Erano undici, credevan d'esser forti, e sono morti.
Ricordo quella sera, quell'atmosfera tesa,
e i torvi romanisti convinti dell'impresa:
sognavano la gloria, brandivano la spada,
nessuno presagiva l'ennesima enculada.
La squadra che è vergogna di questa Capitale,
la squadra che da sempre ne rappresenta il Male
voleva sbaragliare i truci Petroniani
usando tutti i mezzi, foss'anche un gol di mani.
E dunque ci fu guerra, con spada e con elmetto,
in quella che per loro fu nuova Caporetto.
Ad uno ad uno io li osservai nel viso:
mostravano arroganza nascosta da sorriso.
Entrarono sul campo con quelle maglie oscene
(il simbolo di lupa sappiam donde proviene...)
e li sentii lanciare pronostico assai netto:
"Quest'anno c'è la coppa, poi viene lo scudetto!"
Con ghigno supponente e atteggiamento boro
andava Gasperino superbo innanzi a loro.
Allor mi feci ardito, e con cipiglio fiero
gli chiesi: " 'Ndove vai, o grande Condottiero?"
Guardommi e mi rispose: "Vò a conquistar la gloria,
arrivo alle finali ed entro nella storia".
Io lo ascoltavo incredulo, invaso da stupore,
e solo potei dirgli: "Vi aiuti Nostro Signore!".
Ma Iddio che è un gran burlone, nel ciel biancoceleste,
quel dì si comportò da vero guastafeste:
alfine li punì con quattro forti strali,
vanificando il sogno di andare alle finali.
Quel giorno furon tanti a fare harakiri,
sommersi dalle lacrime, travolti dai deliri.
Francesco Totti, invece, reagì da gran signore:
col Rolex preso ad Illary spaccò il televisore.
I romanisti tutti sembravano storditi,
partirono suonando, tornarono suonati.
Si videro tifosi in paralisi motoria
parlar con gli uccellini nei boschi di Trigoria.
Fu un giorno di dolore, di pianti ed alti lai,
mi prese compassione e meglio li guardai,
e vidi un pover'uomo frignare in mezzo a loro:
era il Gasperino, urlava "Io oggi muoro!"
Erano in undici, credevan d'esser forti,
e invece col Bologna sono di nuovo morti.
Della loro boria ormai non v'è più traccia,
volevano la Coppa, l'han presa, si, ma in faccia.