Il ruolo del PD e delle forze politiche
In questo quadro, altrettanto emblematico è il ruolo del PD romano. Nonostante l'operazione fosse stata condotta da a suo tempo Marino, ha subito impugnato la bandiera dello "stadio" in nome della "grande occasione per Roma". Ha fatto immediatamente propri tutti i contenuti della campagna dei proponenti sulla opportunità della creazioni di occupazione, della creazione di servizi. Ha impugnato questi argomenti per creare polemiche rancide e demagogiche contro "il partito del NO a tutto", che paralizza Roma, personificato dal M5S. Non ha utilizzato soltanto i suoi consiglieri di minoranza, ma soprattutto la Regione Lazio del presidente Zingaretti che sta usando Tor di Valle come una clava contro la Raggi. Vi è da dire che nell'assumere queste posizioni il PD non ha dovuto fare alcuno sforzo, non ha dovuto effettuare alcuna torsione: l'alleanza con i palazzinari è nel suo DNA, l'urbanistica contrattata è stata una sua invenzione di decenni fa, dell'allora PDS, poi cristallizzata da Veltroni del PRG del 2008. Il PD è stato in prima fila nel tentativo – al quale fortunatamente il M5S ha resistito – di portare le Olimpiadi del 2024 a Roma, e, pur essendo stato sconfitto, su quella battaglia ha cementato le basi per una rinnovata alleanza con i settori più retrivi (se mai ce ne fossero di meno beceri) della borghesia romana, dei grand comis degli apparati statali parasportivi e non (CONI in primis) e delle associazioni imprenditoriali ai vari livelli, ai commercianti, eccetera. Su questo è nei fatti apparso in prima fila, offuscando il ruolo della destra: Forza Italia si è limitata a fare la seconda voce del coro e ancora più defilata la destra fascista che oscilla fra il forte sostegno all'operazione speculativa ed il timore che una sua sovraesposizione nel sostegno possa in qualche modo favorire il PD. Registrata la opposizione di Sinistra per Roma e di Fassina, è – anche questa – emblematica la posizione di SEL romana: senza esporsi troppo, nella sostanza la maggioranza di SEL non solo nei fatti non si oppone, ma opera concretamente, senza dare nell'occhio, alla mediazione sulla sforbiciatina alle cubature. Smeriglio, vice presidente della regione Lazio, è anche la punta di diamante delle componente di destra di SEL che sta per accasarsi con Pisapia senza passare per Sinistra Italiana, in perfetta coerenza con il ruolo di sostegno supino al PD che ha ricoperto in regione. E d'altra parte Pisapia è l'uomo del "modello Expò" che di colate di cemento se ne intende: che altro aspettarsi se non qualche piccola furbizia, tipo non esporsi troppo, vedere come si mettono le cose, tenere i piedi in molte staffe, aspettare l'epilogo ed eventualmente, a cose fatte, assumere la posizione più popolare al momento? In questo quadro, la preoccupazione di tutti è quella di far cuocere a fuoco lento la Raggi e il M5S. Questo spiega anche gli apparenti anguilleggiamenti del PD stesso che mentre sostiene il progetto, al tempo stesso accusa di incoerenza il M5S per il patteggiamento con i proponenti (su questo si è distinto l'house organ la Repubblica). Il M5S, dal canto suo, si trova in un autentico marasma e rischia una implosione: la base romana è maggioritariamente contraria, Grillo è favorevole, il "Raggio magico" pure. E' partita una battaglia interna che si gioca tutta nelle retrovie e al coperto, senza alcun coinvolgimento della città, senza neppure una vaga ipotesi di partecipazione popolare, o anche soltanto di generica "trasparenza". Ogni trattativa resta totalmente rinchiusa nelle segrete stanze. Anche su questo il M5S si rimangia tutti gli slogan pseudo-democraticistici con cui ama presentarsi all'esterno, con buona pace dell'immagine della forza politica in cui "uno vale uno", in cui "si mette tutto online", i cui "decidono i militanti".
