La perdita dei genitori

0 Utenti e 6 Visitatori stanno visualizzando questo topic.

Offline TomYorke

*****
10206
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #60 il: 26 Nov 2020, 12:46 »
 :s

Offline Jabot

*
1766
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #61 il: 26 Nov 2020, 13:00 »
ecco
in questo per me è stato molto simile
Ciao caro! Un abbraccio forte, ho letto solo adesso della tua perdita. Non so se ti ricordi ma abitavo dalle sue parti e probabilmente almeno di vista lo conoscevo.

Voglio dare  un abbraccio a tutti quelli che hanno vissuto una perdita.

Anche io sto vivendo la malattia di mia madre lontano da lei. a causa di questa cavolo di pandemia sono anche impossibilitato a stare con lei i soliti  5 6 giorni che riesco a ritagliarmi ogni mese per scendere a Roma.

Offline arturo

*****
11182
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #62 il: 26 Nov 2020, 13:17 »
 :s
Un abbraccio Palo.

Offline Palo

*****
11619
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #63 il: 26 Nov 2020, 13:44 »
Ovviamente il mio ed i vostri abbracci sono da condividere con tutti quelli, dentro e fuori al forum, che soffrono perdite o devono affrontare gravi malattie dei genitori o, più in generale, dei propri cari.



Re:La perdita dei genitori
« Risposta #64 il: 26 Nov 2020, 13:57 »
Un abbraccio a Palo, con gli occhi lucidi.
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #65 il: 26 Nov 2020, 14:54 »
.

Offline zorba

*****
5970
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #66 il: 26 Nov 2020, 15:27 »
Ovviamente il mio ed i vostri abbracci sono da condividere con tutti quelli, dentro e fuori al forum, che soffrono perdite o devono affrontare gravi malattie dei genitori o, più in generale, dei propri cari.

Un abbraccio Pa'.

Offline pan

*
2661
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #67 il: 26 Nov 2020, 16:16 »
Palo mio... che parole, che sentimenti, che maniera splendida per raccontare tuo padre, te, la vita.
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #68 il: 26 Nov 2020, 16:45 »
Non so voi (parlo soprattutto con i vecchidemmerda - vdm - come me) ma quando avevo 16 anni, nel 1970, ed ascoltavo “Father and son” di Cat Stevens, mi immedesimavo nelle strofe ribelli ed audaci del giovane figlio. Alzavo la voce, con stridulo falsetto, e concludevo con “I know that I have to go, away!” E le raccomandazioni del papà, “Take you time, think a lot”, mi suonavano tanto da “vecchio” (non l’ho mai usato ma all’epoca si dicava “matusa”). Io dovevo fare la rivoluzione, cambiare il mondo, renderlo migliore, costasse quel che poteva costare. E sapevo che per farlo “dovevo andare”.
Quel piano di fuga fu messo in pratica pochi anni dopo cogliendo al volo l’opportunità di una facoltà universitaria 350 km più a nord. Qualche buon amico, una saccocciata di sogni, pensieri e speranze, i pochi soldi che la mia famiglia si poteva permettere di darmi per libri, tasse, vitto ed alloggio a Bologna. Dalle prime radio libere, di tanto in tanto, usciva la voce di Cat Stevens a ricordami il salto generazionale tra noi e “loro”, i genitori. Poi, in circa un anno e mezzo, è successo di tutto (e potrei aprirci anche la parentesi calcistica). Ad inizio dicembre ’76, un paio di giorni dopo Maestrelli, muore mamma. Esausta e finita da una sentenza “malattia non curabile” di cui noi, figli, non eravamo a conoscenza e che lei e papà si sono tenuti dentro fino alla fine. A gennaio il rumore della morte di Re Cecconi viene attutito dall’occupazione di alcune facoltà, tra cui quella di fisica dove, con la complicità di alcuni compagni occupanti e del “compagno” professore, sostengo insieme ad un altro po’ di ragazzi, Fisica 2 e “sbienno” in una fusione di impegno politico e di scrupolo di studente. A Marzo, l’11mo giorno di quel mese per la precisione, a seguito di uno scontro tra studenti di Lotta Continua e militanti di CL, si accende una guerriglia nelle vie di Bologna. Muore un ragazzo, militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. È l’inizio di un periodo fatto di “battaglie”, di Radio Alice, di attacchi e ritirate, di assemblee e manifestazioni. Molti di noi avevano vissuto il ’68 “di striscio”. Io avevo rimbalzato tra una scuola (“radical chic” la giusta definizione) di Roma nord in cui avevo fatto le medie ed un liceo a Pescara (dove ci trasferimmo nell’estate ’68) dove fui messo in una sezione “maschile” e dove le ragazze stavano in classi separate e dovevano indossare un orrendo grembiule nero col colletto in finto pizzo bianco. A Roma avevo (o almeno, avevo creduto di aver) fatto il ’68. A Pescara pensai che prima dell’apostrofo di quel 68 ci fosse un 1 ed un 8. Nel 1977 il movimento studentesco era alle spalle, “Attila era assessore comunale e gli Unni si erano un po’ sfasciati” [Cit. G.Gaber, “Far finta di essere sani”], volevamo ricominciare ed essere protagonisti della nuova stagione della rivoluzione studentesca. Col senno di poi credo si siano fatti più danni che altro, con effetti che avremmo vissuto poi, nella strumentalizzazione che la destra fece del “Movimento del 77”. A livello personale, fui lasciato dalla ragazzina con cui “stavo” da quasi 5 anni. Qualche mese dopo mi ri innamorai di una graziosa ragazza che, poco dopo esserci conosciuti, si trasferì a vivere in Toscana. Poi il rapimento Moro, evento impossibile da trascurare. Nell’estate dal ’78, la decisione di andare a vivere anch’io in Toscana dove ho iniziato il mio processo di imborghesimento.

