Milano in fuga anche per il nuovo San Siro
Roma, due strade Per Tor di Valle (Corriere dello Sport, 6 Luglio 2019)
Tentativi di compromesso: capienza ridotta o nuovi calcoli sul traffico. Ma la strada è stretta
di Marco Evangelisti
ROMA
C'è una città che scappa in avanti e una che fugge dal presente, una che nuota e un'altra che annega. Se non annega, brucia insieme con i suoi cassonetti dell'immondizia e i suoi bus urbani. A Milano due club calcistici che per un bel po' si sono spartiti l'Europa e contano, con maggiore o minore realismo, di ricominciare decidono di fare sistema - modo di dire orrendo, ma spesso definisce qualcosa di funzionante - e annunciano al sindaco che nel giro di una settimana presenteranno un piano comune per la realizzazione di un nuovo stadio, a pochi mesi dai primi vagiti dell'idea. A Roma una società alla quale l'Europa scotta sotto i piedi come una spiaggia ferrosa nei pomeriggi di luglio resta prigioniera per sette anni di una catena burocratica fissata a un progetto complicato, avversato, logorante, torturato e mutilato. Se le offrono la libertà di un'alternativa, va a vedere e poi si rimette la catena. Mentre intorno piovono giunte comunali in caduta libera, soffiano venti di malcontento e grandinano inchieste giudiziarie.
E' una vita che va avanti questa fabbrica preparatoria di Tor di Valle e metafora drammatica della vita sembra l'iter purgatoriale dello stadio attraverso il quale secondo la narrazione (anche secondo la logica, purtroppo) passa il confine tra l'essere e il limbo della Roma. Un rotolare di sofferenze, un approdo all'abisso. O forse no, ma credere al lieto fine è ormai una questione di fede. Le dimissioni del vicepresidente vicario dell'assemblea capitolina Enrico Stefano, che solo a star lì contribuiva a saldare la turbolenta maggioranza, non aiutano. Ironico che la gran parte della convenzione urbanistica stia venendo giù nero su bianco bella spedita. Finché parlano tra loro gli avvocati non succede nulla di tremendo, altro paradosso di questo mondo a parte.
Ma presto o tardi, nei prossimi giorni, bisognerà sciogliere la questione di fondo, la necessità di tirare su insieme lo stadio e le opere di viabilità, e potenziare la ferrovia Roma Lido. Finché non è tutto pronto, dicono in pubblico e in privato i membri della giunta, lo stadio non può aprire. Significa che l'impianto una volta ultimato dovrebbe restare sontuoso e inutile, cattedrale dedicata a se stessa, per un paio d'anni anche a vedere tutto rosa.
I Cinque Stelle hanno un solo modo di tenere in piedi sulla vicenda la loro barcollante maggioranza: presentarsi in assemblea (quando? l'estate è ormai più che matura) con questo scalpo. Oppure con una soluzione brillante approvata e timbrata dai tecnici che stanno discutendo con la Roma e i suoi partner. Negli incontri in corso cercano di trovare qualcosa che si regga in equilibrio e disperano di esserne in grado. Una trovata: limitare la capienza dello stadio dai 52.500 spettatori previsti a 40-45.000 finché la mobilità non sarà a pieno regime. Quelli della Roma quando ne sentono parlare si allontanano disgustati. Perché non salti il piano industriale in tali condizioni dovrebbe aumentare il prezzo dei biglietti e non sarebbe il modo più amichevole di introdurre i tifosi nella casa nuova.
Altra possibilità è lavorare sui parametri del Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile, rivisitazione generale del sistema di strade e di trasporti di Roma che sta prendendo forma in questi mesi. All'interno delle varie fasi del piano, teoricamente in grado di trasformare Roma in una città adatta a ospitare vita intelligente e mobile, è forse possibile trovare lo spazio per rielaborare i calcoli e decidere, per esempio, che non è più necessario assicurare al 50% degli spettatori il trasporto su ferro, che sarà sufficiente e accettabile una percentuale minore. Se lo scrivono i tecnici, la giunta approva e si va al voto. Senza però quella spinta propulsiva che aveva caratterizzato le prime fasi del nuovo corso, quelle dello stadio fatto bene, degli hashtag e delle foto ricordo sotto la lupa capitolina. Oggi la giunta che non sa dove andare a scaricare i rifiuti vede lo stadio come una strada stretta e buia in cui è andata a cacciarsi, troppo lunga per voltarsi e tornare indietro, troppo insidiosa per tirare dritto.
Nel frattempo, Milano si è presa un buon numero di aziende produttive, l'Olimpiade (d'inverno: comunque un successo internazionale a cui l'altra metropoli ha opposto un grande rifiuto), le innovazioni architettoniche, la vivibilità, la pulizia. Produce storia mentre Roma si guarda l'ombelico. Del mondo, ma pur sempre un ombelico. Manca che prenda il largo anche sulla strada del nuovo stadio, come una lepre che può permettersi di partire con comodo. Tanto la tartaruga ci metterà sette anni, ammesso che non si fermi del tutto. E non date retta ai giochi mentali: la lepre arriva prima dovunque.