Dentro gli equilibri e gli squilibri che hanno portato allo stallo sul nuovo impianto della Roma
Tor di Valle, l'ombra della crisi a 5 Stelle (Corriere dello Sport, 31 Maggio 2019)
Adesso regna il silenzio intorno allo stadio. I vertici comunali sono in difficoltà dopo le elezioni. Intanto sono riprese le riunioni tecniche
E' calato il silenzio e non è un silenzio metaforico. E' stupore, sconcerto e melanconia. In Campidoglio non hanno voglia di parlare di un bel niente, figuriamoci dello stadio della Roma che in tre anni, senza averne colpa perché è un innocente ancora non nato e anche perché è solo una tessera di un rompicapo molto più vasto, ha devastato la sicurezza in sé stessi dei nuovi amministratori della città diventando, da opportunità che avrebbe dovuto essere, un incubo quotidiano.
Ha causato l'estromissione dal Movimento 5 Stelle di qualche personaggio di rilievo della politica locale. Ha contribuito a mandare agli arresti il presidente dell'Assemblea Capitolina, cioè del consiglio comunale. Ha causato molti mal di pancia, innumerevoli mal di testa e qualche mal di denti, per sfruttare una metafora inventata dall'ex assessore all'urbanistica e irriducibile oppositore dello stadio Paolo Berdini, a un'ampia maggioranza delle persone coinvolte. Che sono tante e comprendono anche architetti, docenti universitari, magistrati inquirenti, magnati del settore immobiliare, guardiani di scuderia rimasti senza cavalli da sorvegliare.
Tuttavia non si sono fermati. Non sanno come farlo, non sanno se farlo perché il rischio di una causa pesante da parte della Roma (o meglio dei proponenti legati alla società sportiva di nome As Roma, che è lo stesso) è concreto, come sottolinea l'ex assessore all'urbanistica del Campidoglio e attuale presidente del Municipio III, Giovanni Caudo. Tanto da far pensare che la strategia attuale di James Pallotta si riduca proprio a questo: andiamo avanti il più possibile, lasciamo che il Comune s'infili a fondo nella trappola che si è costruito da solo e a tempo debito colpiamo senza compassione.
L'ITER. In realtà, anche se affondato nel silenzio, l'iter per Tor di Valle sta andando avanti. E stanno andando avanti anche i tentativi di fermarlo, segno che se non v'è certezza del successo non ne abbiamo neppure del fallimento. Sono ripresi da una quindicina di giorni gli incontri tra i tecnici di Eurnova e quelli degli uffici comunali. Tengono una o due riunioni a settimana e rispetto alle giornate di gelo intenso tra le parti siamo in una fase di cordialità. Prima si erano tutti arrestati (nessuna ironia) per via delle frasi acide del presidente giallorosso Pallotta, il quale aveva invitato i tifosi a scendere in piazza per manifestare in favore dello stadio o qualcosa del genere. Per essere onesti bisogna aggiungere che la stizza di Pallotta era stata innescata appunto dai ritardi nella procedura, dalla mancata calendarizzazione del voto sulla variante urbanistica da cui discende l'ok definitivo a costruire e dai contrasti sulla stesura degli accordi finali. Non è che la situazione sia cambiata di molto, ma perlomeno la corrente ha ripreso a scorrere nella direzione corretta.
Il punto è che nelle varie stazioni del calvario, il compromesso raggiunto nel febbraio 2017 tra la Roma e il Comune sul taglio del progetto (il passaggio che, secondo Caudo, ha messo il club in una posizione di forza nei confronti dell'amministrazione a causa dell'incauta stesura di un documento ufficiale), la conferenza dei servizi peraltro in seconda convocazione, le modifiche agli elaborati ripetutamente chieste ai proponenti, la scrittura tuttora in corso della convenzione, è andata perduta la cristallina differenza tra diritti e doveri dell'una e dell'altra parte che caratterizzava l'accordo originario tra Pallotta e la giunta Marino. Per raggiungere il quale non per niente sindaco e assessore competente si erano recati negli Stati Uniti, insoddisfatti della comunicazione via e-mail. E poi, francamente, quando si passa dalla teoria alla pratica e si stabilisce chi deve fare che cosa e a che prezzo litigare è inevitabile. A quanto si sa i contrasti riguardano diversi punti della convenzione urbanistica, cioè appunto il documento che fissa sin nei dettagli la distribuzione dei compiti nella realizzazione delle opere pubbliche. Non si tratterebbe tanto di una questione economica: la Roma sa già di dover contribuire - a parte gli 80,6 milioni stimati da spendere per l'unificazione di Ostiense e Via del Mare, due ponti ciclopedonali, la messa in sicurezza del fosso di Vallerano, parco fluviale e ammennicoli vari - all'acquisto dei treni per la Roma Lido, una cosetta tra i 10 e i 20 milioni. Il vero nodo riguarda invece la tempistica della realizzazione. Il Comune, come da delibera, pretende che lo stadio non entri in funzione prima del completamento della viabilità. Tempo previsto per la costruzione dello stadio: due anni e mezzo circa, facciamo tre. Assai meno delle abitudini italiane per le opere pubbliche.
PARTITA A SCACCHI. Così la Roma può anche immaginarsi di giocare al gatto con il topo. In realtà si tratta di una partita a scacchi. Pure perché il Movimento Cinque Stelle, che guida il Comune, ha appena subito una batosta elettorale memorabile, anche in città. Sta pensando ad altro che allo stadio. Anzi, pensa allo stadio come tassello della propria strategia di rilancio, se non di sopravvivenza. Su Tor di Valle adesso decidono i vertici nazionali. Che prima erano propensi a dare il via libera e al momento sono confusi, temono di sbagliare mossa, devono riadattarsi all'ambiente diventato ostile. Quindi in Comune procedono silenti e prudenti, temendo che qualsiasi cosa facciano possa essere usata contro di loro. Quindi Pallotta perde la pazienza e invoca una solidarietà che oggi come oggi pochi tifosi sono disposti a concedergli.