Ecco perché, con tutto l'amore patrio e l'afflato garibaldino di questo mondo, a simpatizzare per l'Italia non ce la faccio proprio: non riesco a empatizzare con la mentalità che ruota intorno a questa squadra. Ovvero, un sunto degli aspetti che più odio delle strisciate e della as tottese. Ovvero: il piagnisteo e il vittimismo ad ogni partita. Quando c'è una rimessa laterale che ci viene assegnata contro si levano voci scandalizzate, collegamenti al volo da bordo campo, commenti in studio: ecco, io abituato ad essere Laziale, mi sento proprio un pesce fuori d'acqua, in mezzo a queste considerazioni.
Ho memoria di episodi mastodontici a sfavore della Lazio su cui costoro, gli stessi che strepitano per un contatto dubbio a centrocampo, hanno glissato bellamente, e no, non ce la faccio proprio a stare bene in mezzo a loro.
Poi c'è, dall'altro lato, la prosopopea di ogni vittoria, narrata come un'impresa epica che segnerà le sorti dell'umanità.
Infine, ma questo aspetto pervade il calcio italiano tutto, il concetto per cui esistano partite di prima fascia e partite di quarta fascia. Da tale concezione nasce la lamentela perché "si gioca troppo" (il che mi fa abbastanza ridere: è un problema se i calciatori fanno delle partite a calcio), e il provincialissimo (per me) atteggiamento per cui alcune competizioni vadano snobbate o costituiscano un fastidio.
Io sarò scemo, ma mi dovete dire perché, so 30 anni, che contemporaneamente leggo che le squadre cercano di finire nelle Coppe Europee, salvo lamentarsi perché devono giocare le Coppe Europee. Un essere umano senziente, qualora gli venisse in mente un ragionamento simile penserebbe "oddio, sto diventando scemo": nel panorama calcistico nostrano è inspiegabilmente normale e tollerato...