preso in rete e, per quanto mi riguarda, lo condivido in pieno.
Donadoni è venuto a Formello, dopo un paio d'ore ha salutato tutti, è tornato in Emilia e ha prolungato con il Parma. Allegri, voglioso di ripartire e rilanciarsi, si è offerto, ha ascoltato e poi ha detto anche lui "no grazie", preferendo la solitudine ad un matrimonio che ha considerato pericoloso. Parliamoci chiaro, nessuno dei due era Mourinho o Simeone, ma parliamo comunque di gente che ha vinto qualcosa nella vita e che quindi sa come vincere. E, soprattutto, che ha ambizioni. E se sia Donadoni che Allegri hanno detto NO, significa che c'è ben poco a cui ambire accettando la panchina della Lazio e sposando il "progetto" di Lotito. Perché dietro le paillettes e lustrini su cui qualcuno sta puntando ad arte i riflettori per farli brillare meglio, c'è il nulla o quasi, se non il tentativo di recuperare il terreno e la credibilità perduta. Ma senza grandi idee, senza grandi ambizioni e con la solita clausola: il mercato lo fanno Lotito e Tare, l'allenatore deve solo dire di SI' e avallare pubblicamente qualsiasi scelta, spacciando qualsiasi acquisto e soprattutto qualsiasi cessione come "funzionale al progetto". Per questo, l'allenatore del futuro sarà il solito minestrone riscaldato rappresentato da Reja o una zuppa solo all'apparenza diversa chiamata Pioli.
Uno di quasi 70 anni che non ha mai vinto nulla e uno più giovane reduce dal licenziamento da una squadra che è retrocessa. Non c'è che dire, una scelta destinata ad accendere nuovamente l'entusiasmo di un popolo che ha deciso di abbandonare non la Lazio, ma chi la guida tenendola in ostaggio. Simone Inzaghi non era neanche lui un nome di grido, ma almeno era uno fatto in casa, giovane e poteva in qualche modo dare un senso al "progetto giovani" millantato da Tare e Lotito per nascondere la realtà: ovvero, che la Lazio ha bisogno di vendere i pezzi grossi e di incassare, ma anche di liberarsi di ingaggi pesanti (o di giocatori che pretendono rinnovi a cifre ben diverse dalle attuali...) per abbattere i costi, perché bisogna tirare la cinghia visto che le casse sono vuote o quasi. Si risparmia sul progetto tecnico, di certo non sui soldi da versare alle "parti correlate". Anzi, a quelle si versano sempre più soldi. Un po' come i governi che taglino su scuola e sanità, ma che poi destinano miliardi di euro alle "grandi opere", con risultati da pappatoia generale che sono sotto gli occhi di tutti: basta pensare all'Expo di Milano o al Mose di Venezia.
Per questo, non ci sarebbe da stupirsi se il famoso "PROGETTO ACADEMY" altro non fosse che un modo per farsi dare decine di milioni di euro a tasso agevolato dal Credito Sportivo, perché quello è l'unico sistema che conosce Lotito per portare soldi in cassa. Quindi, attenzione, perché in assenza di uno stadio (di cui stranamente non si parla più), il nuovo business potrebbe arrivare dalla cementificazione di Formello, dai mattoni. Con il Credito Sportivo pronto a prestarsi a dare ossigeno a Lotito, perché lo ha già fatto. Un esempio? Il famoso palazzo di Via Valenziani di cui era stata tanto decantato l'acquisto, non è stato utilizzato per farci la sede della Lazio, non è stato venduto per far fruttare l'investimento, è stato semplicemente "ipotecato" per ottenere poco più di 8 milioni di euro liquidi dal Credito Sportivo. Insomma, l'abbiamo preso per fare nuovi debiti perché la società non riesce a produrre nuove entrate, ad attirare sponsorizzazioni, a vendere in modo decente il marchio e il prodotto Lazio. E senza questo, il progetto è la "mediocrità". Riscatti Candreva dopo tre anni, ma pochi minuti dopo partono le trattative per cederlo al miglior offerente, ed allora ti serve un allenatore disposto a dire di SI' alla cessione. Donadoni e Allegri non avrebbero mai avallato (troppo alto il rischio di metterci la faccia con una piazza già in subbuglio e quindi di bruciarsi), quindi ecco servito un Reja-ter o il lancio di Pioli che per venire a Roma di condizioni non ne porrebbe. Insomma, un nuovo Ballardini, un Petkovic italiano o il solito Reja, quello che a gennaio era arrivato giurando di aver ottenuto ampie garanzie che la rosa sarebbe stata rinforzata e che poi ha accettato la cessione di Hernanes sostituito da Kakutà. E come sempre ha scaricato la colpa del fallimento finale sull'ambiente, non su chi ha fatto di tutto e di più per affondare la nave con due sessioni di mercato a dir poco disastrose.
Ma c'è chi si esalta, c'è chi esulta, c'è chi dice che se ne frega se Lotito incassa a piene mani dalla Lazio grazie alle sue aziende basta che arrivino Astori, Parolo e Basta. Giocatori normali che secondo qualcuno dovrebbero far fare il salto di qualità alla Lazio. Liberi di crederci, liberi di infilarvi direttamente l'amo con il nuovo abbocco, liberi di esaltarvi, ma non prendete per i fondelli la gente con lustrini e paillettes messi per far brillare un abito confezionato con materiali di seconda e terza scelta, sapendo che tanto la gente si fa abbagliare dalle luci e non guarda sotto, dietro e tantomeno quello che ci può essere oltre. Ma se poi partono i Candreva, i Lulic, i Radu e tutti i giocatori arrivati sconosciuti o quasi e che fuggono altrove per dar corpo alla loro ambizione di vincere qualcosa e se il progetto si rivela per quello che è (ovvero inesistente o mediocre) non vi avvelenate, perché in qualche modo anche voi come Ballardini, Petkovic, Reja più volte ed ora forse Pioli lo avete avallato.