Un angolo dove postare i proprio orrori letterari ci mancava... Poesie o brevi racconti eh, non poemi

Inizio io con un breve racconto.
Un giorno come gli altri, per il Dottor Ryian."E' un piacere rivederla, signor Ryian!" disse George entrando nel gabinetto del lussuoso studio psichiatrico sulla VondelStraat.
Erano le ore 7:13 di una fresca giornata primaverile e come tutte le mattine da un po' di tempo a quella parte, George Ryian si apprestava a slacciare i suoi eleganti pantaloni neri e poggiare il suo delicato culo sulla tazza del cesso griffata "bone china".
George era un uomo di mezza età dal fisico asciutto e dai capelli scuri, eccessivamente abitudinario come affermavano i suoi più stretti amici, ma era dotato di grande intuito e molto apprezzato nel suo campo dai colleghi. Alle ore 7:23 era solito alzarsi dal comodo asse del cesso e dopo le opportune pulizie recarsi a fare colazione nel bar sottostante.
Alle 7:32 entrava nel "Little Parrots" e dopo essersi seduto attendeva che Annie, la giovane e simpatica inserviente il cui sedere era oggetto di argomenti nei più disparati locali della città, gli servisse la colazione: fagioli scuri, bacon croccante, uova strapazzate e pane tostato.
"E' un piacere rivederla signor Ryian, la trovo in splendida forma!" usava dirle ogni mattina Annie, con una voce che non si discostava molto dal tono di un nastro registrato.
"E' sempre un piacere rivedere lei, Annie" rispondeva George compiaciuto come sempre dalla gentilezza naturale e dalle attenzioni della ragazza.
Alle ore 7:53 si versava l'acqua nel bicchiere a mezzo centimetro dall'orlo, spostava la bottiglia nel perfetto centro del tavolo (ponendo particolare attenzione affinché non toccasse le linee rosse della tovaglia a quadri), prendeva accuratamente le posate ed attendeva le ore 7:56, momento in cui iniziava a cibarsi.
George era un tipo dai modi pacati che amava consumare il suo pasto lentamente. Amava rilassare la mente prima di ritornare nello studio ed iniziare le terapie ai suoi ricchi e spesso celebri clienti.
Disponeva di poco più di un'ora per consumare la colazione, per leggere il giornale, per recarsi nuovamente nel bagno dello studio e completare le ultime necessità biologiche. Alle 9:00 in punto accoglieva il suo primo paziente nello studio esibendo un sorriso da spot pubblicitario.
Il "Little Parrots" era un caffè arredato in vecchio stile e gestito da Arold, un robusto quanto riservato ragazzo nero. Il locale disponeva di cinque tavoli rettangolari in legno di ciliegio, tre posizionati sulla parete di fronte l'ingresso e due alla sinistra dello stesso, adiacenti la vetrina che dava su un vicoletto della zona. Sul soffitto al centro della sala era stata appesa una insegna luminosa al neon di colore rosso che recitava la scritta "Hot Dogs". Divanetti in pelle rossa, un poster di "Wild at Heart", il quadro di una foto di Arold con Pat Morita (di cui Arold andava orgoglioso) e un vecchissimo jukebox posto vicino alla porta dei bagni completavano l'arredamento. La peculiarità del caffè, oltre ai gustosissimi "XXL hot dogs" preparati da Buddy, era la presenza di Alfred e Margot, una coppietta di amorevoli pappagalli che erano soliti intrattenere con piacere i clienti del bar.
Proprio quella mattina i due si stavano esibendo in uno splendido duetto sulle note di "Love me Tender", pezzo selezionato da un anziano signore che fissava con lo sguardo assente un punto non ben definito tra il poster sulla parete e la tazza di cappuccino, ormai lontanamente distante dall'essere fumante, poggiata sul tavolo davanti a lui.
"Love me tender... Love me dooooo..." canticchiavano con un pizzico di scherno due allegri ragazzi seduti al tavolo accanto. Vestiti entrambi con una anonima maglietta nera e un paio di jeans molto larghi, si differenziavano completamente per il taglio di capelli; totalmente rasato uno, dread fino a pulirsi le ascelle l'altro.
Quest'ultimo, Bob (o almeno così lo aveva nel più classico dei modi soprannominato Arold), aveva appena tirato fuori dallo zaino quello che i ragazzi chiamavamo comunemente "cannone".