La campagna mediatica e la prefigurazione di un nuovo blocco sociale
La cosa estremamente interessante che si è sviluppata intorno alla vicenda stadio-Tor di Valle è proprio la campagna mediatica che è stata avviata di creazione di consenso alla speculazione. E' un fenomeno così pervasivo e di grande dimensione che meriterebbe una indagine a parte perché a suo modo costituisce un modello. Il suo obiettivo di fondo, infatti, non si limita a creare un consenso popolare alla specifica operazione stadio, bensì a convincere la città che l'unico elemento di sviluppo, il volano della ricchezza e del benessere, l'unico elemento di intervento sulla città, di creazione di lavoro e persino di infrastrutture e servizi è l'iniziativa privata e l'edificazione. Ripetiamo: è molto di più che il consenso all'opera; è la santificazione del capitale che con il suo intervento taumaturgico dispensa i cicrcenses ma anche il panem. E non lo fa soltanto in funzione di sussidiarietà nei confronti del pubblico, ma, praticamente, in via esclusiva e che pertanto deve avere il via libera di fare tutto quello che vuole, quando vuole e soprattutto dove vuole. E' una campagna ultraliberista e iperideologica che vuole sancire il diritto del capitale di utilizzare la città come meglio crede. Alla campagna stanno partecipando in modo sospettamente coordinato la stampa locale con il testa l'ultrareazionario Il Tempo), la stampa nazionale (con la Repubblica che si è riscoperta Marinista), il sistema delle tv locali e le numerose radio sportive che sono seguite da centinaia di migliaia di persone ogni giorno. La campagna non si limita ad un coinvolgimento passivo, ma ha attivato una grande quantità di commentatori da tastiera che intervengono nei blog, rispondono agli articoli dei giornali online e telefonano alle radio saturando ogni spazio possibile. E' soprattutto lì che avviene la semplificazione massima del senso comune: Tor di Valle è una discarica e c'è la prostituzione, quindi benvenga lo stadio e il cemento; l'opera crea migliaia di posti di lavoro; chi investe tanto ha diritto ad un ritorno; i privati fanno tutto con soldi loro e costruiscono infrastrutture che non riesce a fare il pubblico; è il privato che decide dove e cosa costruire (proprio così!); il business park attirerà imprese e altri investimenti. Questo è il tenore degli argomenti utilizzati. Chi si oppone, invece, è il partito del no a tutto, dell'immobilismo, dei soliti comunisti radical chic, di quelli ideologicamente prevenuti; Berdini, gli intellettuali e gli urbanisti sono i "parrucconi", quelli a servizio di Caltagirone (il potente palazzinaro rimasto, per una volta, fuori dalla mangiatoia); infine tutti gli altri – quando si rimane a corto di argomenti – sono "laziali" o "juventini", e con questo si chiude il cerchio. La rozzezza ideologica e culturale di questa campagna si appropria di una tradizionale passione popolare per utilizzarla senza mediazioni individuando un target preciso che è costituito da individui atomizzati temporaneamente aggregati nella categoria astratta del "tifoso". Questa categoria, nella campagna così orchestrata, non ha nessuna qualificazione sociale: il "tifoso" è un individuo, appunto, astratto, generico, non ha legittimità di critica, in quanto "tifoso" tantomeno appartiene a una classe sociale, non è neppure un "cittadino", bensì una categoria. "tifoso", in questo caso, è l'analogo di "automobilista" oppure di "consumatore", categorie ai quali sono destinati comportamenti univoci. Allo stesso modo in cui si vuole che l'automobilista pensi solo a portare l'auto e reclamare più parcheggi, allo stesso modo in cui il consumatore acquista e consuma, al tifoso è destinato – fra i pochi comportamenti ammissibili ed auspicati – oltre al tifo, il sostenere il progetto dello stadio. Punto. Se questo non è il trionfo dell'ideologia neoliberista, qualcuno trovi una migliore e più appropriata locuzione ermeneutica.