Flash forward agli anni ‘90.
Dopo 10 anni, più o meno, tutto era cambiato. Matrimonio e qualche figlio (alla fine saranno 3). Mia moglie, ovviamente, NON è la ragazzina per la quale ero andato a vivere in Toscana. Ci siamo “incontrati” ad una Festa (o Festival…) dell’Unità (ma ci conoscevamo da anni, perché abitavamo nello stesso palazzo, a Pisa) nel 1983 ed abbiamo iniziato a frequentarci… assiduamente. Un paio di anni dopo, eravamo sposati e ci trasferivamo a vivere a Milano. Magari è stato solo il cambio di tecnologia, il fatto che i mangianastri si erano rotti e, almeno nei primi anni ’80, non avevo i soldi per uno walkman, tantomeno per un lettore cd. Come in un banale film di second’ordine, poi, molto poi, mi sono ritrovato ad ascoltare di nuovo Father & Son. Ed il mio ruolo era passato dall’altro lato. Basta colpi di testa, azioni di impulso. Ho preso il tempo (Take your time) per decidere e le decisioni forse non sarebbero state condivise dal Palo ventenne, quello che lanciava pietre (e altro) ed urlava il suo odio ai celerini, ai fasci, a Kossiga (chi c’era sa che la doppia “s” deve essere scritta come le ss naziste).

Ancora qualche anno dopo
Ai primi di gennaio del 2002 tutta la famiglia Palo parte per andare a fare una breve vacanza a Londra. La famigliola del mulino bianco si compone di madre, tre pargoli di 16, 12 e 10 anni ed un Padre (cosciente del fatto che, in inglese, padre si traduce in “Father”)..
Capita che a Londra si possano ascoltare canzoni che andavano ad inizio anni ’70. Tra queste, credo fossimo al self service dello zoo, “Father and Son”, nella sua versione originale. Cominciai a canticchiarla e i due ragazzi più grandi, che già avevano più dimestichezza di me con l’inglese, mi fecero notare che mettevo molta enfasi nel recitare la parte del padre. Da allora, fino a poco fa, la ho cantata sempre “da padre”.

Ari flash forward al 2020
L’altroieri sono successe due cose. Una importante ed una, forse, banale.

Palo senior, uno tosto, 94 anni fatti ad agosto (rima non cercata), uno nato in data certa del 1926, approssimativamente un anno prima dello scempio di corropoli, da padre laziale (podista della SP Lazio nei primi anni del 900), è stato ricoverato in ospedale con delle brutte crisi di tosse.
Impietosa la diagnosi: coronavirus.
Quello vero!
Quello stronzissimo!
“Ce la metteremo tutta, ma sarebbe un miracolo!” Le parole della dottoressa del reparto covid di Vicenza sono state delle mazzate qui, alla bocca dello stomaco.

Chiuso a casa ho avuto il tempo di pensare molto. Di ripensare a tutti i momenti (tantissimi) belli ed a quelli brutti che, nella loro bruttezza, hanno forgiato il nostro rapporto di padre e figlio in qualcosa di fortissimo. Il mio vissuto mi dice, che, cancellati gli anni dell’adolescenza, quelli in cui “adulti = male”, “genitori = la parte peggiore dell’adulto”, il rapporto avuto con papà è stato di idolatria, di incantata ammirazione, di bimbo con il suo “EROE”. E credo sia giusto così. Con la maturità lui ha sempre dato ascolto anche alle mie opinioni e le nostre discussioni sono sempre state portate avanti da pari a pari. Da un anno e mezzo lui è venuto a vivere a Vicenza (prima stava ancora in Abruzzo), con la sua seconda moglie, una donna fantastica, più vicina a me di età che a lui, che ha saputo entrare nel suo cuore affiancandosi, non sostituendosi, alla prima moglie, mamma. E la vicinanza ha reso più frequenti i nostri incontri. A 94 anni la memoria fa brutti scherzi. Il breve termine è nebuloso se non oscuro. Ma il lungo è lì a portata di mano per essere riportato a galla con una grattatina di unghia. A fine maggio sono uscito dal mondo del lavoro, ufficialmente pensionato dal 1 agosto. Tutte, ma proprio tutte, le volte che ci siamo parlati in questi ultimi mesi, de visu o al telefono, lui mi ha chiesto:
“A Si’, ma tu quando ce vai in pensione?”
Dopo avergli, per l’ennesima volta, comunicato che in pensione ci sto già, lui partiva con la “vecchiaia”, il “rin[...]mento”, “nun ce sto più co’ la capoccia”. La mia controffensiva era: “Papà come si chiamava il tuo compagno di banco delle elementari?” [Garinei, quello del Sistina con Giovannini e della farmacia a piazza S. Silvestro – ndp], “Secondo te qual è stato il miglior portiere della Lazio?” [nomination fissa per Gradella, Sentimenti IV e Lovati, “… ma pure Peruzzi non è stato male, eh!”].
Nell’ultimo anno sono mancati suo cugino e sua cognata (mia zia materna), entrambi del ’36, 10 anni più giovani di lui. Erano gli ultimi legami che aveva con la sua generazione e la sua famiglia. Non gli abbiamo detto nulla per non intristirlo. Già l’isolamento Lockdown 1 lo aveva infragilito, non volevamo dargli un dolore superfluo. E ci scappava pure da ridere quando lui, un po’ indispettito faceva commenti su Massimo, che “oh, mica se fa più vivo” o Viviana “e ma lei l’hai vista come si è ridotta? Quella, magari, manco se ricorda più che esisto!”