"Ehi Bob, sbaglio o hai fatto nuove amicizie?" disse scherzosamente Annie alludendo alla nuova sporcizia, incollata come insetti su carta moschicida, che spiccava sulla folta chioma di Bob e ormai diventata parte integrante della stessa.
"All my dreams come truuueeeee" cantava con lo sguardo lucido il suo amico Kris riferendosi a chissà quale sogno segreto mentre Bob si accendeva il cannone e aspirava con avide labbra.
George non si curava troppo dei fastidiosi schiamazzi di Bob e Kris, ne ascoltava il canto stridulo di Alfred e Margot e ne, tanto meno, era di un briciolo interessato all'anonima presenza del vecchio seduto in fondo al caffè. L'unica cosa degna della sua concentrazione era la consumazione della sua colazione e la lettura del quotidiano, azioni che intervallava frequentemente con una rapida occhiata al suo orologio da polso.
Questo fino a quando la porta d'ingresso del Little Parrots si spalancò improvvisamente.
"FERMI [...]! QUESTA E' UNA CAZZO DI RAPINA!" urlò un tipo con il volto coperto da una calzamaglia rossa, mentre saltava in piedi sul bancone del bar.
"MUOVI DI UN FOTTUTO CENTIMETRO QUEL PIEDE, NEGRO! FAMMI ANNUSARE IL SUO TANFO DI MERDA E TI FACCIO DIVENTARE MANGIME PER UCCELLI!" tuonò ad Arold mentre brandiva con amorevole cura un minaccioso AK47.
Proprio in quell'istante terminò Love me tender e un silenzio glaciale avvolse il caffè. L'anziano uomo, terminato il pezzo al jukebox, sembrava ritornato alla realtà. Seppure ugualmente inespressivo, il suo sguardo era adesso posato sul magro uomo bianco in piedi al bancone.
Rifugiatosi in un batter d'occhio sotto il tavolino, Kris guardava allarmato il suo compagno Bob che, evidentemente, ignorava la seconda ragione di angoscia e terrore dipinta negli occhi del suo amico.
La prima ragione era l'ak47, ovviamente.
La seconda era il principio di incendio che stava colpendo i dread di Bob, che nel tentativo di buttarsi a capofitto sotto al tavolino lo aveva urtato accidentalmente ed aveva fatto rotolare via il cannone dal comodo posacenere su cui era posato.
Due cannoni sembravano quindi la radice di tutti i mali: uno tenuto in mano dal rapinatore e uno incollato ai capelli di Bob.
"Mangime per uccelli! Mangime per uccelli!" gracchiava intanto Alfred poco prima che il jukebox iniziasse a riprodurre "Black Magic Woman" di Santana.
"EHI TU, CULO ALLEGRO" disse il rapinatore rivolgendosi ad Annie che osservava con terrore sempre più crescente il fucile d'assalto.
"APRI LA CASSA E METTI I SOLDI IN UN SACCHETTO!". "SBRIGATI STRONZA!".
George stava sudando freddo. Guardava l'orologio.
Le 8 e 34.
Nella sua vita George ne aveva sentite di cotte e di crude. Dai suoi clienti ovviamente. Scene al limite del credibile aveva sempre pensato, ma una situazione del genere non l'aveva mai sentita raccontare, ne tanto meno vissuta!
O almeno così credeva.
Analizzava la situazione con freddezza e metodologia e si domandava cosa diavolo ci facesse un uomo su quel cazzo di bancone, con in mano un cannone di navarone, in un locale da quattro soldi e per giunta all'ora di apertura. Tutto quel che avrebbe potuto trovare nel registratore di cassa, pensava, era qualche manciata di euro.
Era un esaltato? Probabile.
Un pazzo? Forse.
O era più semplicemente un [...]?
Tra le tre alternative, George, aveva deciso di scartare le prime due.
Ma il punto era un altro ora. [...] o meno erano le 8 e 35 e lui, tra venti minuti esatti, doveva uscire da quel caffè per andare a lavorare.
Il rapinatore dettava intanto ordini e sembrava avere la situazione sotto controllo.
O almeno così credeva.
"ORA TIRATE FUORI I PORTAFOGLI E QUALSIASI ALTRA COSA DI VALORE!".
