L'imperitura lotta contro la violenza negli stadi. rilettura del modello inglese

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L'imperitura lotta contro la violenza negli stadi. rilettura del modello inglese
« il: 12 Dic 2015, 08:08 »

Di cosa parliamo quando invochiamo “il modello inglese”


di minima&moralia pubblicato venerdì, 20 giugno 2014 · 4 Commenti

calcio4

di Carlo Maria Miele

Calcisticamente parlando, nei primi anni ottanta l’Inghilterra è il grande malato d’Europa. “English disease” è il termine coniato dagli stessi inglesi per definire un fenomeno di massa che sembra sfuggire a qualunque controllo. Orde di hooligan accompagnano le trasferte dei club britannici e della nazionale nel continente, con l’inevitabile contorno di violenze.

I casi tristemente celebri non mancano, dalla strage dell’Heysel (1985), che segna la messa al bando delle squadre inglesi dalle competizioni internazionali, alla battaglia di Luton-Millwall (sempre 1985), fino al massacro di Hillsboourogh (1989).

Proprio quest’ultimo episodio porta alla stesura del celebre Taylor Report [1], che cambierà il volto degli stadi e del calcio d’oltremanica fino a trasformarlo in quello che è oggi: un tesoro da esportazione (4,7 miliardi il valore in diritti televisivi) invidiato da tutto il mondo. Lo stesso invocato a intervalli regolari dalle nostre autorità, come riferimento idilliaco a cui ispirarsi per rimettere ordine nel calcio italiano.

Oltre la repressione, niente

Peccato che, dalle nostre parti, ogni volta che si parla di “modello inglese” sembra mancare ogni riferimento realistico alla complessità della trasformazioni avvenute in questi trent’anni nel Regno Unito.

Dopo i fatti di Fiorentina-Napoli, il presidente del Coni Malagò ha invitato a “fare come la Thatcher” (ignorando il ruolo marginale, senon controproducente, giocato in questo ambito dalla lady di ferro [2]). Stesso appello arriva dai grandi media: la Gazzetta dello Sport, il quotidiano più letto del paese, rielabora la ricetta inglese, sintetizzandola in tre misure chiave:
◾“scioglimento di tutte le forme di tifo organizzato”
◾“divieto di ogni forma di striscione”
◾“galera, intesa come certezza della pena, da scontare e non da aggirare grazie all’immancabile espediente legale”

Il modello inglese, insomma, diventa in Italia sinonimo di repressione. Si fa cenno all’introduzione delle telecamere a circuito chiuso, all’obbligo di assistere alle partite da seduti, alle frequenti operazioni di intelligence della polizia contro gli ultras, agli arresti in flagranza e all’impennata (anche questa funzionale all’obiettivo “ordine pubblico”) dei biglietti delle partite.

A voler guardare bene, invece, si scoprirebbe che, dietro l’abusata formula, c’è anche altro. Diversi fattori – tanto quanto le innovazioni nell’apparato normativo – hanno contribuito, nel corso di un trentennio, a creare il modello attuale. Per lo più si tratta di movimenti dal basso. In altre parole, cambiamenti sociali e culturali spontanei, che non possono certo essere esportati in quanto tali, ma che nemmeno andrebbero ignorati da chi vuole fare un discorso serio e non propagandistico sull’argomento.

Cambia la musica

Andrebbe detto innanzitutto che, strano a dirsi, buona parte degli hooligan non sono stati “cacciati” dagli stadi inglesi, ma se ne sono andati di propria iniziativa.

Per quanto esistente  negli stadi inglesi da sempre (e tuttora, come vedremo più avanti), il connubio violenza-calcio acquista una vera centralità proprio negli anni ottanta, di pari passo con la diffusione della subcultura casual. Prima a Liverpool e poi nel resto del paese, i giovani della workingclass iniziano a indossare capi sportivi firmati, che gli consentono di passare inosservati anche fuori dal proprio “ghetto” e di prendere in contropiede le forze dell’ordine. Succede così, in quegli anni, che, mentre la polizia va ancora a caccia di skinhead in Doctor Martens, i nuovi hooligan, con polo Sergio Tacchini e Adidas ai piedi, possono agire liberamente.

Alla fine del decennio d’oro dell’hooliganismo, quella generazione che nelle terraces avevano trovato il principale punto di aggregazione semplicemente lascia il passo, per naturali ragioni anagrafiche.

