lei: – Sono la principessa Olympia.
– Ma no, non è possibile.
L’aquila Olympia non rispose, fece una curva per evitare un filotto di alberi e si fermò in cima a un dirupo. Il giovane lo appese a un ramo, fece fare due scatti al collo poi disse: – Ebbene sì, io sono la principessa Olympia, e tu, mi vuoi sposare o no?
– Tu non sei la principessa Olympia –. Il giovane non s’era reso conto di essere finito in trappola; era convinto di ciò che diceva, cercava di spiegarsi agitando le braccia. Tra un po’ il ramo avrebbe potuto cedere. – Tu non sei una principessa – disse – sei un’aquila. Le aquile non parlano.
– Ah, no?
– No, è che io sono stanco. È da più di un giorno che non mangio, sto impazzendo, mi sto immaginando tutto. Forse sono già morto e non lo so.
– Stai zitto – gli disse l’aquila. – Te lo ripeto per l’ultima volta: sono la principessa Olympia, e se davvero mi vuoi sposare, bel giovanotto, basta che tu mi dica di sì.
Il giovane non rispose, sbuffò soltanto, si mise una mano tra i capelli. L’aquila era lì, a due passi da lui, sul ramo accanto. Scrollò le piume dietro al collo e disse: – Benissimo – ma era un “benissimo” che non lasciava presagire nulla di buono.

Nell’ora in cui i bimbi di tutto il mondo sono già a dormire, nell’ora in cui i re russano, le regine sospirano e le principesse sognano, l’aquila Olympia armò il becco e con due uncinate secche colpì il giovane dritto negli occhi. Poi si gettò sul resto del corpo, divorandone la carne fino a sazietà.
Si alzò in volo portandosi dietro la carcassa. Giunta al fiume si fermò e mollò la presa. Il corpo morto cadde in acqua, poff, e l’aquila riprese il volo. Rientrò a palazzo poco prima che albeggiasse. Aveva lasciato la finestra socchiusa, le bastò scostare l’anta col becco e poi poté infilarsi nel caldo lettuccio fatto costruire da Papà.




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