Citazione di: LeastSquares il 10 Giu 2020, 20:10
Supponiamo però che tramite un ridimensionamento drastico e un po' di fortuna riescano a racimolare tutta la liquidità che gli serve e a tirare avanti come una novella Udinese. Questa novella Udinese non la vedremmo in Europa, specie in quella più proficua
Quindi, il ridimensionamento si porterebbe appresso un ulteriore calo dei ricavi.
Come se non bastasse, poi, non tutti i costi sono comprimibili. Mi riferisco, in particolare, ai 20 milioni annui che dovranno pagare solo con riferimento alla loro emissione obbligazionaria. Probabilmente quindi ci sarebbe ancora da stringere la cinghia. 
E mentre loro si avviluppano in questo circolo vizioso, che solo l'immissione di capitali freschi potrebbe spezzare, arriverebbe il fatidico agosto 2024, in cui essi dovranno presentarsi al mercato e chiedere di rifinanziare il debito per, diciamo, almeno 300 milioni di euro.
Oggi all'Udinese glieli darebbero? Ne dubito
Ma supponiamo che glieli diano e continuiamo la storia. Col rating che si ritroverebbero, nel migliore dei casi il rifinanziamento del debito gli costerebbe solo di interessi almeno 25 milioni annui (oggi di interessi ne pagano quasi 15). All'avvio dei rimborsi parziali, dopo 1 anno e mezzo, il costo annuo che arriverebbe a superare i 30 milioni... 
Least osserva che, per superare la crisi di liquidità, l'immediata adozione del modello Udinese non potrebbe non essere sostenuta da una
boderosa iniezione di capitale fresco, e ricorda agli astanti che a passetto incombe il famigerato
JJB (B+), contemplante un periodico salasso per interessi con un finale colpo in canna. Di grazia.
Infatti, ammesso che, stringendo la cinghia, sostengano la cedola annuale, a scadenza il bond sarebbe enorme considerando il loro attuale valore.
Se il determinismo fosse una legge della natura, non avrebbero scampo: lo sceicco scemo, o la liquidazione, al più tardi nel 2024, preceduta da anni di lagrime e sangue.
Messa giù così sarebbe un sogno, e la prosa di Least è tanto convincente da aver procurato nel forum una silenziosa orgia di arcobaleni, tra cui il mio.
Tuttavia, assumiamo, per gioco, che siano in crisi (cosa che non risulta affatto) d'impresa, la prima domanda da porsi è se la crisi sia reversibile o meno.
Se al primo bivio la si giudicasse irreversibile, non vi sarebbe altra strada che il fallimento.
In realtà, adottate le misure anzidette (Udinese), la crisi sarebbe del tutto reversibile, perché la aesse ha ancora un discreto giro d'affari, pur in costante e significativo ridimensionamento, ma spende troppo e male.
Rimanendo su un piano accademico, potremmo ipotizzare il ricorso ad una inflazionata (mala tempora) via di fuga: abbattere il debito, proponendo ai creditori un piano di ristrutturazione, con rimborso parziale e differito.
Questa soluzione, prevista dalla legge, garantirebbe la continuità nella gestione dell'azienda, ancorché commissariata.
Decisione complicata da assumere ma che, al dunque, potrebbe rivelarsi l'unica soluzione per non far saltare il banco alla scadenza del bond.
Tenendo in disparte ogni questione relativa allo stigma del concordato (asfalliti) e alle conseguenze nei rapporti con il sistema bancario, primo falcidiato, ci sarebbe, comunque, da affrontare la questione dei titoli (?) sportivi.
In altre parole, che fine farebbero il
bonsai e la (antesignana)
coppa delle città di fiera?
Se le NOIF non sono cambiate, all'accertamento giudiziale dello stato di insolvenza segue la revoca.
Scopriremmo se, per la FIGC, il concordato in continuità costituisce dichiarazione d'insolvenza, ancorchè parziale.
Se tale fosse ritenuta, con la revoca del titolo sportivo la continuità verrebbe meno e il fallimento sarebbe automatico.
Se non lo fosse, la società terrebbe il bonsai, ma tutto l'attivo sarebbe destinato a ripagare, in pochi anni, il debito concordatario, sebbene falcidiato.
Tradotto: o il fallimento, o (dal modello Udinese al)
modello Spal, commissariato dal tribunale.
Un ulteriore problema derivante dall'accesso alla procedura concorsuale, deriverebbe nell'immediato dalla osservanza dei requisiti economico-finanziari per l'iscrizione al campionato, che, se non erro, impongono, oltre all'indicatore di liquidità recentemente innalzato, anche l'assenza di inadempimento nei confronti di altri tesserati, società e calciatori, difficilmente compatibile con una ristrutturazione del debito, a meno di voler creare classi ad hoc di creditori inquadrati in una sorta di prededuzione legata alla continuità aziendale, strettamente connessa alla permanenza del titolo sportivo.
Ma quale tra i molti creditori così pluri-surclassati voterebbe a favore di un siffatto piano concordatario?
Ecco perché, finora, per le società sportive professionistiche il concordato non ha mai portato grandi frutti.
https://www.ilsole24ore.com/art/la-vecchia-societa-palermo-calcio-e-definitivamente-fallita-ACOaUAtEsistono diverse varianti di questo schema, ma l'esito a cui conducono è pressoché il medesimo.
Però non v'illudete; nonostante il cerino si consumi più rapidamente del previsto, la pace e la concordia regnano a Trigoria.
Citazione di: Redazione Lazio.net il 11 Giu 2020, 08:08
La transizione societaria provoca una ruvida dialettica interna. Le parole di Petrachi hanno esasperato un clima molto teso
LOTTA PER LA ROMA TUTTI CONTRO TUTTI (Corriere dello Sport, 11 Giugno 2020)
Fienga è al comando ma non condivide le ultime scelte di Pallotta, Baldissoni prova a riprendere
il potere, il direttore sportivo è sempre più in bilico.
di Roberto Maida
ROMA
Il presidente Pallotta segue una strada che l'amministratore delegato da lui scelto, Guido Fienga, non condivide, come si evince chiaramente dalla recente relazione indirizzata agli azionisti.