Appuntamenti fissi: una visita ogni paio di settimane, ricorrenze a tavola (ma “nun so più quello di una volta” diceva ingurgitando a fine pasto, la seconda fetta di Sacher), telefonata post partita.
L’ultima sabato scorso. Ha chiamato lui:
“Contento? Abbiamo giocato proprio bene, eh?”
e giù una scarica di tosse che pareva una locomotiva,
“aspe’, che c’ho ‘sta tosse che m’è venuta che nun me da pace!”
Ancora tosse…
“A Silvie’, lo sai che c’è? Tossendo ho scatarato sur telefono… ammazza che schifo!”
Tosse…
“Ecco… mo credo di avere sputato un pormone pe’ tèra!”

Nonostante la tosse abbiamo continuato per qualche minuto… sono certo che penserò per sempre che siano stati troppo pochi quei minuti.
La telefonata della dottoressa era arrivata alle 15.00 di martedì. Tre ore dopo stavo ancora inebetito, indeciso se sperare in una fine rapida o in un egoistico prolungamento dell’agonia, in un miracolo, nel dubbio della divinità cui rivolgermi per la formale richiesta, o in una scarica di moccoli, più in linea con il mio essere un “dannato laziale”.

Poi suona la porta. Apro e c’è un ragazzino con dei giornali e dei volantini sotto braccio. Indossa un ormai rarissimo eskimo (leggermente diverso da quello che papà mi aveva regalato nel 1966, comprato da Bartocci sport) e, sotto i jeans di ordinanza, LE CLARKS! Beige! Come quelle che avevo io!
“ Ciao siamo un gruppo di volontariato del circolo operaio. Cerchiamo di aiutare chi vive situazioni di maggiore difficoltà, disagio e disuguaglianza nei nostri quartieri” [aveva imperato a memoria il volantino che mi aveva messo in mano]. “Possiamo portare a casa vostra la spesa…” lo ho fermato dicendogli che, no, non abbiamo bisogno, siamo autosufficienti. Poi ho sbirciato la testata del giornale che aveva sotto braccio: Lotta Comunista – Organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista – Proletari di tutto il mondo unitevi -  Opposizione proletaria all’imperialismo europeo a all’imperialismo unitario. “Ti interessa? Vuoi una copia?” Gli ho messo in mano una banconota (la prima che ho pescato dalla tasca). “Accidenti! Quanto ti do di resto?” Ho fatto di no con a testa. L’ho salutato con un “Ciao! In bocca al lupo!”
In camera ho rimesso Cat Stevens… e l’ho cantata con entrambe le intonazioni. Quella del padre e quella del figlio. Ma non l’ho finita perché ad un certo punto piangevo.

Ieri, alle 13:15, Mario Palo, uno dei più vecchi laziali in vita ha smesso di respirare. Era fisicamente solo, in un letto dell’ospedale di Vicenza. Spero fosse incosciente.

Ieri sera ci siamo visti coi figli, chi di persona, chi via skype da Parigi, a dopo qualche lacrimuccia (più di qualche) abbiamo immaginato papà che arrivava in un qualche aldilà e trovava i suoi genitori, i suoi suoceri, mamma e tutti i parenti che lo aspettavano. E le sue parole, le sue prime parole, ne siamo convinti, potrebbero essere state, guardando dietro alle spalle dei nonni e di mamma, nell’angolo in cui erano il cugino e la cognata:

“Vivia’, Massimu’, e voi che cazzo de fine avevate fatto?
Il tuo racconto fa' bene al cuore.
Un abbraccio 

Offline ES

*****
15958
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #69 il: 26 Nov 2020, 21:58 »
Io non lo posso leggere sto topic.
Ho letto Palo.
Non dovevo entrare.
Lo sapevo.
Un abbraccio a tutti.