Come spiegò Mark Gilman già nel 1994 [3], a cavallo tra gli anni ottanta e novanta nelle subculture giovanili avviene un profondo processo di trasformazione, esemplificata nell’affermazione della moda dei rave party e dalla diffusione di nuove droghe sintetiche. Si diffonde la acid house e nasce il fenomeno Madchester. I casual – che nello scontro fisico con le forze di polizia e con le altre firm la principale ragion d’essere – sono invecchiati, e si riciclano come organizzatori dei rave e spacciatori per una nuova generazione meno interessata alla violenza da stadio e più agli acidi. Il motto di quella generazione – impensabile fino a pochissimo tempo prima – diventa “good music, gooddrugs and no violence”.

Il brusco cambiamento di rotta non viene apprezzato da tutto il mondo del tifo organizzato (è di quegli anni la maglia stampata dai supporter del Chelsea: “Hooligans Against Acid”) ma contribuisce sensibilmente a cambiare il volto degli stadi inglesi, tanto quanto le leggi approvate in quegli stessi anni.

Niente panico

Un altro contributo alla “sparizione” degli hooligan viene dal discorso mediatico, che in quegli stessi anni cambia marcatamente [4]. Come spesso accade per le emergenze mediatiche, l’allarme sociale viene meno quando queste ultime spariscono dalle prime pagine dei giornali e dalle aperture dei tg, al di là della loro effettiva diminuzione in termini statistici.

Per tutti gli anni ottanta sui giornali inglesi si diffonde una sorta di panico da hooligan. I frequentatori degli stadi sono brutti sporchi e cattivi, “geneticamente” inclini alla violenza. Gli episodi criminali vengono amplificati e raccontati con toni sensazionalistici, gli editoriali di condanna si sprecano.

Dopo Hillsborough il discorso cambia, anche per sostenere gli sforzi compiuti – in termini di ordine pubblico – dal governo conservatore. A partire da questo momento sui media – quando si parla di stadi – si tende generalizzare meno. Si pone anche l’attenzione sui pregiudizi e sui maltrattamenti che i tifosi inglesi (non più chiamati “hooligan”, ma semplici “tifosi”) subiscono da parte delle forze di polizia straniere in occasione delle trasferte all’estero.

Il calcio inglese diventa glam

Cosa determina questo cambio di linea? Innanzitutto la liberalizzazione del mercato televisivo e lo sbarco nel Regno Unito di colossi dei media, a partire da Sky di Rupert Murdoch. Nasce l’esigenza di dare un’immagine diversa del campionato e del calcio inglese, più glam e più vendibile all’estero.

La reinvenzione culturale ed economica del calcio inglese ha successo. Il nuovo spettacolo confezionato dalle tv piace di più alla middle class, che – visto il vertiginoso aumento del prezzo dei biglietti [5] – è anche la sola che può permettersi l’accesso ai nuovi stadi, mentre le frange più violente (e più povere) del tifo vengono marginalizzate.

Il discorso mediatico sul calcio inglese cambia, spesso, al di là di quanto avvenga nella realtà. Secondo AnastassiaTsoukola, professore associato dell’Università di Paris XI, “gli inglesi non sono mai venuti a capo dell’hooliganismo, lo hanno semplicemente nascosto sotto il tappeto” e “hanno fatto uno straordinario lavoro di marketing per vendere un fallimento per un successo totale” [6].

Negli ultimi decenni, ad esempio, sono aumentate le risse nelle serie minori (quelle in cui il controllo delle forze di polizia e meno rigido) e nei pub. Tali fenomeni, tuttavia, non vengono contati nelle stime ufficiali, perché non rientrano statisticamente nella categoria “hooliganism” e quindi, semplicemente, non esistono.

Con i facinorosi si tratta

La conclusione che se ne può trarre è che la parte repressiva del modello inglese, quella che inevitabilmente tutti, anche oggi, invocano, non sia stata necessariamente quella più efficace. Di sicuro non è la sola.

