A mia memoria, fin a tutti gli anni 80 non si fischiava mai durante la lettura della formazione che avveniva con l'altoparlante che citava i giocatori, senza attendere la risposta dello stadio e con i tamburi che alzavano il ritmo, i fumogeni che ti toglievano il respiro, l'urlo della folla che avvolgeva il tutto. Era un momento bellissimo, puro delirio, con i giocatori che finalmente uscivano dal corridoio posto tra la sudovest e la monte mario come in una apparizione magica, visto che fino a quel momento non li avevi visti dal momento che si riscaldavano nei sotterranei dell'Olimipico, non in campo. Solo quelli che erano entrati a mezzogiorno e mezzo potevano salutarli quando i giocatori, con i loro cappotti, facevano capolino in campo.
A partire dagli anni 90, quando l'altoparlante ha cominciato a scandire i nomi dei giocatori con la susseguente risposta dello stadio, sono arrivati i fischi a questo e a quello, una cosa bruttina che rovinava un cerimoniale che fino a quel momento era stato sempre rispettato.
Ma i fischi poi arrivavano tranquillamente alla fine della partita, se questa andava male. Ricordo un certo Romano centrocampista offensivo del 1995-96 che da qualche tempo aveva fatto trapelare tutta la sua ansia di poter finalmente giocare. Ebbene, finalmente Zeman si decise a schierarlo, ma la sua prestazione fu molto deludente, talmente deludente che a metà secondo tempo fu sostituito. La sua uscita fu accompagnata da una bordata di fischi che ancora tremano i pilastri dell'Olimpico.
A teatro l'attore sale con un compito preciso: "facce ride".
Allo stadio il giocatore ne ha un altro altrettanto preciso: facci sognare.
Il tifoso, come lo spettatore del teatro, non è neutrale: ha aspettative. Guai a tradirle.