STADIOMANIA: MILIONI DI METRI CUBI DI BALLE (Il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2017)
di Daniela Ranieri
Tante cose bizzarre accadono sotto il cielo di Roma, tra cui il fenomeno per cui una milionata di metri cubi di cemento da versare a Tor di Valle, in pieno Agro Romano a sud-ovest della capitale, diventa improvvisamente il simbolo del riscatto della città e di sentimenti popolari suscitati ad arte. Di questa montagna di romanità giallorossa sembra non si possa più fare a meno, tanto più che il gioiellino incastonato nel nulla – nulla urbano e politico – arriverebbe dopo il no alle Olimpiadi, lo sgarro supremo della giunta Raggi a palazzinari, speculatori, intrallazzini e amici del generone, oltre che dichiarazione di guerra allo storyballing dell'Italia che riparte, con fatica grandiosa.
"SPERO CHE la politica stavolta non c'entri", ha detto l'allenatore della Roma Spalletti sponsorizzando il mastodonte (campo da gioco, torri, negozi, business cent er ), due secondi prima che le sue dichiarazioni venissero usate dai politici per divinare la manna dal cielo e additare i contrari come nemici del popolo. Dal tweet di Francesco Totti, che per i romanisti è Cassazione ("Vogliamo il nostro Colosseo moderno #FamoStoStadio"), un affare di soldi e mattoni si è trasformato in una prova di forza epica, tanto che il sindaco Raggi si è sentita in dovere di rispondere: "Caro Totti ci stiamo lavorando. #famostostadio nel rispetto delle regole". La stadiomania rimbalza dalle radio locali (dove Tor di Valle è ormai quel che è Medjugorje su Radio Maria) ai giornali nazionali, dove il molosso è presentato come l'ul - tima chance concessa al M5S per essere credibile, specie adesso che si è liquefatto l'assessore all'Urbanistica Berdini, contrario a una costruzione al di fuori del piano regolatore. In questa cornucopia di endorsement, preghiere e madrigali, poteva mancare il parere del più bravo venditore di aria fritta degli ultimi anni? Non poteva. Nella ene - wsn. 458, al punto 3, intitolato "Lo stadio? E fàmolo!", Matteo Renzi scrive: "Se si dice no a tutto, si blocca il futuro. Si bloccano gli investimenti. E ci si condanna a vivere di rimpianti". Sentendosi un po' Bergoglio che manda un messaggio al Super Bowl, questo instancabile produttore di futilità, che da capo del governo non ha fatto ripartire né i consumi né l'occupazione, vede nello stadio "un fatto economico per il territorio (posti di lavoro e indotto) e un fattore di crescita". Da grande inauguratore qual è (trasformò l'apertura della Nuvola di Fuksas in una cerimonia del renzismo), è chiaro che si candida, auspicabilmente da presidente del Consiglio, ad andare di persona a posare la prima pietra. Come da tradizione, gli fanno eco i seguaci, dal governatore Zingaretti all'ultimo dei consiglieri mannari del Pd, di quella schiatta di servitori della città che andarono dal notaio ad accoppare alle spalle il (loro) sindaco Marino. Tutti improvvisamente esperti di calcio, di geologia e di scienza delle costruzioni. Ma se Renzi è costretto dal suo personaggio a ripetere la solfa futurista del Sì e replicare i sogni di grandezza di Expo, stupisce che i romani, che hanno tutti i giorni sotto gli occhi le condizioni in cui anni di malgoverno e ruberie hanno ridotto la città, affidino le loro pretese a questa cattedrale nel deserto, piuttosto che al diritto ad avere servizi, strade e trasporti degni di una capitale europea. Dovrebbero sapere che il cosiddetto "stadio della Roma" non sarebbe della squadra, ma del suo attuale presidente James Pallotta, che nel 2012 in Florida ha firmato un accordo col proprietario dei terreni Luca Parnasi, la cui società di famiglia Parsitalia era indebitata con le banche (tra cui Mps e Unicredit) per 450 milioni, ora passati a Unicredit, peraltro ex socia di minoranza della A. S. Roma. Di certo non sarebbe nettare per la città, su cui grava un debito di 15 miliardi. Da qui il sospetto: non è che Totti, che è il più grande campione che Roma abbia mai avuto ma non il suo sindaco, si fa vettore in buona fede di interessi che esulano dal tifo? E che si usa lo stadio per mettere Raggi in un vicolo cieco? Se dirà sì, infatti, dovrà guardarsi dai lupi; se dirà no, si ritroverà i giornali amici di banche e costruttori alle costole e una parte degli ultras sotto casa.
LA CITTÀ CHE dimentica tutto, pure di essere stata mucca da mungere per Buzzi &Co., chiede p anem et circenses. E a proposito di pane: pensino, i contribuenti, che mentre Equitalia (qualunque nome oggi abbia) bussa alla loro porta per esigere debiti di pochi euro diventati migliaia, dei signori abituati ad avere buffi milionari si preparano a brindare passandosi i soldi sotto il tavolo, osannati dal popolo bue che grida "Forza Roma". Sempre che i romani non amino rimanere imbambolati nel loro secolare destino: lamentarsi di tutto nei giorni feriali ed esultare al Colosseo nel dì di festa.