Tribuna Tevere laterale, lato Curva Nord.
Io e il mio amico Mirko davanti, Papà e Duilio (il padre di Mirko) dietro.
Ce ne eravamo fatte tante di partite insieme io Mirko quell'anno, sempre sul muretto degli Eagles.
Anche la prima in casa, quell'allucinante Lazio-Messina 0-1, gol di Gobbo.
Ci eravamo partiti dal campeggio a Tor San Lorenzo con la corriera, un viaggio.
Quella volta però c'era la dinastia al completo e quindi si stava un po' più comodi in Tribuna.
Mica tanto poi visto che era piena come un uovo, altro che posti numerati!
La partita iniziava alle 16:00 perchè una volta era così.
D'inverno alle 14:30, d'estate alle 16:00.
E basta.
All'entrata delle squadre in campo la prima scossa al cuore, il primo groppo in gola.
Lo stadio che è uno scintillio di sciarpe e biandiere con "Un amore così grande" in sottofondo.
Un grande cuore biancoceleste fatto di ortensie viene portato sotto la Nord, all'intersezione con la Tribuna Tevere, dove eravamo noi.
Prima l'emozione, poi la scaramanzia del tifoso: "Ahò, ma sembra un cuscino funebre"!
Il tutto senza mani.
La partita comincia e l'approccio inziale, sull'onda del fomento, è del tipo "chi lo segna il primo gol"?
Il Vicenza praticamente non esiste in campo, almeno per 10 undicesimi.
Quell'unico che sfugge al disegno divino però e proprio il portiere, Dal Bianco.
Para pure gli atomi di carbonio e ad ogni parata toglie sicurezza ai giocatori e anoi sugli spalti.
L'approccio pian piano diventa "e famolo sto gol", uno maledetto e subito.
Ma niente.
In particolare è Mandelli che si diverte a prendere la mira sul portiere e quando invece si riesce ad indirizzare agli angoli sto fio de.... insomma para proprio tutto.
Finisce il primo tempo.
La squadra esce tra gli applausi, ma le mani tremano mentre battono.
L'intervallo passa cercando di pensare positivo.
Il Vicenza in campo non c'è, siamo tutti consapevoli che basterebbe un solo gol per vincere.
E facciamo finta di credere che arriverà.
Ogni tanto, durante la partita e nell'intervallo, mi giro verso Papà.
Uno sguardo ai suoi occhi biancocelesti per avere un segno.
La faccia è tirata ma lo sguardo è sereno.
Troppe ne ha passate Papà, per cose serie.
Una valvola mitralica artificiale che ti fa ticchettare il petto come una sveglia.
Due operazioni a cuore aperto quando per questo tipo di intervento non ti sedavano solamente ma ti ibernavano.
E per risvegliarti ti mettevano su delle piastre che ti "scioglievano"... e ti scottavano le chiappe.
Per due volte i dottori hanno consegnato la fede di mio padre a mia madre, e per due volte lei gliel'ha rimessa al dito.
Queste so' caxxate pe' te Papà, lo so'.
Ecco perchè gli occhi restano sereni... o forse no, forse quegli occhi che hanno visto la morte in faccia vedono più lontano e già sanno come andrà a finire?
La partita ricomincia ed i ragazzi hanno un sussulto che sembra riprendere il primo tempo.
Ma Dal bianco è sempre lì, possino ammazzallo, vigile.
Dopo la fiammata inziale squadra inizia a disunirsi, a fare confusione.
E pure noi.
Ci guardiamo in faccia e ci chiediamo quanto sarà forte il Frosinone.
E' solo per allentare la tensione perchè sappiamo benissimo che la retrocessione significherebbe il fallimento, totale.
Altro che Lodi Petrucci e inciuci alla Napoli Soccer.
Mancano sette minuti.
Quando Podavini riceve l'ennesimo passaggio in orizzontale tutti gli chiediamo di tirare, di buttarla in mezzo, di fare qualcosa.
Lui ci mette 20 minuti per alzare la testa, guardare la porta, riabbassare la testa e far partire uno straccio bagnato che a malapena si stacca dal piede.
Dalla Tevere Giuliano neanche lo vediamo, nascosto tra i difensori.
Ma neanche loro lo vedono.
Sembra uscire da una botola.
Sono sempre più convinto che qualcuno lassù abbia fermato il tempo per spostarlo al posto giusto e al momento giusto.
Come faceva mio fratello di nascosto quando giocavamo a Subbuteo.
La palla di Podavini sparisce e riappare nella rete.
Neanche urliamo "goool".
Urliamo e basta, di terrore, come se avessimo visto la morte in faccia... per aver visto la morte in faccia.
Urlo, piango, bacio Mirko, lui bacia me (praticamente siamo fidanzati), urlo ancora e mi inginocchio.
Mentre lo faccio giro lo sguardo verso Papà.
Gli occhi non sono cambiati di una virgola ma stavolta il viso è luminoso come i suoi occhi e la sua manona callosa mi sta accarenzando la testa.
Quei sette minuti sono stati più lunghi di tutti questi anni che sono passati dopo.
Ricordo vagamente un contropiede di Mandelli, precato.
Ma lo sapevamo tutti che il bonifico del destino era arrivato, e dovevamo farcelo bastare, per un po'.
Gli altoparlanti gridano non so quante volte "Un medico in Tribuna Monte Mario".
Mia madre a casa ascolta e sa solo che noi eravamo in tribuna, ma non sapeva quale.
E non c'erano cellulari.
Ha dovuto aspettare quasi due ore per sapere che quel medico non era per Papà.
Poi abbiamo vinto tutto lo so.
I gol li segnavano Veron, Nedved e Vieri.
E ci alzavi le coppe con quei gol.
Ma quello di Giuliano è stato il primo gol della Lazio di Cragnotti.
E la manona callosa di Papà ancora me la sento scorrere sulla nuca... leggera e viva... come la MIA Lazio di quel giorno... come Giuliano quel giorno... come Papà quel giorno.
Sticaxxi delle coppe....