Offline genesis

*****
20344
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #70 il: 26 Nov 2020, 22:23 »
Un abbraccio, Palo.
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #71 il: 26 Nov 2020, 22:43 »
Non so voi (parlo soprattutto con i vecchidemmerda - vdm - come me) ma quando avevo 16 anni, nel 1970, ed ascoltavo “Father and son” di Cat Stevens, mi immedesimavo nelle strofe ribelli ed audaci del giovane figlio. Alzavo la voce, con stridulo falsetto, e concludevo con “I know that I have to go, away!” E le raccomandazioni del papà, “Take you time, think a lot”, mi suonavano tanto da “vecchio” (non l’ho mai usato ma all’epoca si dicava “matusa”). Io dovevo fare la rivoluzione, cambiare il mondo, renderlo migliore, costasse quel che poteva costare. E sapevo che per farlo “dovevo andare”.
Quel piano di fuga fu messo in pratica pochi anni dopo cogliendo al volo l’opportunità di una facoltà universitaria 350 km più a nord. Qualche buon amico, una saccocciata di sogni, pensieri e speranze, i pochi soldi che la mia famiglia si poteva permettere di darmi per libri, tasse, vitto ed alloggio a Bologna. Dalle prime radio libere, di tanto in tanto, usciva la voce di Cat Stevens a ricordami il salto generazionale tra noi e “loro”, i genitori. Poi, in circa un anno e mezzo, è successo di tutto (e potrei aprirci anche la parentesi calcistica). Ad inizio dicembre ’76, un paio di giorni dopo Maestrelli, muore mamma. Esausta e finita da una sentenza “malattia non curabile” di cui noi, figli, non eravamo a conoscenza e che lei e papà si sono tenuti dentro fino alla fine. A gennaio il rumore della morte di Re Cecconi viene attutito dall’occupazione di alcune facoltà, tra cui quella di fisica dove, con la complicità di alcuni compagni occupanti e del “compagno” professore, sostengo insieme ad un altro po’ di ragazzi, Fisica 2 e “sbienno” in una fusione di impegno politico e di scrupolo di studente. A Marzo, l’11mo giorno di quel mese per la precisione, a seguito di uno scontro tra studenti di Lotta Continua e militanti di CL, si accende una guerriglia nelle vie di Bologna. Muore un ragazzo, militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. È l’inizio di un periodo fatto di “battaglie”, di Radio Alice, di attacchi e ritirate, di assemblee e manifestazioni. Molti di noi avevano vissuto il ’68 “di striscio”. Io avevo rimbalzato tra una scuola (“radical chic” la giusta definizione) di Roma nord in cui avevo fatto le medie ed un liceo a Pescara (dove ci trasferimmo nell’estate ’68) dove fui messo in una sezione “maschile” e dove le ragazze stavano in classi separate e dovevano indossare un orrendo grembiule nero col colletto in finto pizzo bianco. A Roma avevo (o almeno, avevo creduto di aver) fatto il ’68. A Pescara pensai che prima dell’apostrofo di quel 68 ci fosse un 1 ed un 8. Nel 1977 il movimento studentesco era alle spalle, “Attila era assessore comunale e gli Unni si erano un po’ sfasciati” [Cit. G.Gaber, “Far finta di essere sani”], volevamo ricominciare ed essere protagonisti della nuova stagione della rivoluzione studentesca. Col senno di poi credo si siano fatti più danni che altro, con effetti che avremmo vissuto poi, nella strumentalizzazione che la destra fece del “Movimento del 77”. A livello personale, fui lasciato dalla ragazzina con cui “stavo” da quasi 5 anni. Qualche mese dopo mi ri innamorai di una graziosa ragazza che, poco dopo esserci conosciuti, si trasferì a vivere in Toscana. Poi il rapimento Moro, evento impossibile da trascurare. Nell’estate dal ’78, la decisione di andare a vivere anch’io in Toscana dove ho iniziato il mio processo di imborghesimento.

Flash forward agli anni ‘90.
Dopo 10 anni, più o meno, tutto era cambiato. Matrimonio e qualche figlio (alla fine saranno 3). Mia moglie, ovviamente, NON è la ragazzina per la quale ero andato a vivere in Toscana. Ci siamo “incontrati” ad una Festa (o Festival…) dell’Unità (ma ci conoscevamo da anni, perché abitavamo nello stesso palazzo, a Pisa) nel 1983 ed abbiamo iniziato a frequentarci… assiduamente. Un paio di anni dopo, eravamo sposati e ci trasferivamo a vivere a Milano. Magari è stato solo il cambio di tecnologia, il fatto che i mangianastri si erano rotti e, almeno nei primi anni ’80, non avevo i soldi per uno walkman, tantomeno per un lettore cd. Come in un banale film di second’ordine, poi, molto poi, mi sono ritrovato ad ascoltare di nuovo Father & Son. Ed il mio ruolo era passato dall’altro lato. Basta colpi di testa, azioni di impulso. Ho preso il tempo (Take your time) per decidere e le decisioni forse non sarebbero state condivise dal Palo ventenne, quello che lanciava pietre (e altro) ed urlava il suo odio ai celerini, ai fasci, a Kossiga (chi c’era sa che la doppia “s” deve essere scritta come le ss naziste).

