Essere Laziale e' un'eccitante trasgressione (dal Corriere dello Sport del 26.01.2013 - edizione romana)
La Lazialità è stata un'esperienza formativa straordinaria E? una delle poche cose di cui sono orgoglioso E la sola su cui mi sento di fare della retorica ma senza ostentare
Sono Pazzo di Petkovic. Ricorda certi intellettuali mitteleuropei, sembra uscito da un romanzo di Roth. E'poliglotta come Nabokov; uno dei più grandi scrittori del Novecento
La mia Lazio è una squadra signorile e autoironica. Sobria, blasé. Aristocratica anche nei suoi colori Hai presente le giornate romane d'inverno: terse, gelide, soleggiate
Prendi Hernanes o Ledesma, lo stesso Klose: anche fisicamente sembrano giocatori anni Cinquanta. Nessuna cresta variopinta, pochi tatuaggi Non fanno pubblicità in tv
di Alessandro e Filippo Piperno
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Il "Corriere dello Sport-Stadio" mi ha chiesto di farti qualche domanda sulla Lazialità. Non vorrei ti montassi la testa, siamo qui più per le tue glorie letterarie (si fa per dire), che non per le competenze calcistiche.
«Dopotutto la Lazialità è un'esperienza letteraria, non certo calcistica».
Nel senso?
«Neanche Dumas si sarebbe sognato, scrivendo il romanzo della Lazio del primo scudetto, di far morire Maestrelli e Re Cecconi (in quel modo poi), far partire Chinaglia per l'America, implicare la società nel calcio-scommesse, mandarla in B. Far sbagliare a Stefano Chiodi il rigore decisivo per la risalita in A, neanche a dirlo, all'ultimo minuto».
Già, proprio quel Chiodi che veniva da un'incredibile striscia positiva di rigori realizzati. Quella volta il cecchino sbagliò: il nostro primo nitido ricordo calcistico.
«Sì abbiamo esordito allo stadio con un rigore sbagliato all'ultimo minuto per tornare dalla serie B alla serie A».
Di sicuro la nostra generazione di laziali si è formata tra i cadetti. Come a West Point.
«Non c'è dubbio. Ancora oggi la formazione della Lazio del mio cuore è quella del primo ritorno in A. Campionato 82-83: Orsi, Podavini, Saltarelli, Velia, Miele, Perrone, Ambu , Manfredonia, Giordano, D'Amico, Badiani».
Hai detto: primo ritorno. Perché negli anni '80 ve ne fu anche un secondo con Fascetti, dopo aver sfiorato la catastrofe dei -9.
«Gli anni '80 sono lo scotto che la Lazio paga per aver osato sfidare gli dei con la vittoria di Maestrelli e della sua incredibile picaresca banda di buoni giocatori trasformati per incanto in campioni. Tutto questo ti forma il carattere. Un laziale impara che vivere significa camminare a pochi centimetri dall'abisso. Nel caso specifico, noi fummo salvati sull'orlo del precipizio da figure leggendarie come Fabio Poli o Giuliano Fiorini che oggi mi appaiono come Eroi dello Sport. Commoventi come Dorando Pietri. E, se mi consenti la tirata puritana, decisamente più onesti di Armstrong e soci».
D'altra parte, per restare all'epica, gli Eroi sono quasi sempre figure tragiche...
«Be', in quegli anni gli Eroi non erano solo i calciatori».
Stai parlando di noi, dei tifosi?
«Magari Eroi è un po' troppo. Ma di certo, per un adolescente, essere Laziale a Roma è un'esperienza estrema. Un'eccitante trasgressione. Un'ostentazione di originalità. Lo è oggi, ma lo era soprattutto negli anni '80. Ero il solo laziale in una classe di trenta ragazzi. Ricordo il derby pareggiato con doppietta di D'Amico: uno scontro tra Davide e Golia. Immagino che ancora oggi, che le cose vanno decisamente meglio, uscire indenni dalle forche caudine di una scuola elementare, dove vige il pensiero unico, non sia semplice. Eppure, per quel che mi riguarda, la Lazialità è stata un'esperienza formativa straordinaria. E' una delle poche cose di cui sono orgoglioso. E la sola su cui mi sento di fare della retorica».
Be', dai, quale tifoso non è orgoglioso della propria squadra...
«A dispetto di quel che normalmente si pensa, l'orgoglio ha senso solo se coltivato privatamente. Se lo ostenti diventa triviale e insincero: come certe forme un po' grottesche di patriottismo. Del resto, i veri libertini non vanno in giro a raccontare le loro scopate. Questo vale anche per l'orgoglio di essere laziali. Che è parte integrante della mia interiorità. Uno state of mind, direbbero gli inglesi. Ecco perché non vado pazzo per la Lazio "stile Di Canio". La mia Lazio è una squadra signorile e autoironica. E' sobria e un po' blasé. Aristocratica anche nei suoi colori sociali. Hai presente certe giornate romane d'inverno: terse, gelide, soleggiate».
Ebbene?
«Quella per me è la Lazio. Una squadra felpata e serafica, mai arrembante o preda di trance agonistica tipo la Juve di Antonio Conte. Prendi Hernanes o Ledesma, lo stesso Klose: persino fisicamente sembrano giocatori anni Cinquanta. Quei tennisti che piacciono tanto a Gianni Clerici. Sono riservati, nessuna cresta variopinta, pochi tatuaggi. Non fanno pubblicità in tv. Credo di averli sentiti parlare un paio di volte in tutto. Non protestano platealmente per un rigore negato, a volte arrivano persino a confessare di aver fatto un fallo».
A proposito di autodenunce, quest'anno stanno persino esagerando con il fair play...
«In effetti!»
Anche la Lazio di Eriksson era un po' così
«lo vedo una linea ideale che lega Maestrelli a Eriksson passando per Mancini fino a Petkovic. E non sto parlando di tattica. E neppure di temperamento. Ma di stile».
Finalemte siamo arrivati al "Generale" Petko. Praticamente Henry Fonda doppiato da Boskov. Un'alchimia perfetta.
«Ma che ti devo dire? Sono pazzo di lui. Mi ricorda certi intellettuali mitteleuropei. Sembra uscito da un romanzo di Joseph Roth. Non mi sorprende che si chiami Vladimir e che sia poliglotta, come Nabokov, uno dei più grandi scrittori del '900».
A parte queste menate letterarie...
«Mi piace la flessibilità tattica e il riserbo nei commenti postpartita».
Per esempio?
«Non cerca scuse per le sconfìtte: tipo lo stato del campo, le avverse condizioni atmosferiche, i rigori negati. A Firenze, nell'ultima partita contro la Fiorentina, nonostante la Lazio abbia subito diversi torti arbitrali, Petkovic ha fatto i complimenti all'avversario, affermando che ha meritato la partita sul campo. E anche l'altro giorno, contro il Palermo, ha sorvolato sul gol valido annullato a Floccari. Inoltre, per giustificare una sconfitta, Petkovic non dà mai la colpa all'incapacità dei suoi giocatori di capire il suo profetico credo calcistico. Accusa sempre se stesso».
L'autoflagellazione: anche questo è molto laziale?
Direi di sì. Come tutte le minoranze siamo ipercritici, privi di auto indulgenza, eccessivamente severi con noi stessi. Un giocatore impiega almeno due stagioni per convincerci che vale qualcosa. Ma quando ci innamoriamo è per sempre».