È significativo che alcune delle misure più dure inizialmente adottate in Inghilterra negli anni ottanta per limitare il fenomeno hooligan furono successivamente ritirate perché ritenute controproducenti o addirittura pericolose. È il caso del sistema di schedatura degli spettatori (una sorta di “tessera del tifoso” ante litteram voluta dal governo Thatcher) e delle barriere metalliche poste tra spalti e campo. Proprio queste ultime furono messe sotto accusa dal citato rapporto Taylor, in quanto considerate una delle cause della tragedia di Hillsborough, e pertanto vennero rimosse.

A fronte di un Napolitano che oggi invita a “non trattare con i facinorosi”[7], ci sono prove evidenti del fatto che le politiche più efficaci contro la violenza negli stadi risultano essere quelle più inclusive [8]. Al contrario quelle maggiormente repressive hanno avuto per un verso l’effetto di rafforzare la percezione dei tifosi  come “problema” e dall’altro quello di accentuare e cristallizzare la contrapposizione tra frange marginali del tifo e polizia, sintetizzato nel celebre acronimo ACAB (All the Cops are Bastard), la cui popolarità ha da tempo travalicato i confini del calcio.

Alcuni modelli per lo studio dei comportamenti delle folle, come il noto “Elaborated Social Identity Model (ESIM)” evidenziano come “l’uso indiscriminato della forza può innescare un processo psicologico tale da trascinare nel conflitto anche coloro che erano giunti a un evento senza alcuna preventiva intenzione conflittuale” [9].

La conseguenza è che, per evitare tali meccanismi, i piani di ordine pubblico dovrebbero prevedere esplicitamente e in maniera stabile un dialogo tra le parti prima, durante e dopo la gara.

A fronte della tendenza alla progressiva commercializzazione del calcio, che ha naturalmente accentuato la distanza – sia reale che percepita – tra le società di calcio e i suoi sostenitori, aumentando le tensioni, andrebbe riconsiderato l’imperativo oggi dominante di tagliare i ponti tra ultras e club. Piuttosto, sarebbe opportuno che i tifosi fossero coinvolti, e che le società esercitassero un ruolo maggiormente inclusivo. Nel Regno Unito e resto d’Europa, il ragionamento su questi temi va avanti da tempo.

In definitiva bisognerebbe chiedersi: Quando invochiamo il modello inglese, esattamente di cosa parliamo?

http://www.minimaetmoralia.it/wp/calcio-e-modello-inglese/



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Re:L'imperitura lotta contro la violenza negli stadi. rilettura del modello inglese
« Risposta #1 il: 12 Dic 2015, 09:21 »
Le leggi su stadi e violenza, fuori dall’Italia
di Luca Misculin – @LMisculin
Come Inghilterra, Spagna e Germania hanno affrontato e risolto il problema: non c'è una sola strada possibile. Ma poi lo hanno risolto davvero?

http://www.ilpost.it/2014/05/09/leggi-violenza-calcio-tifosi/
 


Negli ultimi giorni, in seguito agli scontri di Roma prima della finale di Coppa Italia, si è tornati a discutere dei problemi di sicurezza degli stadi italiani e delle tifoserie organizzate. Queste discussioni sono accompagnate quasi sempre da vaghi richiami al modo in cui altri paesi occidentali con guai simili ai nostri abbiano risolto i loro problemi, e le loro soluzioni sono spesso mitizzate o descritte superficialmente: come se fosse veramente facile ripristinare la normalità e la ricetta sia soltanto una e molto semplice. Se si va a vedere come funzionano le cose nei tre grandi paesi europei che ospitano i tre principali campionati di calcio – l’Inghilterra, la Germania e la Spagna – si vede però che esistono modi molto diversi per affrontare e risolvere il problema della violenza, e che non tutti funzionano allo stesso modo e nello stesso arco di tempo.

Inghilterra
Già a partire dagli anni Sessanta in Inghilterra esistevano frange organizzate di tifosi molto violenti, i cosiddetti hooligans. Nel corso degli anni – e dopo molti incidenti – il problema guadagnò rilevanza nazionale: nel 1989 il governo di Margaret Thatcher approvò il Football Spectators Act, una legge che prevedeva una sorta di schedatura nazionale dei tifosi, che per assistere a una partita avrebbero dovuto possedere obbligatoriamente una specie di “tessera del tifoso”. La misura si rivelò controproducente perché troppo macchinosa, come segnalò fra le altre cose il famoso rapporto del giudice Peter Taylor sulla strage di Hillsborough, nella quale morirono 96 tifosi del Liverpool.

