Quest'abitudine di festeggiare prima credo sia la maggior differenza in assoluto tra noi e loro. Credo sia una conseguenza diretta di un ambiente che li coccola, li vizia, e fa creder loro di essere ciò che non sono. Perché mai un romanista non dovrebbe credere ogni anno che vinceranno lo scudetto se tutti i quotidiani al di qua del raccordo esplodono ogni giorno titoloni su quanto sono belli forti ed invincibili?
Quello che mi lascia attonito del romanista è come mai, dopo decenni di siluri nel culo, di magliette e bandiere celebrative riposte in fondo a cassetti, dietro a cimeli tipo playmen o lando, di abbandoni di ogni speranza di solito già prima di Natale, continuino imperterriti in questa colossale operazione di auto-sfiga. Ma l'esperienza porta anche esseri unicellulari ad allontanarsi, che so, da un posto dove sanno che qualche altro essere se li magna. Loro no. Hanno già vissuto mille volte, tipo Ricomincio da zero, quel film dove Bill Murray è costretto a rivivere ogni giorno lo stesso giorno, la stessa esperienza. Casualmente (ma forse non troppo) sempre a Roma, davanti ai loro occhi. Dal Liverpool, all'Inter, a Vavra, al Torino, al Lecce, a Pazzini, alla Lazio, of course, avversari che si abbracciano ed espongono coppe (DOPO) in giri di campo festanti mentre la sud ripone gli striscioni e mestamente si svuota.
Niente. Per usare una azzeccata perifrasi, in culo gli entra, in testa no. Ieri il fesso ha proclamato che vinceranno a Rotterdam e poi batteranno la Juve. Alleluja.
Che il Signore li mantenga sempre così. Perché anche nei nostri momenti più tristi ed autodistruttivi, una certezza, come un raggio di sole che squarcia le nuvole, ci accompagna. Che qualcuno, in qualche momento, all'Olimpico, festeggerà sotto la loro curva. E non avrà la maglia della roma.