Io quel giorno allo stadio c'ero (12 anni). Ci portò il padre del mio amichetto dell'ultimo piano, entrambi romanisti - loro con sciarpe e cappelletto giallorossi, io con sciarpa e cappelletto biancazzurro. Biglietti in Monte Mario (offrivano loro..), quindi si arriva proprio per l'inizio e passando dalle parti della Nord. Vediamo gente che esce, persone in lacrime - uno ci ferma e dice al sor Giovanni: "Lei si dovrebbe vergognare di andare in giro con questi colori!" e lui, che non sapeva ancora niente, risponde piccato "Ma vergognarmi di che, come si permette!".
Io e Peppe spaesati... quando entriamo in tribuna vediamo la Nord semivuota, un gruppone numerosissimo di ultras che grida "Nun se deve giocà"... ma si gioca lo stesso. Più volte il pallone esce in Nord, e più volte i tifosi lo bucano. Ricordo Giordano e Wilson che vanno a parlare coi tifosi. Credo che il papà di Peppone avesse a quel punto capito cos'era successo, ma avesse timori a raccontarcelo.
Qualcosa è cambiato per sempre, dopo, nella rivalità fra le due tifoserie e nel modo di 'sentire' i derby.
Non so prima, ma certo da allora andare al derby è sempre stato come andare alla guerra, o quantomeno come raggiungere la zona repubblicana o unionista passando da Falls Road.
Che c'entra col calcio tutto questo? Che c'entra con la vita di un artigiano e quella dei suoi figli?
A me la vicenda ha lasciato dentro una traccia di veleno permanente. Un odio per il romanismo, rinverdito ad ogni scritta (ce ne sono sempre state, oggi per fortuna non abitando più a Roma non le vedo), che comunque non fa bene nemmeno a me.