Derby


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aaaaIl derby, in genere, è una partita da odiare.
Il derby, se poi vale una Coppa (giàffatto) o l’accesso ad una finale di Coppa, è una partita dai connotati venefici.
E poi, diciamolo, vederli più delle 2 volte canoniche in stagione equivale più o meno a mangiare una pizza con l’ananas, a bere un caffè americano o semplicemente ad una seduta inaspettata dal dentista.
Assistere al derby a 2000 Km di distanza dallo stadio, poi, è pura tortura. Il divano diventa la Venere di Norimberga, la voce di Bizzotto alla TV quella di Torquemada.

E così ha inizio la partita. Così, nel senso da una settimana prima. Barriere, 60%, remuntada (curioso il fatto di come gente che a malapena possa parlare nella sua lingua madre, si abbandoni a sproloqui in altri idiomi). Provi a pensare che la lontananza ti possa aiutare, e che alla fine c’hai 30 anni e pensi di essere cresciuto. Poi un giorno feriale capita che all’uscita dalla metropolitana dal nome esotico “medbogarplatsen” vedi qualcuno che, tronfio, indossa un giacchetto sul cui retro si può notare la scritta di una squadra di dubbie origini abruzzesi. Lì pensi, oltre al mortaccitua, che la lontananza ti ha peggiorato.

Quindi si arriva al giorno della partita tanto attesa, in cui, forte di una dieta particolarmente ricca in legumi e semi vari, il traffico intestinale assume connotati di precisione nordica: 1 visita al bagno ogni 3 ore. Non male.

Alle 20.42 colleghi lo streaming RAI. 20.42 perché è fondamentale evitare l’inno cantato a squarciagola dai gargoyles. Ci sei tu, sul divano, la TV accesa e il cellulare. Il cellulare è fondamentale, perché tramite whatsapp ti permette di comunicare con chi è a casa e farti sentire un po’ meno solo.

C’è un problema, però, lo streaming. Capisci subito che tra il computer e i tuoi amici commentatori c’ è una sostanziale differenza di 30 secondi. 30 secondi non sono tanti, pensi. Sono affrontabili.
Stocazzo.

Esempio: prima azione della partita, capitata all’uomo col nome del rettile che è abituato a mangiare zanzare.

Commentatore#1: …
C.2: Cazzoooooo
C.3: Ma dai però

Il tempo di vedere l’azione è bastato per avere 3 piccoli infarti ravvicinati e una minaccia di aborto, pur essendo di sesso opposto.

Ok, va bene. Si sapeva che i primi minuti sarebbero stati di apnea. E così è, infatti. Provi quindi a farti forza e pensare: “Un 2-0 è difficilissimo da ribaltare”. Il pensiero però per qualche strana ragione non riesce a raggiungere i muscoli piuttosto contratti della parte posteriore del corpo. Quindi la prima reazione è scrivere messaggi in quantità bulimica sulla chat di gruppo.

Rispondiamo colpo su colpo, nonostante la tensione si vede che la squadra è in una buona condizione atletica e mentale. Meglio della tua, quest’ultima, sicuro.

Poi accade questo:

C1: GOOOOOOOOOOO
C2: DAJEEEEEEEEEEE
C3: AJAOVDFISJBOIJ

Milinkovic-Savic segna. Lo capisci 30 secondi dopo, ma hai esultato due volte. Priceless.
Guardi il cronometro, 37’. Poi guardi il calendario, perché sinceramente credi siano passati almeno 3 giorni.
De Vrij sbaglia, pareggio. Eccallà. Lo sai che è difficile, quasi impossibile segnare altri 3 goal in 45 minuti. Però sai pure che sarà una via Crucis. Fine primo tempo. Commenti su chat:

C1: “Avremmo firmato per un pareggio 1-1 al 45esimo”
C2: però che cazzo
C3: sarà difficilissima
IO: abbiamo il 15% di possibilità di passare

Inizio secondo tempo, ti aspetti un’altra apnea. Stranamente non accade. Allora pensi: “certo che sarebbe bello segnare ora”. Questo intorno al 15esimo. 2 minuti e ti ritrovi (con 30 secondi di ritardo) a correre insieme a Ciro, a Simone e a tutto lo stadio verso la porta. Non è Ciro che tira, ma siamo tutti noi, vicini e lontani. E’ goal. E’ successo, pensi pure che sia stato un po’ merito tuo per averlo pensato.
Poi però accade questo:

C1: Dai regà, ora è finita!

Tragedia. Il povero C1 si è appena preso una maledizione di quelle antiche,  africana/aborigena/caraibica.
E infatti pareggiano. E non solo, fanno pure il 3-2.

Ora, è vero che la partita tecnicamente è finita. Però questo sul piano razionale. In realtà continui a ripetere:

Mancano 10, 8, 6, 5, 3 più recupero. E’ durissima.

Poi, finalmente, il triplice fischio. E la gioia, quella vera.
Ancora una volta, sempre contro di loro.
Meraviglia.
Grazie. Di Cuore. E Simone, perdonami per averti criticato.
Ora siamo noi, tutti insieme. Finalmente. Incontaminati.
Nello stadio o a casa, a 0 o 2000 Km di distanza.
Pure a Stoccolma, il cielo è la nostra bandiera.

V.A.




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