Taylor propose allora di risolvere il problema intervenendo sul rinnovamento degli impianti, che all’epoca in Inghilterra erano poco frequentati e fatiscenti: e suggerì in particolare di dotare tutte le tribune dove si assisteva alla partita in piedi – che erano anche quelle il cui biglietto costava meno – di seggiolini numerati, di modo da evitare incidenti dovuti alla presenza di troppe persone. Le raccomandazioni del rapporto Taylor furono rese obbligatorie dalla federazione calcistica inglese nel 1994: la partecipazione delle squadre ai due campionati maggiori (la Premier League e la Championship) fu vincolata all’adeguamento degli stadi, che avrebbero dovuto comprendere unicamente posti a sedere.

Qui comincia la parte meno nota della storia. Racconta il Guardian che in quel periodo i club inglesi si trovarono fra le mani molti più soldi rispetto agli anni precedenti, sia a causa del miglioramento dei contratti per i diritti televisivi sia perché il governo mise a disposizione un fondo per sostenere la riqualificazione degli stadi decisa dalla federazione. Quel fondo fu finanziato in parte anche dai proventi del gioco d’azzardo sul calcio. Questo provvedimento è spiegato in un rapporto di Chris Whalley, un dirigente che si occupa di sicurezza della federazione inglese: «all’inizio il governo inglese – in accordo con le aziende che gestivano le scommesse – ridusse la tassazione sul gioco che aveva imposto sulle aziende. Il denaro accumulato dallo Stato grazie a questi tagli fu incanalato in un fondo speciale dal quale potevano attingere le squadre per qualsiasi lavoro sui propri stadi». Ancora oggi il governo sovvenziona a sua discrezione alcuni progetti privati o a gestione mista: nel 2013, per esempio, la ristrutturazione del nuovo stadio del West Ham sarà pagata per 60 milioni di sterline – circa 73 milioni di euro – dal governo (si stima che il progetto costerà in tutto fra 150 e 190 milioni di sterline); la federazione inglese mette invece a disposizione un fondo annuale di 6 milioni di sterline – circa 7,3 milioni di euro – per finanziare progetti di ristrutturazione di squadre locali.

I molti soldi a disposizione e la posizione aperta del governo indussero molte squadre a costruire da zero un nuovo stadio, oppure a restaurare completamente quello vecchio. Inevitabilmente la costruzione e la gestione di impianti del genere ha comportato un notevole aumento dei prezzi dei biglietti nel corso degli anni, e l’aumento dei prezzi dei biglietti è considerato una misura per fare una rozza “selezione sociale” del pubblico. Nel 1990 assistere dal posto più economico a una partita all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United, costava solo 3,5 sterline. Nel 2011, adeguando quella cifra all’inflazione, quello stesso prezzo sarebbe stato 6,20 sterline: nella stagione 2010-2011 il biglietto più economico per l’Old Trafford costava invece 28 sterline (oggi 31 sterline, circa 37 euro), cioè quasi cinque volte tanto. Tuttora la Premier League è il campionato europeo di calcio in cui il costo medio del biglietto più economico è il più elevato.

Per quanto riguarda la responsabilità di ciò che avviene sulle tribune durante la partita, un documento governativo pubblicato nel 1973 e chiamato Guide to Safety at Sports Grounds (di solito chiamato “la guida verde”, a causa del caratteristico colore della sua copertina) specifica chiaramente che «la responsabilità della sicurezza degli spettatori è sempre a carico di chi gestisce l’impianto, che normalmente è il proprietario o il locatario dello stesso». Nel caso degli stadi inglesi, quasi tutti privati, parliamo quindi delle società sportive e non dell’autorità pubblica. Il responsabile dell’impianto è tenuto ad assumere degli steward per assicurare «la salute e la sicurezza di chiunque assista alla partita». In caso di partite particolarmente delicate la polizia può scortare alcune tifoserie all’interno dello stadio e presidiare alcune aree all’esterno di esso considerate a rischio. Attualmente, per le leggi britanniche, è reato – fra le altre cose, di cui un elenco si può trovare qui, nell’ultimo documento della pagina – entrare in uno stadio con una bevanda alcolica o con dei petardi, lanciare oggetti in campo e cantare cori razzisti.