Questo che abbiamo descritto non deve sembrare in contraddizione con il fatto che la campagna pro-cemento (dovremo smetterla anche noi di chiamarlo il problema dello stadio) evoca, sia pure in termini vaghi e larvati, la necessità di una certa parte della borghesia romana di proporsi come riferimento per un nuovo blocco sociale che – in linea generale – rafforzi la tendenza alla concessione di mano libera dai retorici lacci e lacciuoli che impedirebbero agli imprenditori romani di cumulare profitti e potere come e dove vogliono: oggi con il cemento, domani completando le privatizzazioni dei servizi, le municipalizzate, il patrimonio pubblico, eccetera. Ora non ci avventuriamo in questa analisi (che richiederebbe un approfondimento che eccederebbe la capienza di questo spazio), tuttavia ne andrà letta con molta attenzione la sua eventuale evoluzione perché – e non sarebbe poca cosa – la consideriamo una delle poste in gioco della prossima fase in questa città.
La risposta necessaria: una piattaforma di ricomposizione sociale che parli di politica
Al momento in cui scriviamo non sappiamo quale sarà l'epilogo della vicenda di Tor di Valle. L'intervento della Soprintendenza sui vincoli posti alla conservazione degli elementi architettonici presenti nel preesistente ippodromo sembrano prefigurare un notevole allungamento dei tempi. Non solo per questo riteniamo che – come detto all'inizio – rimane ampia la possibilità di opporsi a questo progetto. Esiste una diffusa sensibilità nella città contro lo strapotere dei costruttori che è anche il portato, il sedimento di lotte storiche ma anche più recenti in difesa dei territori. Una sensibilità ambientalista ed ecologista che però si esprime flebilmente, molto al di sotto delle possibilità e pur avendo davanti delle praterie di spazio politico. Pesa senza alcun dubbio la mancanza di forze politiche e anche sindacali che possano costituire un elemento credibile o che abbiano le forza soggettiva di potersi candidare a fare da traino e da stimolo per le mobilitazioni e per una controcampagna. Ma certo non stanno meglio i movimenti dal basso: le vertenze territoriali che pure hanno animato il magro panorama delle lotte sociale negli ultimi anni sono spesso scollegate; i generosi tentativi, come quello pur interessante e positivo di Decide Roma, vivono momenti alterni di visibilità ed apnea; nelle periferie degradate e socialmente disgregate si è ancora distanti dal ricostruire un tessuto di iniziativa che sia in grado di dare un segno caratterizzante – in senso di classe – ad una potenziale ripresa di mobilitazione sociale. Quello che manca è una piattaforma unificante, sociale, ma che parli al politico e di politica. No ad un ulteriore consumo del suolo, utilizzo sociale degli spazi urbani e il loro riuso, urbanistica partecipata secondo un processo democratico, ripubblicizzazione dei servizi e reinternalizzazioni, uno stop deciso e senza compromessi alle logiche di mercato e del profitto nell'uso del territorio, il contrasto alle politiche di austerità e – intorno a tutto questo – una pressante campagna per il non riconoscimento del debito, il perenne pretesto con il quale le politiche di bilancio degli enti locali sono votate al massacro sociale. Questi dovrebbero essere gli assi di fondo di questa piattaforma. E su questo si dovrebbero costruire organismi popolari di partecipazione, dibattito ed iniziativa coordinata caratterizzati dal punto di vista sociale e di classe. Bisogna far vivere il principio che è la città che decide e non i poteri forti, i palazzinari e la finanza. E decide anche dove fare lo stadio e – eventualmente – cosa metterci intorno E' la sfida che abbiamo di fronte e che certamente non riguarda solo lo stadio e il suo ingombrantissimo contorno. E' la sfida che parla della possibilità di ricostruzione di una alternativa di classe a Roma.