"SE VI TROVO ADDOSSO QUALCOSA CHE VALE PIU' DI UN EURO VI RIEMPIO IL CULO DI BUCHI, BRUTTI FROCI LECCACAZZI".
"TU, BELLEZZA, RACCOGLI GLI OGGETTI E I PORTAFOGLI E METTILI NELLA BUSTA CON I SOLDI... E NON FARE SCHERZI, amore!" disse sussurrando l'ultima parola mentre si passava intenzionalmente la lingua sulle labbra.
"Non abbiamo nulla di valore" gracchiò Alfred.
"NULLA, NULLA!" echeggiò Margot.
Il malavitoso sembrò ignorare i due pappagallini e si volse verso George.
"EHI! Ma lei non è quel pazzo del dottor Ryian?!? Per tutti i santi! E' un piacere rivederla!" sbuffò in una grassa risata il farabutto, riconosciuto ora da George.
Charlie "Mente Fredda" Friday, questo il suo nome, era rinomato per la sua stabilità mentale che nei bassifondi cittadini era equiparata a quella di un ippopotamo cosparso di grasso lasciato a dondolare su una fune d'acciaio.
"Charlie, sai bene cosa potrebbe accadere se aprissi il fuoco vero? Qualche minuto e ti troveresti nuovamente dietro le sbarre... non vuoi questo vero? Andiamo, posa il fucile e non fare stupidaggini" provò ad azzardare George.
"COL CAZZO, AMICO MIO!" replicò Charlie. "METTITI COMODO E FAI IL BRAVO CHE POI FACCIAMO DUE CONTI IO E TE!".
"FAI IL BRAVO! FAI IL BRAVO!" ripetè Alfred allarmato.
"Mi domando chi cazzo può aver avuto il gusto di scaricare in questa fogna di locale questi pappagalli di merda!" tuonò Charlie spazientito. "Scommetto che è una tua idea negro, vero? Falli stare zitti o me li mangio vivi con i tuoi [...] per contorno!".
"Addio Baby..." disse Margot tirando su col becco, "...è stato un piacere vivere accanto a te in questo schifo di caffè" aggiunse Alfred, mentre da sopra il trespolo incrociava le ali e mormorava una sorta di preghiera.
"Ehi tu, vecchia mummia rin[...]ta!. Svegliati da quel torpore e tira fuori la grana!" disse Charlie saltando giù dal bancone ed avvicinandosi al tavolino dove era seduto l'uomo anziano.
"EHI! SEI MORTO O STAI IMITANDO QUEL PARALITICO DI TUO PADRE, AMICO?".
Il jukebox era ripartito sulle note di "Volunteers" dei Jefferson Airplane quando Buddy, il cuoco del locale, un ragazzo obeso con il volto alla Teddy Bear, uscì dalla cucina brontolando "Ehi Arold! Mai che porti le tue chiappe in cucina! Ecco qua gli hot dogs!".
Buddy, il cui coraggio era paragonabile solamente alla sua astuzia (completamente assente), ci mise un'intera vita per realizzare lo spettacolo che si parava davanti ai suoi piccoli occhi da topo. Portato a termine l'estenuante compito, fu invece necessaria solamente un ulteriore frazione di secondo per fargli gelare il sangue fino al buco del culo.
Anche oltre, se le leggi della fisica avessero permesso allo spazio oltre il suo culo di gelarsi.
Probabilmente fu un vero e proprio miracolo che non si cacò sotto.
"Ma cosa diavolo è questa puzza di sterco di vacca? Ci hai messo il tuo pisello in quegli hot dogs ciccione?".
Ma non erano gli hot dogs preparati dall'ignaro Buddy ad emanare quel tanfo bestiale. Ne tanto meno il suo grasso culo.
Da sotto il tavolino accanto al vecchio si stava alzando una leggera cortina di fumo: erano i capelli di Bob che stavano bruciando vistosamente ed emanavano quel fetore. O meglio, era l'immondizia che avviluppava i suoi capelli a farlo.
"ESCI FUORI DA QUELLA TANA, FOTTUTO RASTA! E CHE NESSUN'ALTRO SI MUOVA!" tuonò il rapinatore non appena si accorse della cosa.
