Il pianto di Julio Cesar prima dei rigori mi ha impressionato.
La prima reazione che ho avuto appartiene a quelle becere. Mi è venuto da pensare istintivamente alla supposta virilità dell'atleta di grande livello. Uno esperto come lui non piange come un bimbo il primo giorno d'asilo; e invece sì.
Quel piangere prima, e non, eventualmente, dopo, nel caso fosse andata male. Lì per lì non l'ho capito. Ho continuato a difendere dentro di me il mito dell'uomo vero che non piange, e se proprio lo deve fare, almeno lo fa di nascosto, con discrezione, con dignità.
In generale mi ha colpito molto l'emotività dei giocatori brasiliani. Se non sbaglio, anche Thiago Silva aveva le lacrime prima della partita con la Croazia. La seconda reazione becera che ho avuto si può riassumere in un sogghigno e in un pensiero: "questi (i brasiliani) se non vincono il Mondiale si sparano". Cercavo di difendere la convinzione che ci sia qualcosa di antiestetico nel pianto, soprattutto in quel pianto. Piangere perché hai paura di non farcela. È vero che "è tanto libberatorio", però ti vedono tutti. Neanche uno sforzo per nasconderla, Julio Cesar mi ha proprio voluto dire che aveva paura.
Per una partita di calcio si può provare una paura così intollerabile? Non l'avrei mai detto, ma la risposta è sì.