Ancora qualche anno dopo
Ai primi di gennaio del 2002 tutta la famiglia Palo parte per andare a fare una breve vacanza a Londra. La famigliola del mulino bianco si compone di madre, tre pargoli di 16, 12 e 10 anni ed un Padre (cosciente del fatto che, in inglese, padre si traduce in “Father”)..
Capita che a Londra si possano ascoltare canzoni che andavano ad inizio anni ’70. Tra queste, credo fossimo al self service dello zoo, “Father and Son”, nella sua versione originale. Cominciai a canticchiarla e i due ragazzi più grandi, che già avevano più dimestichezza di me con l’inglese, mi fecero notare che mettevo molta enfasi nel recitare la parte del padre. Da allora, fino a poco fa, la ho cantata sempre “da padre”.

Ari flash forward al 2020
L’altroieri sono successe due cose. Una importante ed una, forse, banale.

Palo senior, uno tosto, 94 anni fatti ad agosto (rima non cercata), uno nato in data certa del 1926, approssimativamente un anno prima dello scempio di corropoli, da padre laziale (podista della SP Lazio nei primi anni del 900), è stato ricoverato in ospedale con delle brutte crisi di tosse.
Impietosa la diagnosi: coronavirus.
Quello vero!
Quello stronzissimo!
“Ce la metteremo tutta, ma sarebbe un miracolo!” Le parole della dottoressa del reparto covid di Vicenza sono state delle mazzate qui, alla bocca dello stomaco.

Chiuso a casa ho avuto il tempo di pensare molto. Di ripensare a tutti i momenti (tantissimi) belli ed a quelli brutti che, nella loro bruttezza, hanno forgiato il nostro rapporto di padre e figlio in qualcosa di fortissimo. Il mio vissuto mi dice, che, cancellati gli anni dell’adolescenza, quelli in cui “adulti = male”, “genitori = la parte peggiore dell’adulto”, il rapporto avuto con papà è stato di idolatria, di incantata ammirazione, di bimbo con il suo “EROE”. E credo sia giusto così. Con la maturità lui ha sempre dato ascolto anche alle mie opinioni e le nostre discussioni sono sempre state portate avanti da pari a pari. Da un anno e mezzo lui è venuto a vivere a Vicenza (prima stava ancora in Abruzzo), con la sua seconda moglie, una donna fantastica, più vicina a me di età che a lui, che ha saputo entrare nel suo cuore affiancandosi, non sostituendosi, alla prima moglie, mamma. E la vicinanza ha reso più frequenti i nostri incontri. A 94 anni la memoria fa brutti scherzi. Il breve termine è nebuloso se non oscuro. Ma il lungo è lì a portata di mano per essere riportato a galla con una grattatina di unghia. A fine maggio sono uscito dal mondo del lavoro, ufficialmente pensionato dal 1 agosto. Tutte, ma proprio tutte, le volte che ci siamo parlati in questi ultimi mesi, de visu o al telefono, lui mi ha chiesto:
“A Si’, ma tu quando ce vai in pensione?”
Dopo avergli, per l’ennesima volta, comunicato che in pensione ci sto già, lui partiva con la “vecchiaia”, il “rin[...]mento”, “nun ce sto più co’ la capoccia”. La mia controffensiva era: “Papà come si chiamava il tuo compagno di banco delle elementari?” [Garinei, quello del Sistina con Giovannini e della farmacia a piazza S. Silvestro – ndp], “Secondo te qual è stato il miglior portiere della Lazio?” [nomination fissa per Gradella, Sentimenti IV e Lovati, “… ma pure Peruzzi non è stato male, eh!”].
Nell’ultimo anno sono mancati suo cugino e sua cognata (mia zia materna), entrambi del ’36, 10 anni più giovani di lui. Erano gli ultimi legami che aveva con la sua generazione e la sua famiglia. Non gli abbiamo detto nulla per non intristirlo. Già l’isolamento Lockdown 1 lo aveva infragilito, non volevamo dargli un dolore superfluo. E ci scappava pure da ridere quando lui, un po’ indispettito faceva commenti su Massimo, che “oh, mica se fa più vivo” o Viviana “e ma lei l’hai vista come si è ridotta? Quella, magari, manco se ricorda più che esisto!”

Appuntamenti fissi: una visita ogni paio di settimane, ricorrenze a tavola (ma “nun so più quello di una volta” diceva ingurgitando a fine pasto, la seconda fetta di Sacher), telefonata post partita.
L’ultima sabato scorso. Ha chiamato lui:
“Contento? Abbiamo giocato proprio bene, eh?”
e giù una scarica di tosse che pareva una locomotiva,
“aspe’, che c’ho ‘sta tosse che m’è venuta che nun me da pace!”
Ancora tosse…
“A Silvie’, lo sai che c’è? Tossendo ho scatarato sur telefono… ammazza che schifo!”
Tosse…
“Ecco… mo credo di avere sputato un pormone pe’ tèra!”

Nonostante la tosse abbiamo continuato per qualche minuto… sono certo che penserò per sempre che siano stati troppo pochi quei minuti.
La telefonata della dottoressa era arrivata alle 15.00 di martedì. Tre ore dopo stavo ancora inebetito, indeciso se sperare in una fine rapida o in un egoistico prolungamento dell’agonia, in un miracolo, nel dubbio della divinità cui rivolgermi per la formale richiesta, o in una scarica di moccoli, più in linea con il mio essere un “dannato laziale”.