"Che puzza!" disse calmo arricciando il naso. "Se non fossi un [...] ti lascerei quasi il malloppo per farti comprare una cassa di shampoo, lo sai?".
"Ehi tu, chiappe dorate, SPEGNI QUEL FUOCO DA QUESTO FIGLIO DI PUTTANA!. USA L'ACQUA, SPUTACI O PISCIACI SOPRA! FAI COME TI PARE MA TIENI QUESTO [...] IL PIÙ LONTANO POSSIBILE DAI PELI DEI MIEI [...]!" strillò Charlie ora allarmato mentre Bob usciva dal rifugio con gli occhi sgranati dal terrore.
"AIUTOOOOOOO!" urlava dal dolore Bob mentre le fiamme ormai avvolgevano quasi completamente la sua testa; pochi secondi ancora e nessuno sulla faccia della terra, o dell'universo conosciuto, sarebbe riuscito mai a capire la differenza tra Bob e una torcia umana. Forse che una comune torcia umana non puzzava in quel modo, ma a parte questo non c'era altro.
In preda al dolore Bob correva per tutto il locale mentre Annie cercava disperatamente di gettargli una brocca di acqua in testa. Arold nel frattempo aveva aperto una tovaglia e cercava di estinguere le fiamme che ormai ricoprivano interamente il corpo di Bob. Nella sua corsa il ragazzo aveva urtato la gabbia dei pappagalli i quali avevano anch'essi preso fuoco. Come se non bastasse, la gabbiotta si era aperta liberando gli animali che sembravano aver assunto le sembianze di due fenici infuocate che sfrecciavano come comete impazzite per tutto il locale.
Intanto il vecchio continuava a fissare il vuoto e George si domandava se non fosse crepato sul serio. Almeno lui aveva avuto una morte indolore pensò, non appena il tizzone ardente di dimensioni umane (di nome Bob) gli attraversò la visuale. Buddy, che a quel punto si era probabilmente pisciato e contemporaneamente cacato sotto dalla paura, stava ora correndo all'impazzata verso l'uscita del caffè. Per non smentire la sua arguzia aveva lasciato cadere a terra, senza cura, il vassoio di metallo con gli hot dogs che aveva tenuto fino a pochi istanti prima nelle mani. Il fragore del vassoio aveva naturalmente richiamato l'attenzione di Charlie.
Considerata la stazza e la goffaggine della sua corsa, per Charlie colpire Buddy presentava le stesse difficoltà che avrebbe avuto un giocatore professionista di bowling di abbattere almeno un birillo con due lanci a disposizione. In quel frangente Charlie fu estremamente fortunato (o bravo direbbe lui) e fece strike al primo colpo: Buddy terminò la corsa fracassandosi la testa sullo stipite dell'ingresso e rovinò fragorosamente a terra, in una pozza di sangue.
Al Little Parrots ormai regnava il caos.
L'ippopotamo cosparso di grasso (Charlie Friday) era scivolato dalla corda già da un bel pezzo.
"NON SIETE BUONI A SPENGERE UN CAZZO DI FUOCO! ORA MI AVETE STANCATO BRUTTE CHECCHE DI MERDA!" urlò in preda alla follia Charlie mentre premeva il grilletto dell'ak47 e dalla sua terrificante bocca saettava una raffica di colpi. Arnold, Annie e Bob, i bersagli del mostro famelico, vennero travolti e caddero a terra senza alcun lamento.
Ne vita.
"VI AMMAZZO TUTTI FOTTUTI [...]!!" disse prendendo il sacchetto di carta contenente i 39 euro e 60 centesimi di cassa che il "Little Parrots" aveva raggranellato quella mattina.
I due pappagalli continuavano intanto a virare impazziti nel locale gettando una pioggia di piume infuocate su tavoli, sui divani e sul pavimento.
Mentre la vita di Margot si spegneva presto lasciandola precipitare inerme, per strana ironia della sorte, in una caraffa d'acqua poggiata sul bancone, Alfred terminava bruscamente la sua corsa infrangendosi e incastrandosi anch'esso, per un'altra strana ironia della sorte, nel bel mezzo della "O" di "HOT" dell'insegna al neon appesa al centro della sala. Il corpo di Alfred ardeva come una lampada a petrolio e non ne voleva sapere di spegnersi: sembrava bruciare di vita propria. La caraffa di vetro in cui era caduta Margot si era riversata invece a terra, spargendo acqua, pezzi di vetro e quel che restava della piccola pappagallina sul pavimento.
