Però bisogna capirli: il 26 maggio di dieci anni fa hanno subìto un trauma che pesa e peserà per sempre sulle loro menti. Hanno bisogno di qualche compensazione psicologica.
Ma siccome noi laziali siamo pietosi verso i sofferenti, vogliamo riproporre al sorcio sgamato e a tutti i suoi compagni di sventura una poesia di commiato scritta da un grande poeta
O poveri cugini addormentati
tra sogni di coppe e di campioni;
o lupi senza zanne, e rassegnàti
dopo mesi, anni, lustri d'illusioni,
eroi di agostani trionfi immaginati,
e di risvegli con tennistici punteggi;
depressi come il mar sargasso, e condannati
ad un destino eterno di dileggi:
io v'amo, e v'amo tal come amare s'usa
l'amico tonto, o il figlio sfortunato,
o il vecchio dalla mente un po' confusa.
O quanto v'amo! D'un amor che insieme è pace e guerra,
d'un sentimento ch'è pietà, ma pur ribrezzo sconfinato
per voi tristi cugini, letame nauseabondo della terra.