Sulla base di una condanna legata a questi reati, oppure su segnalazione della polizia, un tifoso può ricevere dalla federazione un provvedimento restrittivo che gli impedisca di recarsi allo stadio per un periodo compreso fra tre e dieci anni: i provvedimenti sono flessibili e modellabili sulle abitudini del condannato. Dato che lo stadio è privato, però, ciascuna squadra può decidere autonomamente di prendere provvedimenti particolari nei confronti di un proprio tifoso, senza dover consultare l’autorità pubblica: pochi giorni fa, per esempio, il Manchester United ha comunicato a un suo abbonato che lo avrebbe sospeso «a tempo indeterminato» poiché si era presentato a una partita con una lattina di birra.

Nonostante di tanto in tanto accada ancora qualche episodio di violenza (nel 2010 la BBC raccontava che stava emergendo una nuova generazione di hooligans, dall’età media inferiore ai vent’anni), in Inghilterra gli arresti per reati collegati alle partite di calcio in seguito alla stagione 2012-2013 hanno riguardato 2.456 persone, circa lo 0,01 per cento degli spettatori totali, la seconda cifra più bassa da quando si registra questo tipo di dati.

Germania
Anche in Germania esistono diversi gruppi di tifosi organizzati ed esiste il problema della violenza. Uno degli incidenti più gravi e recenti è accaduto a Dortmund il 20 ottobre 2012, quando prima di Borussia Dortmund-Schalke 04 furono arrestati 180 tifosi per comportamenti violenti (i feriti in totale furono 11, di cui 8 agenti di polizia). Alcuni mesi prima, nel maggio del 2012, durante una partita fra il Karlsruhe e il Ratisbona alcuni scontri alla fine della partita causarono 75 feriti, 18 dei quali erano agenti della polizia. Un articolo dello Spiegel del novembre 2013 segnala un aumento dell’adesione di gruppi di estrema destra in alcune tifoserie delle squadre più note: un problema, comunque, noto da anni.

Nel 2012 un rapporto del governo segnalò che il problema dei tifosi violenti era diventato sempre più rilevante a partire dal 2000. Nel corso del 2012 la Deutsche Fußball Liga (un’associazione di cui fanno parte le squadre delle due serie più importanti, la Bundesliga e la 2.Bundesliga), la Deutscher Fußball-Bund, la federazione nazionale di calcio, e il ministero degli Interni lavorarono a nuove norme e linee guida: il 27 settembre 2012 ne venne fuori un documento intitolato Sicheres Stadionerlebnis, traducibile con “Una sicura esperienza allo stadio”, in seguito approvato dalla DFL il 12 dicembre 2012. Contestualmente, nel luglio del 2012, la federazione e la polizia dichiarono che avrebbero aumentato fino a 10 anni – in precedenza erano 3 – gli anni di divieto di assistere alle partite per le persone giudicate colpevoli di reati collegati al tifo.

Nel documento del 27 settembre viene chiarito che «durante l’esecuzione del gioco, la maggiore responsabilità nello stadio è del club insieme alla polizia, ma non la zona fuori da esso [che è pertinenza della polizia]». L’ordine del giorno approvato dalla DFL, che integra gli spunti del documento del 27 settembre, auspica fra le altre cose l’introduzione di un più efficace sistema di telecamere a circuito chiuso negli stadi, che puntino sugli spalti; impone che ogni squadra debba nominare un responsabile per la sicurezza che sia presente a ogni partita giocata in casa e sia in contatto con la polizia, e chiede l’intensificazione dei controlli all’entrata degli stadi per escludere i tifosi in possesso di bevande alcoliche, armi o petardi.

Molti tifosi si sono lamentati per l’eccessiva durezza di alcune di queste misure: Ostklassiker, un blog sportivo che si occupa di calcio tedesco, aveva accusato la federazione di volere ledere la privacy dei tifosi pur non avendo la qualifica di ente pubblico. Nel documento del 27 settembre, a pagina 32, la federazione auspicava che la polizia modificasse il proprio regolamento per poter condividere informazioni riguardo indagini in corso su alcuni tifosi; e in generale, le nuove norme approvate a dicembre prevederono una stretta collaborazione fra squadre e polizia locale. La squadra di 2.Bundesliga Union Berlin produsse un documento di nove pagine per spiegare che le nuove norme della federazione erano «inaccettabili».