Poi suona la porta. Apro e c’è un ragazzino con dei giornali e dei volantini sotto braccio. Indossa un ormai rarissimo eskimo (leggermente diverso da quello che papà mi aveva regalato nel 1966, comprato da Bartocci sport) e, sotto i jeans di ordinanza, LE CLARKS! Beige! Come quelle che avevo io!
“ Ciao siamo un gruppo di volontariato del circolo operaio. Cerchiamo di aiutare chi vive situazioni di maggiore difficoltà, disagio e disuguaglianza nei nostri quartieri” [aveva imperato a memoria il volantino che mi aveva messo in mano]. “Possiamo portare a casa vostra la spesa…” lo ho fermato dicendogli che, no, non abbiamo bisogno, siamo autosufficienti. Poi ho sbirciato la testata del giornale che aveva sotto braccio: Lotta Comunista – Organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista – Proletari di tutto il mondo unitevi -  Opposizione proletaria all’imperialismo europeo a all’imperialismo unitario. “Ti interessa? Vuoi una copia?” Gli ho messo in mano una banconota (la prima che ho pescato dalla tasca). “Accidenti! Quanto ti do di resto?” Ho fatto di no con a testa. L’ho salutato con un “Ciao! In bocca al lupo!”
In camera ho rimesso Cat Stevens… e l’ho cantata con entrambe le intonazioni. Quella del padre e quella del figlio. Ma non l’ho finita perché ad un certo punto piangevo.

Ieri, alle 13:15, Mario Palo, uno dei più vecchi laziali in vita ha smesso di respirare. Era fisicamente solo, in un letto dell’ospedale di Vicenza. Spero fosse incosciente.

Ieri sera ci siamo visti coi figli, chi di persona, chi via skype da Parigi, a dopo qualche lacrimuccia (più di qualche) abbiamo immaginato papà che arrivava in un qualche aldilà e trovava i suoi genitori, i suoi suoceri, mamma e tutti i parenti che lo aspettavano. E le sue parole, le sue prime parole, ne siamo convinti, potrebbero essere state, guardando dietro alle spalle dei nonni e di mamma, nell’angolo in cui erano il cugino e la cognata:

“Vivia’, Massimu’, e voi che cazzo de fine avevate fatto?

Post meraviglioso.
Un abbraccione.

Offline Ranxerox

*****
11130
Re:La perdita dei genitori
« Risposta #72 il: 26 Nov 2020, 23:22 »
Non so voi (parlo soprattutto con i vecchidemmerda - vdm - come me) ma quando avevo 16 anni, nel 1970, ed ascoltavo “Father and son” di Cat Stevens, mi immedesimavo nelle strofe ribelli ed audaci del giovane figlio. Alzavo la voce, con stridulo falsetto, e concludevo con “I know that I have to go, away!” E le raccomandazioni del papà, “Take you time, think a lot”, mi suonavano tanto da “vecchio” (non l’ho mai usato ma all’epoca si dicava “matusa”). Io dovevo fare la rivoluzione, cambiare il mondo, renderlo migliore, costasse quel che poteva costare. E sapevo che per farlo “dovevo andare”.
Quel piano di fuga fu messo in pratica pochi anni dopo cogliendo al volo l’opportunità di una facoltà universitaria 350 km più a nord. Qualche buon amico, una saccocciata di sogni, pensieri e speranze, i pochi soldi che la mia famiglia si poteva permettere di darmi per libri, tasse, vitto ed alloggio a Bologna. Dalle prime radio libere, di tanto in tanto, usciva la voce di Cat Stevens a ricordami il salto generazionale tra noi e “loro”, i genitori. Poi, in circa un anno e mezzo, è successo di tutto (e potrei aprirci anche la parentesi calcistica). Ad inizio dicembre ’76, un paio di giorni dopo Maestrelli, muore mamma. Esausta e finita da una sentenza “malattia non curabile” di cui noi, figli, non eravamo a conoscenza e che lei e papà si sono tenuti dentro fino alla fine. A gennaio il rumore della morte di Re Cecconi viene attutito dall’occupazione di alcune facoltà, tra cui quella di fisica dove, con la complicità di alcuni compagni occupanti e del “compagno” professore, sostengo insieme ad un altro po’ di ragazzi, Fisica 2 e “sbienno” in una fusione di impegno politico e di scrupolo di studente. A Marzo, l’11mo giorno di quel mese per la precisione, a seguito di uno scontro tra studenti di Lotta Continua e militanti di CL, si accende una guerriglia nelle vie di Bologna. Muore un ragazzo, militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. È l’inizio di un periodo fatto di “battaglie”, di Radio Alice, di attacchi e ritirate, di assemblee e manifestazioni. Molti di noi avevano vissuto il ’68 “di striscio”. Io avevo rimbalzato tra una scuola (“radical chic” la giusta definizione) di Roma nord in cui avevo fatto le medie ed un liceo a Pescara (dove ci trasferimmo nell’estate ’68) dove fui messo in una sezione “maschile” e dove le ragazze stavano in classi separate e dovevano indossare un orrendo grembiule nero col colletto in finto pizzo bianco. A Roma avevo (o almeno, avevo creduto di aver) fatto il ’68. A Pescara pensai che prima dell’apostrofo di quel 68 ci fosse un 1 ed un 8. Nel 1977 il movimento studentesco era alle spalle, “Attila era assessore comunale e gli Unni si erano un po’ sfasciati” [Cit. G.Gaber, “Far finta di essere sani”], volevamo ricominciare ed essere protagonisti della nuova stagione della rivoluzione studentesca. Col senno di poi credo si siano fatti più danni che altro, con effetti che avremmo vissuto poi, nella strumentalizzazione che la destra fece del “Movimento del 77”. A livello personale, fui lasciato dalla ragazzina con cui “stavo” da quasi 5 anni. Qualche mese dopo mi ri innamorai di una graziosa ragazza che, poco dopo esserci conosciuti, si trasferì a vivere in Toscana. Poi il rapimento Moro, evento impossibile da trascurare. Nell’estate dal ’78, la decisione di andare a vivere anch’io in Toscana dove ho iniziato il mio processo di imborghesimento.

