Ormai Fotia è entrato nella fase del delirio puro. E' triste vedere una persona della sua età, che magari da giovane sognava ben altre rivoluzioni, attaccarsi a definire come rivoluzionari (in un mondo dominato dai soldi) magnati americani, lobbisti, finanzieri e banchieri nazionali e internazionali (che magari negano un mutuo a un comune cittadino). Grande rivoluzione, sì.
http://www.ilromanista.it/component/content/article/8-redazionale/3301-la-rivoluzione-continua.htmlLa rivoluzione continua Domenica 13 Maggio 2012 08:55
CARMINE FOTIA
Che non sarebbe stato un pranzo di gala lo sapevamo. Sapevamo che qualsiasi
rivoluzione che coinvolgesse insieme l'idea di gioco, l'assetto societario, l'approccio con il sistema del calcio italiano, avrebbe incontrato ostacoli a non finire, e
l'avevamo messo nel conto. Tuttavia, se pensiamo che sarebbero bastati pochi punti in più per dare un senso diverso a una stagione che, per forza di cose, doveva essere di passaggio, ci assale un'amarezza che non vogliamo nascondere, fingendo che nulla sia accaduto. E' accaduto che un giovane e talentuoso allenatore (noi ci fidiamo, prima che del nostro, del giudizio di
mostri sacri del calcio come Arrigo Sacchi e Pep Guardiola, di quello di uomini di calcio come Baldini e Sabatini, di calciatori immortali come Totti e De Rossi, non di quello dei tanti
soloni incipriati che bocciano chiunque non corrisponda ai loro
cervellotici identikit), non abbia retto lo stress di una
pressione mediatica, di campagne organizzate per destabilizzare l'avvio della nuova Roma condotte da
denigratori di professione, dotti ipocriti, mestatori, vedovi di gloriose stagioni passate che meriterebbero ben altro ricordo che grottesche lettere che nessuno legge.
Qui non c'entra niente la libertà di critica che, anche volendo, nessuno può mettere in discussione. Qui non c'entrano niente i giudizi, necessariamente impietosi, sulle scelte e le partite sbagliate. Qui c' è una società che ha inaugurato una stagione nuova,
nel massimo della trasparenza, senza nascondere nulla e offrendo al giudizio dell'opinione pubblica e del popolo dei tifosi ogni sua scelta, da quelle tecniche a quelle disciplinari,
dai bilanci ai progetti, come quelli suo nuovo stadio. Nessuna di queste scelte è passata per i vecchi canali, privilegiando ora questo, ora quello, autorizzati così a sentirsi i padroni della Roma, in grado di dettarne le decisioni più importanti.
Tutto è avvenuto sulla scena pubblica, nulla è stato fatto al sol scopo di ottenere il favore di questo o di quello. Anche l'addio di Luis è avvenuto con questo stile, un nuovo
stile Roma, fatto di coerenza e di coraggio che, ne siamo certi, continuerà anche in futuro, perché su questo Franco Baldini è stato chiaro: si va avanti con il nostro progetto.
Il problema non è di Luis Enrique, né di Franco Baldini e tantomeno della proprietà americana. Il problema è una mentalità che è del calcio italiano ma che a Roma si esprime con incredibili vette di parossismo, una mentalità provinciale che non apprezza
le idee nuove, la fantasia e l'innovazione. Nel candido addio di Luis, chiaro e onesto come sempre, c'è la denuncia di una situazione giunta a un limite di guardia. Riguarda Roma, ma non solo Roma: qualcuno vuole domandarsi perché tutti i grandi allenatori italiani: da Capello a Spalletti a
Ancellotti a Mancini abbiano scelto di allenare all'estero? La risposta più semplice è perché li pagano di più. Possibile che nessuno si domandi se, oltre ai soldi, conti anche questa strutturale incapacità italiana di attendere con pazienza l'esito di strategie più lunghe di una stagione? Dove sarebbe Mancini se al Manchester City non avessero avuto fiducia in lui, al di la' dei primi risultati deludenti? Questo difetto italiano, a Roma, l'abbiamo già detto, tocca punte di esasperazione inaudite. E, lo chiarisco per l'ennesima volta, il mio giudizio non coinvolge i
tifosi che hanno avuto molta pazienza e che comunque hanno tutto il diritto di esprimere la loro gioia come la loro insoddisfazione.
La Nuova Roma ha toccato fili scoperti, esponendo la brutta fotografia del passato:
un'arretratezza manageriale, una dipendenza dai (piccoli e grandi) centri di potere mediatici economici e politici. Sono costoro che
si son messi di traverso fin dal primo momento, intuendo che la strategia della nuova società, se coronata da successo, li avrebbe costretti a rapportassi in modo del tutto diverso alla
Nuova Roma. C'è chi scrive che l'addio di Luis sia il fallimento di questa "magnifica avventura ", e chiede a Baldini di recitare il mea culpa, di tornare a farsi proteggere dai vecchi centri di potere.
Non hanno capito niente: incassata con sofferenza la rinuncia di Luis Enrique, Franco Baldini ha rilanciato, chiedendo un "voto di fiducia" al prossimo Consiglio D'Amministrazione, per andare avanti con le
idee di cui è portatore. Siamo certi che l'otterrà. E che la utilizzerà bene, magari rinunciando a un eccesso di buone maniere.
Per il futuro: meno fioretto e più sciabola. La
Rivoluzione Romanista, dunque, fa tesoro delle sconfitte e riparte.
Se la guida sarà Vincenzo Montella, come tutto sembra far credere, noi gli saremo vicini con affetto e stima, con la mente e con il cuore, al contrario di chi, volendo solo distruggere la Nuova Roma, oggi lo adula
pronto a fucilarlo ai primi errori. Intanto, lasciateci salutare Luis con il rimpianto dei
grandi amori che finiscono per l'ineluttabile durezza della vita.
Ultimo aggiornamento Domenica 13 Maggio 2012 09:02