Una squadra, un popolo


Articolo letto: 5011 volte

1505469Io amo il calcio, sono totalmente schiavo delle sensazioni e delle emozioni che sono sempre dietro l’angolo in una partita, in una qualunque partita, dalla Serie A fino alle serie inferiori. Perché alle volte basta un episodio per dipingere a tinte forti una tela che – all’inizio – è sempre bianca.

Perdere fa male. Sempre. Comunque arrivi, il ritorno a casa, il disgusto (almeno per me) per il calcio e quei ventidue uomini in mutande dietro ad un pallone, il patetico tentativo di distaccarti, di abbandonare, di pensare ad altro, ci sono cose più importanti, gli affetti, la famiglia, gli amici, il lavoro, e tu non puoi, non devi lasciarti risucchiare dal maelstrom della depressione, guardi le facce della marea triste che lascia lo stadio e prepotente arriva il desiderio di essere altrove.

Ma non ci riesci, manco un po’. Inizi subito a fare calcoli, vinciamo qua, loro pareggiano, e le tabelline ti invadono la testa, anche se non ne hai proprio voglia. No, non stasera, magari domani ricominciamo, ma adesso ti senti vuoto, il traffico sul lungotevere è insopportabile, lasciatemi tornare a casa. Dimenticare, dormire.

Ma il calcio è epos. Il calcio sono storie da raccontare, l’altra sera potevo essere altrove, al cinema, sarebbe stato meglio, leggo il risultato, inveisco un po’ e poi a nanna. Invece no. Mi sarei perso qualcosa. Mi sarei perso dei momenti che, quando la rabbia sarà sedimentata, resteranno nel mio cuore, e vi resteranno a lungo, comunque vada.

Ogni tifoso, ogni tifoso vero (e lui lo sa, se è un tifoso vero o no) ha bisogno di identificarsi nella propria squadra, nei propri colori. Se mai ve ne fosse stato bisogno, alcuni momenti della partita dell’altra sera rimarranno indelebili nella mia memoria. Tante partite manco me le ricordo, e ne ho viste migliaia… questa, no.

L’urlo, il boato, non saprei come descriverlo, era primordiale, incontrollato, un ruggito che si è sentito a chilometri di distanza, che ha invaso televisioni, radio, che ha fatto tremare le finestre e tintinnare i bicchieri dei pub, quando Berisha ha parato il rigore. Liberatorio, violento, più di un gol, molto più di un gol, era la rabbia e la ribellione contro un’ingiustizia, era il potete farcene quante ne volete, ma noi siamo qua, in piedi, noi siamo le manone del portiere albanese, vi abbiamo ributtato in faccia tutto, brutti zozzi che ci volevate morti.

E poi quando, ormai in nove, quando l’unica logica soluzione sarebbe stata quella di rinchiudersi ancora di più nel fortino e fare barricate, anche quando ormai era chiaro che da quelle parti non ci avrebbero più fatto arrivare, dopo l’ignobile fuorigioco fischiato a Candreva, ecco che Pioli mette Keita. Come, una punta? Ma sei in nove, tieniti il punto, è importante, può essere decisivo… Ma il calcio è anche altro, è orgoglio, è identità, è follia, e allora Pioli ha pensato – ha sicuramente pensato – siamo pazzi, siamo giovani ed incoscienti, ma c’è una possibilità, anche fosse una su un milione. Proviamo a vincerla.

Pazza, pazza idea, e l’abbiamo pagata. Perché non puoi sbagliare niente, ma noi siamo giovani ed incoscienti ed un errore ci sta, ci può stare. Ma il gesto è stato rivoluzionario ed eversivo, quel gesto mi ha riconciliato con tutto. Il dio del calcio, beffardo e capriccioso, non ha permesso di raccontare la storia fino in fondo, quella di un ragazzino che all’ultimo minuto si infilava nella difesa interista sbilanciata, si involava in campo aperto, scartava il portiere e faceva impazzire un popolo.

Non l’ha fatto ma non gliene voglio fino in fondo. Perché quello che non ha fatto lui lo hanno fatto quegli undici, poi dieci, poi nove ragazzi. Indomiti, coraggiosi, beffardi di fronte all’ingiustizia. Buttatene fuori quanti ve ne pare, dateci rigori a cappero, gol in fuorigioco, fischiateci contro sta minchia, fermate i nostri contropiede, ma voi siete omuncoli da niente, resi grandi da un fischietto in bocca che vi fa immaginare potenti. Ma sempre omuncoli siete, voi e i vostri mandanti.

Noi, invece, no. Noi siamo una squadra, un allenatore, un popolo. Siamo un tutt’uno, senza calcoli, con errori, sbadataggini, che possono costare alla fine, perché quello che conta è il risultato. Ma l’altra sera è andato oltre il risultato. Sentire tifosi di altre squadre che affermano che dovete essere orgogliosi di questi ragazzi, comunque sia andata, ti riempie il cuore e se avessi già saputo prima il risultato, sarei comunque andato allo stadio. Perché le sensazioni vissute non hanno prezzo.

Per tutto il resto, c’è Unicredit.

GuyMontag

 

Il forum


Leggi i commenti a questa notizia nella Community di Lazio.net




  • Giorni

    maggio: 2015
    L M M G V S D
    « Apr   Giu »
     123
    45678910
    11121314151617
    18192021222324
    25262728293031
  • Categorie

  • Archivio

  • Meta