Flash forward agli anni ‘90.
Dopo 10 anni, più o meno, tutto era cambiato. Matrimonio e qualche figlio (alla fine saranno 3). Mia moglie, ovviamente, NON è la ragazzina per la quale ero andato a vivere in Toscana. Ci siamo “incontrati” ad una Festa (o Festival…) dell’Unità (ma ci conoscevamo da anni, perché abitavamo nello stesso palazzo, a Pisa) nel 1983 ed abbiamo iniziato a frequentarci… assiduamente. Un paio di anni dopo, eravamo sposati e ci trasferivamo a vivere a Milano. Magari è stato solo il cambio di tecnologia, il fatto che i mangianastri si erano rotti e, almeno nei primi anni ’80, non avevo i soldi per uno walkman, tantomeno per un lettore cd. Come in un banale film di second’ordine, poi, molto poi, mi sono ritrovato ad ascoltare di nuovo Father & Son. Ed il mio ruolo era passato dall’altro lato. Basta colpi di testa, azioni di impulso. Ho preso il tempo (Take your time) per decidere e le decisioni forse non sarebbero state condivise dal Palo ventenne, quello che lanciava pietre (e altro) ed urlava il suo odio ai celerini, ai fasci, a Kossiga (chi c’era sa che la doppia “s” deve essere scritta come le ss naziste).

Ancora qualche anno dopo
Ai primi di gennaio del 2002 tutta la famiglia Palo parte per andare a fare una breve vacanza a Londra. La famigliola del mulino bianco si compone di madre, tre pargoli di 16, 12 e 10 anni ed un Padre (cosciente del fatto che, in inglese, padre si traduce in “Father”)..
Capita che a Londra si possano ascoltare canzoni che andavano ad inizio anni ’70. Tra queste, credo fossimo al self service dello zoo, “Father and Son”, nella sua versione originale. Cominciai a canticchiarla e i due ragazzi più grandi, che già avevano più dimestichezza di me con l’inglese, mi fecero notare che mettevo molta enfasi nel recitare la parte del padre. Da allora, fino a poco fa, la ho cantata sempre “da padre”.

Ari flash forward al 2020
L’altroieri sono successe due cose. Una importante ed una, forse, banale.

Palo senior, uno tosto, 94 anni fatti ad agosto (rima non cercata), uno nato in data certa del 1926, approssimativamente un anno prima dello scempio di corropoli, da padre laziale (podista della SP Lazio nei primi anni del 900), è stato ricoverato in ospedale con delle brutte crisi di tosse.
Impietosa la diagnosi: coronavirus.
Quello vero!
Quello stronzissimo!
“Ce la metteremo tutta, ma sarebbe un miracolo!” Le parole della dottoressa del reparto covid di Vicenza sono state delle mazzate qui, alla bocca dello stomaco.

Chiuso a casa ho avuto il tempo di pensare molto. Di ripensare a tutti i momenti (tantissimi) belli ed a quelli brutti che, nella loro bruttezza, hanno forgiato il nostro rapporto di padre e figlio in qualcosa di fortissimo. Il mio vissuto mi dice, che, cancellati gli anni dell’adolescenza, quelli in cui “adulti = male”, “genitori = la parte peggiore dell’adulto”, il rapporto avuto con papà è stato di idolatria, di incantata ammirazione, di bimbo con il suo “EROE”. E credo sia giusto così. Con la maturità lui ha sempre dato ascolto anche alle mie opinioni e le nostre discussioni sono sempre state portate avanti da pari a pari. Da un anno e mezzo lui è venuto a vivere a Vicenza (prima stava ancora in Abruzzo), con la sua seconda moglie, una donna fantastica, più vicina a me di età che a lui, che ha saputo entrare nel suo cuore affiancandosi, non sostituendosi, alla prima moglie, mamma. E la vicinanza ha reso più frequenti i nostri incontri. A 94 anni la memoria fa brutti scherzi. Il breve termine è nebuloso se non oscuro. Ma il lungo è lì a portata di mano per essere riportato a galla con una grattatina di unghia. A fine maggio sono uscito dal mondo del lavoro, ufficialmente pensionato dal 1 agosto. Tutte, ma proprio tutte, le volte che ci siamo parlati in questi ultimi mesi, de visu o al telefono, lui mi ha chiesto:
“A Si’, ma tu quando ce vai in pensione?”
Dopo avergli, per l’ennesima volta, comunicato che in pensione ci sto già, lui partiva con la “vecchiaia”, il “rin[...]mento”, “nun ce sto più co’ la capoccia”. La mia controffensiva era: “Papà come si chiamava il tuo compagno di banco delle elementari?” [Garinei, quello del Sistina con Giovannini e della farmacia a piazza S. Silvestro – ndp], “Secondo te qual è stato il miglior portiere della Lazio?” [nomination fissa per Gradella, Sentimenti IV e Lovati, “… ma pure Peruzzi non è stato male, eh!”].
Nell’ultimo anno sono mancati suo cugino e sua cognata (mia zia materna), entrambi del ’36, 10 anni più giovani di lui. Erano gli ultimi legami che aveva con la sua generazione e la sua famiglia. Non gli abbiamo detto nulla per non intristirlo. Già l’isolamento Lockdown 1 lo aveva infragilito, non volevamo dargli un dolore superfluo. E ci scappava pure da ridere quando lui, un po’ indispettito faceva commenti su Massimo, che “oh, mica se fa più vivo” o Viviana “e ma lei l’hai vista come si è ridotta? Quella, magari, manco se ricorda più che esisto!”