I club possono comunque vietare l’accesso ai propri stadi a particolari tifosi di altre squadre: recentemente, nel gennaio del 2014, lo Schalke 04 ha proibito sia l’accesso allo stadio sia l’avvicinamento ad esso a 498 tifosi del Borussia Dortmund a causa di alcuni scontri avvenuti l’anno precedente.

Poco prima dell’approvazione della bozza, il 27 novembre 2012, alcune tifoserie protestarono restando in silenzio per i primi 12 minuti e 12 secondi di ciascuna partita (per ricordare il 12 dicembre, giorno nel quale sarebbe stato votato il rapporto). La protesta si può spiegare col fatto che il ruolo dei tifosi nel calcio tedesco è piuttosto rilevante: la federazione ha una regola interna secondo la quale nessuna persona può possedere individualmente il 51 per cento delle quote di ciascuna squadra, che deve poter essere controllata dai propri tifosi (sebbene esistano alcune eccezioni). Tuttora, per esempio, in Germania è permesso attrezzare tribune senza seggiolini per tifare in piedi, e i prezzi dei biglietti e degli abbonamenti rimangono “calmierati”: l’abbonamento stagionale più economico per le partite di casa del Borussia Dortmund costa 190 euro (contro i 410 chiesti dalla Juventus, per fare un paragone).

Secondo l’annuale report della polizia tedesca sulla violenza nel calcio, i tifosi feriti a causa di alcuni scontri durante la stagione di Bundesliga e 2.Bundesliga 2012/2013 sono stati 788, in calo rispetto alla stagione precedente nella quale erano stati 1.142. È calato di molto anche il numero di persone denunciate per reati collegati al tifo: due stagioni fa furono 8.143, mentre al termine della stagione 2012/2013 sono stati 6.502.

Spagna
Anche in Spagna sono presenti gruppi di tifosi organizzati, a volte anche caratterizzati da istanze politiche indipendentiste: gli ultrà dell’Atletico Bilbao sono noti per sostenere una maggiore indipendenza dei Paesi Baschi nei confronti della Spagna, così come da decenni esistono i Boixos Nois, una frangia nazionalista catalana dei tifosi del Barcellona ufficialmente bandita dall’assistere alle partite della squadra nel 2003. Ancora, da anni esiste in Spagna un problema riguardante i cori e le manifestazioni razziste durante le partite: l’episodio più recente è accaduto appena dieci giorni fa, quando durante Villarreal-Barcellona un tifoso lanciò una banana al giocatore del Barcellona Dani Alves, ma ci sono molti precedenti.

Per contrastare tutto ciò il 9 marzo del 2010 il governo spagnolo di centrosinistra – guidato da José Luis Rodríguez Zapatero – approvò il “Reglamento de prevención de la violencia, el racismo, la xenofobia y la intolerancia en el deporte“, che comprende e migliora una legge del 1993 più volte emendata e modificata nel corso degli anni.

All’articolo 55 della legge viene spiegato che il ministero degli Interni durante un evento sportivo assume «il compito di dirigere, organizzare, coordinare e controllare i servizi di sicurezza in occasione dell’evento». In particolare, spiega l’articolo 43, «le forze dell’ordine sono direttamente responsabili della protezione dei partecipanti, degli spettatori e del corpo arbitrale, dentro e fuori dal campo e durante il tragitto verso di esso e prendono i provvedimenti necessari secondo le circostanze di ogni caso».

Il ministero, però, ha la facoltà di nominare dei “coordinatori alla sicurezza” che ne facciano le proprie veci e abbiano competenza su alcune regioni o categorie di un dato sport e che facciano da raccordo fra le forze dell’ordine e il club. Il coordinatore, come spiega l’articolo 61, è tenuto a «organizzare le misure di sicurezza specifiche; mantenere le relazioni e le comunicazioni necessarie con il CdA del dato club, e col responsabile del servizio di sicurezza del dato club; coordinare le attività di tutti gli enti che partecipano all’evento sportivo in funzione di contenimento del rischio, e in particolare la polizia municipale». Il coordinatore, spiega la legge, può per esempio decidere di disporre in un certo posto alcuni agenti di polizia – sia dentro che fuori dallo stadio – in accordo con i dirigenti locali e in genere supervisiona ciò che spetta a ciascuna società: cioè, essenzialmente, gestire la vendita dei biglietti, assicurarsi che all’interno dello stadio non vengano introdotte bevande alcoliche o armi e che non siano cantati cori violenti o razzisti.