George, non avendo altra scelta, decise di intervenire proprio nel momento in cui Charlie con un ghigno satanico sul volto si stava girando verso di lui per porre fine alla sua vita. George scattò improvvisamente cogliendo impreparato il rapinatore, lo circondò con le braccia e riuscì ad immobilizzarlo evitando che potesse usare il fucile.
"RAGAZZO! COLPISCI QUESTO PAZZO! AIUTAMI!!" urlò con tutta la sua voce George.
Kris, risvegliato dal suo letargo e raccolto tutto il coraggio di cui disponeva, uscì dal suo rifugio ed impugnò un coltello da carne. Scattò minaccioso verso il rapinatore ma la sua corsa, purtroppo, terminò prematuramente.
Scivolando sulla pozza d'acqua che si era formata pochi secondi prima aveva sbattuto la testa sullo spigolo di un tavolo ed era caduto a terra privo di sensi, non prima di riuscire però, grazie allo slancio della corsa, a piantare il coltello nella gamba di Charlie.
"MERDAAA!" urlò Charlie con gli occhi iniettati di sangue.
Fu in quel momento che George raccolse tutte le sue energie e mentre la sveglia del suo orologio iniziava a suonare fastidiosamente, riuscì a strappare il fucile dalle mani di Charlie e senza pensarci due volte fece fuoco verso di lui.
Charlie era a terra, probabilmente morto. Le fiamme divampavano ormai nel locale. L'orologio di George non voleva saperne di smettere con quella lagna fastidiosa.
Sono le 8:55, CAZZO! pensò George. A quest'ora dovrei essere in bagno nello studio!
Con una mano si asciugò la fronte che grondava sudore, arrestò la suoneria, si aprì la patta dei pantaloni griffati Armani, si tirò fuori l'uccello e pisciò in testa a Charlie.
"Ciao scemo! E' stato un piacere lavorare in passato con te".
Sogghignò per chissà quale motivo mentre con calma si richiudeva la patta dei calzoni e si incamminava verso l'uscita.
Il jukebox suonava "Michelle" dei Beatles e mentre George sbatteva violentemente la porta d'ingresso del Little Parrots, ciò che restava del corpo carbonizzato di Alfred si staccò dall'insegna al neon e cadde a terra, ancora fumante, a pochi centimetri dal freddo corpo di Margot.
George si incamminò sul marciapiede, entrò nel palazzo, richiamò l'ascensore e varcò l'ingresso dello studio psichiatrico notando con disappunto che la porta, come ogni mattina in cui si recava nello studio, era stata forzata.
"Nuovamente scassinata!", dovrò decidermi a metterci un lucchetto un giorno o l'altro, pensò. Attraversò l'ingresso, aprì la porta a vetri che dava accesso diretto allo studio ed entrò.
Un uomo calvo era seduto di spalle su una poltrona girevole di pelle. Attraverso la grande parete a vetri dello studio pareva fissare i canali della città sottostante. Sembrava pienamente a suo agio. Una tazza di caffè appena consumata era poggiata sulla scrivania davanti a lui. L'uomo si voltò lentamente e fece un cenno di saluto.
"Buongiorno Philippe, vedo che si è già accomodato" disse George con fare professionale.
"Salve signor Ryian, come va oggi? Temevo che non l'avrei più rivista" disse il medico prendendo la cartellina clinica di George Ryian dall'archivio dietro la sua scrivania.
"Accomodati pure George che iniziamo la seduta".
George Ryian, alle 9:00 spaccate, in un giorno per lui come tanti altri, fece un deciso passo avanti e si sedette sulla sedia di fronte all'uomo.
L'incendio al caffè nel frattempo divampava violentemente e lasciava speranze nulle ai pompieri che stavano accorrendo.
"Nonostante anche oggi", esordì il medico mentre George osservava il numeroso elenco di crimini e disturbi mentali di cui era affetto, stampato a piccole lettere sulla sua cartella clinica, "tu abbia forzato la serratura d'ingresso, mi fa estremamente piacere rivederti, sai?".
Un piacere che, sfortunatamente, nessuno dei presenti quella mattina al "Little Parrots" ebbe più modo di avere.