Appuntamenti fissi: una visita ogni paio di settimane, ricorrenze a tavola (ma “nun so più quello di una volta” diceva ingurgitando a fine pasto, la seconda fetta di Sacher), telefonata post partita.
L’ultima sabato scorso. Ha chiamato lui:
“Contento? Abbiamo giocato proprio bene, eh?”
e giù una scarica di tosse che pareva una locomotiva,
“aspe’, che c’ho ‘sta tosse che m’è venuta che nun me da pace!”
Ancora tosse…
“A Silvie’, lo sai che c’è? Tossendo ho scatarato sur telefono… ammazza che schifo!”
Tosse…
“Ecco… mo credo di avere sputato un pormone pe’ tèra!”

Nonostante la tosse abbiamo continuato per qualche minuto… sono certo che penserò per sempre che siano stati troppo pochi quei minuti.
La telefonata della dottoressa era arrivata alle 15.00 di martedì. Tre ore dopo stavo ancora inebetito, indeciso se sperare in una fine rapida o in un egoistico prolungamento dell’agonia, in un miracolo, nel dubbio della divinità cui rivolgermi per la formale richiesta, o in una scarica di moccoli, più in linea con il mio essere un “dannato laziale”.

Poi suona la porta. Apro e c’è un ragazzino con dei giornali e dei volantini sotto braccio. Indossa un ormai rarissimo eskimo (leggermente diverso da quello che papà mi aveva regalato nel 1966, comprato da Bartocci sport) e, sotto i jeans di ordinanza, LE CLARKS! Beige! Come quelle che avevo io!
“ Ciao siamo un gruppo di volontariato del circolo operaio. Cerchiamo di aiutare chi vive situazioni di maggiore difficoltà, disagio e disuguaglianza nei nostri quartieri” [aveva imperato a memoria il volantino che mi aveva messo in mano]. “Possiamo portare a casa vostra la spesa…” lo ho fermato dicendogli che, no, non abbiamo bisogno, siamo autosufficienti. Poi ho sbirciato la testata del giornale che aveva sotto braccio: Lotta Comunista – Organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista – Proletari di tutto il mondo unitevi -  Opposizione proletaria all’imperialismo europeo a all’imperialismo unitario. “Ti interessa? Vuoi una copia?” Gli ho messo in mano una banconota (la prima che ho pescato dalla tasca). “Accidenti! Quanto ti do di resto?” Ho fatto di no con a testa. L’ho salutato con un “Ciao! In bocca al lupo!”
In camera ho rimesso Cat Stevens… e l’ho cantata con entrambe le intonazioni. Quella del padre e quella del figlio. Ma non l’ho finita perché ad un certo punto piangevo.

Ieri, alle 13:15, Mario Palo, uno dei più vecchi laziali in vita ha smesso di respirare. Era fisicamente solo, in un letto dell’ospedale di Vicenza. Spero fosse incosciente.

Ieri sera ci siamo visti coi figli, chi di persona, chi via skype da Parigi, a dopo qualche lacrimuccia (più di qualche) abbiamo immaginato papà che arrivava in un qualche aldilà e trovava i suoi genitori, i suoi suoceri, mamma e tutti i parenti che lo aspettavano. E le sue parole, le sue prime parole, ne siamo convinti, potrebbero essere state, guardando dietro alle spalle dei nonni e di mamma, nell’angolo in cui erano il cugino e la cognata:

“Vivia’, Massimu’, e voi che cazzo de fine avevate fatto?

In questo posto a volte ci sono momenti in cui capisci la grande fortuna che hai avuto ad esserne parte.

Post bellissimo e toccante.

Un grandissimo abbraccio di vicinanza a Palo, a Zorba, a Porga e a tutti quelli che stanno condividendo dei pezzi di vita così intimi e personali con tutti noi.
 

Powered by SMFPacks Alerts Pro Mod