Le infrazioni e le sanzioni sono rimaste quelle contenute nella penultima legge in materia, quella del 7 luglio 2007. La società vengono sanzionate nel caso non rispettino i parametri di sicurezza e agibilità della struttura, mentre i tifosi nel caso abbiano comportamenti violenti o razzisti e che ostacolino in qualche modo lo svolgimento della partita. Sia le società sia i tifosi coinvolti, nel caso abbiano compiuto i reati descritti qui sopra, sono tenuti a pagare una multa la cui entità è stabilita dal giudice, e la cui pena massima varia a seconda della gravità del reato: per un’infrazione “lieve” le multe vanno da 150 a 3000 euro, per quelle “gravi” da 3000 a 60mila euro e per quelle “molto gravi” da 60mila a 650mila euro. Le società, inoltre, possono essere punite con la pena aggiuntiva della squalifica fino a due anni del campo e, nei casi più gravi, la chiusura temporanea dell’impianto (anche questa fino a due anni). I tifosi possono invece ricevere un provvedimento restrittivo che gli vieti di entrare in uno stadio per un massimo di cinque anni.

Guardando ai dati, a partire dalla stagione 2009/2010 fino alla stagione scorsa – la 2012/2013 – si vede che i numeri sono rimasti piuttosto stabili: cinque anni fa, alla fine dei due maggiori campionati, le proposte di sanzione contro spettatori e società furono in tutto 895: nel corso delle successive stagioni sono scese lievemente e nel 2013 sono state 767. Sono scese di molto, però, le proposte di sanzione per atti razzisti, in un dato che aggrega anche i campionati minori e il basket: nel 2009 ci furono 26 sanzioni (più del 2 per cento di quelle totali), mentre nel 2013 sono state solo 9 (0,78 per cento di quelle totali).

Quindi?
Inghilterra, Germania e Spagna adottano – con risultati diversi, e partendo da problemi di diversa entità – tre differenti approcci, mostrando come non ci sia una sola strada possibile. In un caso (Inghilterra) c’è una fortissima responsabilizzazione delle società sportive, accompagnato da un complessivo miglioramento delle strutture sportive sostenuto e parzialmente finanziato dallo Stato, successivo al fallimento di una misura simile alla nostra “tessera del tifoso”; in uno (Germania) c’è una stretta collaborazione tra società sportive e amministrazione pubblica; in un altro (Spagna) è lo Stato ad assumersi la piena responsabilità della sicurezza e dei controlli dentro e fuori gli stadi.

Se in tutti questi casi si è riusciti a ridurre corposamente il numero di scontri violenti dentro e fuori gli stadi, in nessuno di questi paesi il problema può dirsi del tutto risolto: i problemi all’interno o nelle vicinanze delle strutture sportive si verificano molto raramente ma il problema delle tifoserie organizzate esiste ancora e genera di tanto in tanto guai e discussioni, anche in luoghi e circostanze distanti dalle partite di calcio. Per garantire la sicurezza in un posto preciso in un momento preciso possono essere sufficienti regole rigide e persone che le facciano rispettare, e in Italia a riguardo la situazione è da anni in netto miglioramento: i tifosi e gli steward feriti furono 265 alla fine della stagione 2004/2005 e sono stati 83 alla fine della stagione 2011/2012, sono in calo le denunce e sono in calo gli arresti. Per le questioni culturali e sociali, invece, le cose non sono così semplici.

Offline robylele

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Re:L'imperitura lotta contro la violenza negli stadi. rilettura del modello inglese
« Risposta #2 il: 12 Dic 2015, 16:47 »

sarebbe opportuno che i tifosi fossero coinvolti, e che le società esercitassero un ruolo maggiormente inclusivo. Nel Regno Unito e resto d’Europa, il ragionamento su questi temi va avanti da tempo.


post molto interessante, grazie.
Diciamo che in Italia si va nella direzione opposta, ancora pensiamo a mettere la polvere sotto il tappeto.

Offline fish_mark

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15968
Re:L'imperitura lotta contro la violenza negli stadi. rilettura del modello inglese
« Risposta #3 il: 12 Dic 2015, 17:03 »
La direzione giusta per trasformare il calcio in sport da cameraman
 

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