un poeta scrisse della pioggia e sulla pioggia il suo (unico per me) capolavoro
io l'ho modestamente adattata alla giornata di ieri
Taci.
Su le soglie
del campo non odo
parole che dici
Baldini; ma odo
parole già usate
che parlano lacrime e luci
smorzate.
Ascolta.
Piove
dalle nuvole nere.
Piove su calciatori
che son pippe vere,
piove sui Piris
curiosi e inetti,
piove sui Balzaretti
codini,
sui Florenzi fulgenti
di pestoni accorti,
sulla Lamela colta
in una spinta stolta,
piove sui vostri volti
increduli,
piove sui vostri queruli
lamenti,
sui vostri vestimenti
giallorossi,
sui rotti ossi
che la ferita schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi t'illude,
o Boemo.
Odi?
La pioggia cade
sull'esultante
zozzura
con un crepitio che dura
e svaria nell'aria secondo i Mangianti
più forte, men forte.
Ascolta.
Risponde
al pianto il canto
dei Laziali
che il pianto decennale
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il Profeta
ha un suono, e il Tedesco
altro suono, e Candreva
altro ancora, stromenti
diversi
sotto petkoviciane dita.
E immensi
noi siam nello spirito
biancoceleste,
di centenaria vita viventi;
e il tuo volto rosso
è duro di veleno
come un fegato cirrotico,
e le tue chiome
auliscono come
trigoriana discarica,
o creatura abulica
che hai nome
Boemo.
Ascolta, Ascolta.
All'accordo
delle Aquile Laziali
a poco a poco
più netto
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che è laggiù sospeso,
e vi chiede dell'eterno dilemma:
vi siete attaccati con flemma
o l'avete nel cul preso?
Solo questa domanda
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode tutta la sudde
fiatare
l'argentea pioggia
la monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
la netta dal suo fetore.
Ascolta.
La figlia della lupa
è muta: ma la figlia
dell'aria sibila,
l'Aquila,
canta nell'ombra più fonda,
e Goicoc'era: chi sa dove, chi sa dove!
E piove sulle tue emmesse,
Boemo.
Piove su le tue ciglia bruciate
sì che par tu pianga
ma non di piacere; non bianco
ma quasi fatta olezzante,
par da merda tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come Dias
che impatta,
tra le palpebre gli occhi
son come Mauri guizzante,
i denti negli alveoli
son come un Ledesma furente.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il celeste vigor rude
ci allaccia le braccia
c'intrica le mani)
a ricordarvi chi siete!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su 'sta pippa a due mani
ignude,
su i nostri vestimenti
celesti,
su te che gemesti
che la natica si schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi t'illude,
o Boemo.