Simeone sbarca a Catania Un guerriero in panchina (L'Unità)

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Simeone sbarca a Catania Un guerriero in panchina (L'Unità)
« il: 20 Gen 2011, 09:48 »
Citazione da: Cosimo Cito - L'Unità 20/01/2011
Riecco il Cholo, duro, spigoloso come ai tempi belli, quando le dava e le prendeva, quando lui «era» lo spogliatoio, e chi non ci stava, era fuori, o fuori ci andava lui, senza compromessi, con quella faccia cattiva, sempre. Diego Pablo Simeone è tornato, allenerà il Catania al posto di Marco Giampaolo, che ancora una volta non riesce a finire una stagione su una panchina, stavolta è ingiusto più di altre volte. Ma Catania è una provincia d’Argentina (ben 10 atleti provengono da lì) e solo un argentino, pur rischiando, può governare argentini, così ha pensato Lo Monaco, così Pulvirenti, ciao Giampaolo, benvenuto Cholo. Simeone, le cui prime parole sono state di riconoscenza («Ringrazio la società per avermi riportato in Italia, per me questa è una bella sfida, un’esperienza importante»), è un animale da calcio, nato per il calcio, innamorato e ricambiato, dovunque. Lo ricordano a Pisa, ventenne in A, in una squadra sconcertante, ma l’aveva voluto Anconetani, fu un’intuizione, non poteva durare perché erano due destini disuniti: il Pisa affondava, Simeone cresceva. A centrocampo, a fare legna a modo suo, con la faccia da «meticcio», Cholo vuol dire questo, due razze, due sangui, Sudamerica nel viso e dentro il nero di quegli occhi che non smettono, nemmeno ora, di fare paura. Se ne andò al Siviglia con l’amico Maradona, lui per rimanere, l’altro per restare in allenamento dopo Napoli, la droga e la fuga. A Usa ’94 ritrovò l’altro, lo abbracciò per primo dopo l’epico gol alla Grecia, lo accompagnò all’antidoping dopo la Nigeria. Scomparso Diego scomparve l’Argentina, e Simeone. Riemerse immediatamente: l’Atletico Madrid con lui vinse il titolo, Colchoneros campioni prima di fallire per le follie del mitico Jesus Gil, l’Anconetani - però molto ricco - di Spagna. Ma prima che finisse, Simeone era già tornato in Italia. All’Inter, nel cuore di un’estate caldissima, nel ’97, quella di Ronaldo, Recoba, Gigi Simoni, ma anche Fresi, Galante e Colonnese. Arrivò anche il Cholo, doveva battersi e lo fece senza paura, l’Inter vinse solo la Coppa Uefa, poi Simeone litigò con Ronaldo e Moratti scelse il pupillo. Ovvio. La Lazio raccolse lo scarto e, come accade in questi casi, andò bene, ma bene davvero: scudetto, con un mitico gol del Cholo a Torino contro la Juve. Ma la scena madre non fu quella. Fu due anni dopo: il 5 maggio, naturalmente. La Lazio asfaltava l’Inter, uno dei quattro gol lo segnò proprio Simeone, di testa, dopo un calcio di punizione, con i nerazzurri allo sbando. Il Cholo pianse, si commosse, ricordò. Una domenica di lacrime. Restituì alla Juve ciò che le aveva tolto due anni prima, con un altro colpo di testa. La Lazio si scioglie e lui emigra, torna all’Atletico Madrid, torna un Colchonero (un materasso, bianco e rosso), poi è tempo di chiudere il cerchio e tornare ad Avellaneda, nella periferia bonaerense. Da giocatore poteva finire e finì, senza rimpianti naturalmente. La panchina arrivò presto, uno così, come il “Molosso” dell’“Uomo in più” di Paolo Sorrentino non può che sedersi là dove si prendono le decisioni a contatto col l’erba: Racing Avellaneda, Estudiantes. Da“studioso” vinse uno storico Apertura, battendo il Boca Juniors. A La Plata c’era anche l’amicone Veron, una coppia tostissima. Poi fu River, altro titolo, l’anno dopo è esonerato, e così anche al San Lorenzo. Due anni buoni, due anni disastrosi. Pulvirenti scommette, immemore di una verità lampante: le panchine argentine, in Italia, hanno sempre avuto poca fortuna. A parte il mago Herrera, naturalmente. Negli ultimi anni hanno fallito tutti. Carlos Bianchi appena arrivato chiese che quel numero 17, Francesco Totti, lasciasse Roma. Il Flaco Menotti, profeta in patria al Mondiale ’78, fece ridere alla guida della Sampdoria. Passarella ne perse 6 su 6 al Parma. Cuper perse tutto, faccia compresa, il 5 maggio, quando la testa affilata del Cholo...


 

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