Da sempre sono riuscito a controllare il mio corpo, le mie azioni con la mente, riuscivo ad avere un grande autocontrollo e, soprattutto, avevo, o forse ero convinto di avere, il controllo di quello che mi accadeva intorno, lo comprendevo, lo controllavo, lo gestivo e riuscivo ad avere grande tolleranza alle situazioni stressanti, da quando è morto mio padre tutto questo si è ribaltato. Le sicurezze che avevo, la sicurezza in me stesso si è improvvisamente sciolta al sole, colpa forse anche di tutti questi anticicloni dai nomi bizzarri e bislacchi, le emozioni non le controllo più, mi viene da piangere e non riesco a piangere, mi viene la nausea ma non riesco a vomitare, in alcuni momenti mi tremano le gambe o le braccia, impercettibilmente, ma se mi sdraio sul letto e rimango immobile riesco a scorgere un tremolio, un tremolio nervoso e allora mi rialzo e mi metto a fare qualcosa, almeno ritorno nell'inconsapevolezza del mio essere; spesso ho mal di pancia, mal di stomaco, sento come se avessi ingoiato il gran sasso e mi si fosse piantato sulla bocca dello stomaco, non ho fame e quel poco che mangio non lo digerisco bene; non dormo più, almeno non con continuità, dormo poche ore a notte, mi sveglio in continuazione e mentre dormo, lo faccio quasi in dormiveglia, la mattina mi sveglio con gli occhi gonfi, con la stanchezza come se avessi lavorato in cantiere per tutto il giorno e il peso psicologico di una giornata di lavoro da gestire, da organizzare, da far passare nel miglior modo possibile; già il lavoro, i primi giorni, le prime settimane dopo la morte di Papà, mi dava tanta forza, iniziavo a lavorare, dirigevo sul lavoro tutte le energie fisiche e mentale, positive e negative, mi distraeva, arrivavo alla fine della giornata con buone sensazione, adesso non più, non riesco a concentrarmi, non ho più l'entusiasmo di andare a lavoro o di fare altre cose, entro la mattina a lavoro e la mia fragile testolina inizia a vagare per i campi del Tennensee, inizia a pensare a quello che è stato e mai più sarà, alla forza che quell'Uomo mi dava, agli stimoli, a volte anche duri, freddi, che ricevevo, agli insegnamenti, a tutte le vittorie di cui sarò protagonista che non potrò festeggiare con lui e a tutte le sconfitte che mi vedranno cadere rovinosamente di cui non potrò parlare con il Dipa, perché così lo chiamavo, Dipa, a lui piaceva, piaceva sicuramente più di Babbo, probabilmente meno di Papà. In alcune circostanze, di difficoltà o di gioia, mi viene il pensiero di chiamarlo, di telefonargli, pensiero che dura una frazione di secondo, poi sulla mia faccia cala il buio perché no, non lo posso chiamare, non c'è nessuno da chiamare, nessuno di là che mi risponderebbe :"Dipaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa"...già perché anche io mi chiamo Dipa ed era un giochino carino 'sta cosa di chiamarci e di risponderci al telefono allo stesso modo; sapevo che avrei potuto chiedergli tutto, lui lo avrebbe fatto, sicuramente dopo aver bestemmiato, ma lo avrebbe fatto, come quando mi portò all'ospedale per mettermi i punti su un piede aperto in due per giocare a pallone in casa, scalzi, e si che pochi minuti prima dell'incidente di gioco, mi aveva avvisato che se mi fossi fatto male, non mi avrebbe portato assolutamente all'ospedale, invece mi ci portò, mettendo allo stesso tempo due nuovi record mondiali outdoor, coprimmo infatti la distanza di 7 chilometri urbani in circa 4 minuti, 4 minuti in cui furono emanate almeno cento, centocinquanta bestemmie, ha tirato giù mezzo calendario, poi, al ritorno, si mise a ridere, guascone come sempre. Ho l'ansia, o meglio, ci ho l'ansia, tutto mi sembra molto più grande di quello che è realmente, mi sento soffocare, non riesco a prendere fiato, a sedere non riesco a stare e allora mi alzo e faccio i chilometri percorrendo sempre i soliti tre, quattro metri, giro in torno come le mosche, non mi fermo altrimenti mi sento mancare nuovamente il fiato, ho un senso di angoscia terrificante, come se avessi la famosa spada di Damocle sulla testa, ma a un millimetro, la sento passare, mi sento graffiare leggermente, sento che sta per cadere giù e questo mi blocca, mi immobilizza.
Ho paura.
Ho paura di queste sensazioni che provo e che, fino a poco tempo fa, non conoscevo, ho paura di perdere le persone che mi sono vicino, mi sembra di essere al centro di una centrifuga umana, io al centro e le persone a me care che ruotano vorticosamente intorno allontanandosi sempre di più e ho l'impressione che ogni mio gesto per afferrarle le allontani ancora di più. Ieri sera, parlando con mia cognata, mi ha detto due cose molto significative, la prima, "è come se ti avessero (vi avessero in realtà in quanto c'è anche mio fratello in tutto questo) tagliato un braccio o una gamba" e in effetti la sensazione e questa, come se una parte di me, una parte importante di me non ci fosse più; la seconda, "per te (per me) è tutto amplificato dal fatto che ad aprile di quest'anno ti sei separato", a questa cosa non ci avevo pensato, anche la separazione in fondo è un lutto, un piccolo lutto, sono dodici anni di vita messi in discussione, interrotti, una persona, importante, che non c'è più; le due cose insieme mi stanno demolendo.
In tutto questo non riesco più a scorgere me stesso, quello che ero e al quale ero legato, una rivoluzione totale della mente, vorrei tornare a essere quello di prima, per questo ho deciso che dalla settimana prossima mi affiderò a uno psicoterapeuta, forse non risulterà utile, forse si, sicuramente non andrà peggio di così, inoltre tra pochi giorni nascerà Samuele, figlio di mio fratello, divento zio, mi dedicherò a lui, e lui, sono convinto, mi riporterà, ci riporterà l'entusiasmo di vivere.