Giorni d'ansia Una storia di illusioni e delusioni
Sette anni, tre sindaci, due progetti e ora i tifosi si sentono abbandonati (Corriere dello Sport)
di Marco Evangelisti
ROMA
Vanno via tutti, uno dopo l'altro, in questa mezzanotte di fuoco. Lasciano soli i tifosi, lasciano sola la squadra. Lasciano sola la Roma. Sola e al buio. Sembra ieri che il futuro somigliava a un albero di Natale, per quante luci aveva addosso. A pensarci meglio, no. Non sembra ieri, il 16 aprile sono otto anni ed è una scheggia di storia e un buon pezzo di vita. Quest'ultimo attacco al cuore dello stadio ti fa sentire come nel pomeriggio dell'Epifania, quando togli la spina dalla parete e le luci dell'albero si spengono tutte insieme.
Gli americani sono arrivati otto anni fa, parlando di una principessa che sarebbe diventata regina. Probabilmente, ci credevano davvero. Conoscevano le favole, meno la storia, e non conoscevano le paludi romane, tantomeno i tifosi. Il resto hanno imparato a conoscerlo, i tifosi a quanto sembra restano un popolo misterioso dalle usanze vagamente oscure. Il che è strano. Sappiamo di centinaia di persone che non sono nate romaniste eppure lo sono diventate alla vista di una curva imbandierata, al soffio di un fumogeno colorato.
Ma questa volta, ammettiamolo: non è colpa loro, non del tutto. E' più di un lustro che James Pallotta vuole tirar su lo stadio nuovo. E' venuto apposta e ha capito benissimo che non dovrebbe essere un traguardo. E' il punto di partenza, la pietra angolare. Ha visto la Juventus appoggiarsi al suo di stadio, e darsi l'abbrivio. L'ha invidiata.
Vuole ancora questo impianto. Perché è un affare, perché procurerebbe agiatezza alla Roma, perché arricchirebbe ulteriormente lui, che differenza fa? Ha cominciato con Alemanno sindaco nel 2012, ha ingaggiato uno di quegli architetti con gli studi in due continenti, Dan Meis. Ha contattato produttori di bibite dolci, holding immobiliari, catene alberghiere, banche d'affari, produttori di scarpe da ginnastica. Ha litigato e si è abbracciato con Marino e il suo assessore all'urbanistica Caudo per i volumi delle attività commerciali annesse allo stadio (il vero motore economico dell'operazione), per l'ampiezza delle aree verdi, per l'ampliamento delle strade, per il numero di treni della metropolitana. Ha accettato di dimezzare il progetto, tagliare ciò che intorno all'arena avrebbe dovuto sorgere, cancellare tre grattacieli che, belli o brutti, avrebbero aggiunto al profilo di Roma un'impressione di vitalità, un'ombra di trucco senza riuscire a velare la bellezza. Ha superato i blocchi ideologici dei nuovi funzionari di partito, i veti degli ambientalisti, la scoperta dei nidi delle rane di fosso, i vincoli artistici sul fango e sul cemento del vecchio ippodromo. Due giorni fa era stato dato un colpo di lima alle questioni burocratiche. Mancava solo l'ultimo voto in consiglio comunale. Ammesso si faccia, è diventato un tuffo tra Scilla e Cariddi. Tra chi ha sempre urlato contro lo stadio e chi taceva per disciplina.
Sei anni, tre mesi, tre sindaci, un commissario, due sovrintendenti, ottanta milioni di spese vive più tardi Pallotta non ha in mano ancora nulla. E' solo questione di tempo, gli hanno detto dieci volte, e lui e i dirigenti della Roma lo ripetevano. A se stessi e alla gente. A ogni passo avanti decisivo è seguita una pietra tombale, a ogni annuncio gaudioso un provvedimento giudiziario. Ma sapete, delle tasche di Pallotta può anche interessarci poco. Sarebbe bello, invece, che qualcuno, dal Campidoglio a Boston, dal Delaware alla Via del Mare, s'interessasse dei tifosi della Roma. Li comprendesse, almeno. Aspettavano, aspettano questo stadio con ansia e scetticismo, come il ritorno promesso di una divinità i cui oracoli non hanno mai proferito parola. Pazientate e sperate, dicevano, e loro lì a guardare giocatori arrivare, passare, scomparire, di solito senza avere il tempo di stabilire un rapporto che andasse al di là della simpatia istintiva. Erano fuochi fatui, raggi verdi al tramonto. Sopportate, dicevano ancora, non sarà più così quando avremo lo stadio. I Marquinhos, i Pjanic, i Salah, gli Alisson verranno per restare, nella nostra città che dorme ma non invecchia. Invece in questa mezzanotte di fuoco, in questo mese nero, sono stati lasciati soli da Di Francesco, da Monchi, dalla Champions League, dal derby, dalle prospettive, dalle luci e dai sogni. Non ci fosse Totti, sarebbe dura ricordare come eravamo quando eravamo la Roma. E Pallotta adesso che fa? Va via anche lui? Sono arrivati a domandarsi questo, i tuttappostisti come i "fucking idiots". E' solo un gioco, d'accordo, è solo un amore. Ma non merita di spegnersi così, nel buio e nella solitudine.