propongo un premio speciale della giuria per zoro: categoria "stercaroli radical chic"
IL SOGNO DI ZORO di DIEGO BIANCHI (IL VENERDI DI REPUBBLICA | 18 MAGGIO 2012)
DA TURONE A HOLLANDE,
CERCANDO LO SCUDETTO
DELLA SINISTRA ITALIANA
«Certo che se vincevamo, se facevamo na magnata...». Sull'aereo di ritorno da
Torino, dietro me e mio padre, c'è chi si rammarica con il vicino di posto per
l'occasione persa, sia calcistica che enogastronomica. Dopo un silenzio che sa
d'infinito, il vicino risponde: «Vabbè, comunque amo paregiato, na magnata se
la potemo fa lo stesso». Un nuovo interminabile vuoto precede la definitiva
chiosa del primo dei due: «Ma perché, se perdevamo stasera nse magnava?».
È il 10 maggio 1981 e, fuori, è ormai buio quando la saggezza popolare ci
rende più morbido l'atterraggio a Fiumicino. Siamo due padri e due figli di
ritorno da un sogno spezzato, da un gol in fuorigioco che fuorigioco non era,
un gol che sta per diventare letteratura, romanzo popolare, motivo d'orgoglio
e presa per il C**O, comunque storia. Io, mio padre, il suo amico Roberto e
suo figlio Nicola abbiamo visto dal vivo «il gol di Turone», sotto la pioggia,
distanti dal fattaccio quel che bastava per non percepire in tempo reale il
torto che si subiva, la storia che salutava, la juventinità che ci sorrideva.
Quando arriviamo a casa di Roberto e Nicola siamo stanchi, delusi, affamati, e
soprattutto, senza notizie. Non c'è cellulare per comunicare con chi ha fatto
altro durante il giorno, non c'è Twitter o Facebook che informi, gli unici
amici con cui interagire siamo noi quattro. Il nostro social network acquista
spessore solo quando Fatima, la moglie di Roberto, ci apre la porta di casa e
incurante delle nostre facce appese, salta felice da una stanza all'altra
urlando con mia madre un'unica parola, che è un cognome e, con nostra sorpresa,
non è Turone.
«Mitterand! Mitterand! Mitterand!» scandiscono le donne indicando il
televisore. «Mitterand ha vinto!». È il 10 maggio 1981 quando Mitterand vince
le elezioni francesi, e la Juve vince di fatto il suo ennesimo scudetto. Penso
a quell'indimenticabile giornata di adolescente mentre, a tarda notte di
domenica 6 maggio 2012, cammino per Parigi. Alle mie spalle la Bastille
pericolosamente stracolma di gente per la vittoria di Hollande, nelle orecchie
la Marsigliese e l'Internazionale, negli occhi la figurina del vincitore che,
alle 20 spaccate, viene proclamato tale da una grafica degna di Amici di Maria
De Filippi. Stavolta la storia l'ho vista, a campi invertiti, ma l'ho
riconosciuta, non come a Torino nell'81. E pazienza se in Italia, intanto, la
Juve ha appena vinto lo scudetto. Se tanto mi dà tanto, tra un paio d'anni
dovrebbe toccare alla Roma. Magari con un governo più di sinistra di quanto
non fosse quello Fanfani. Qualcosa in meglio, anche nei ricorsi storici, si
può sempre cambiare.