OT ma non troppo:
Non dev'essere il giorno più felice del mondo per Ahmed Abdel Zaher, attaccante dell'Al Ahly neo campione d'Africa. Forse lo è stato domenica, quando la società egiziana ha vinto due a zero contro gli Orlando Pirates, formazione sudafricana, assicurandosi la CAF Champions League per la settima volta della sua onorata storia. Abdel Zaher ha segnato una delle due reti festeggiando con il segno della Rabaa. Quattro in arabo. Un gesto utilizzato per ricordare le centinaia di morti durante la distruzione della moschea Rabaa al-Adawiya, il 14 agosto scorso, dopo che i militari decisero di reprimere nel sangue la manifestazione in favore dell'ex Premier egiziano Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, destituito il primo luglio. Ovviamente il giocatore è stato sospeso dal club, nonostante il tentativo di parare critiche e problemi. "Non volevo simpatizzare con una fazione politica o con l'altra. La mia unica intenzione era ricordare i morti di Rabaa, sia i cittadini e che le forze dell'ordine".
Un binomio, quello fra calcio e politica, assolutamente indissolubile. Non solo esultanze ovviamente, ma un discorso da allargare a moltissimi interpreti. Nel 1996 il portiere dell'Aston Villa Mark Bosnich, australiano, venne beccato praticamente da tutto il pubblico di White Hart Lane. Dopo novanta minuti di beccate, Bosnich decise di salutare la tifoseria del Tottenham con un gesto nazista, chiaro riferimento alle origini ebree del club londinese. Fu multato di mille sterline. La scusa? "Volevo soltanto scherzare, non intendevo offendere nessuno". Tutti ridono. O forse no?
Nel 1997 altro episodio abbastanza clamoroso, stavolta con la maglia dell'under 21 italiana, a Livorno. Protagonista principale lui, Cristiano Lucarelli, tornato nella sua città. Sparring partner la Moldova, il 27 di marzo. La maglietta del Che Guevara in bella vista, dopo l'esultanza, e la reazione non proprio simpatica dei tifosi del Padova che decisero di rispondere con forza. "Comunista, vattene". Se ne andrà davvero, all'Atalanta, la stagione successiva. Ma prima era davvero l'idolo della curva dell'Euganeo. "I carabinieri e i poliziotti mi hanno consigliato di uscire da una porta secondaria, visto il clima che tirava... Ma non sono pentito, tornassi indietro mi comporterei alla stessa maniera". Una delle poche volte che un calciatore non ha tentato di minimizzare il proprio omaggio.
Nel settembre del 1999, Gianluigi Buffon mostrò alla curva del Parma una maglietta con scritto "Boia chi molla", in occasione di un match contro la Lazio.
Una tifoseria avversaria che avrebbe potuto gradire, viste le idee politiche di chi la popola, ma lo stesso numero uno spiegò che aveva letto la scritta sul cassetto di un tavolo ai tempi del collegio. E che non sapesse nulla dello slogan fascista a Reggio Calabria nel 1970. Come la maglia numero 88 scelta qualche anno più tardi senza sapere che fosse il numero della doppia H di Heil Hitler.
Il 6 gennaio 2005 il centravanti laziale Paolo Di Canio, in occasione del gol contro l'odiata Roma, fece il saluto romano. Che fosse politicamente schierato a destra non era certo una novità, ma come si suol dire la pezza sembrava quasi peggio del buco. "Sono un giocatore professionista e vorrei sottolineare che le mie esultanze non hanno nulla a che vedere con comportamenti politici di alcun tipo". Opinabile, certamente, visto che lo stesso braccio fu più volte ripetuto nei mesi successivi, contro Siena, Livorno (appunto) e Juventus.
Un gesto che fece scuola prima con Mauro Zarate, che salutò i tifosi in un'occasione nel 2010, e poi ultimamente con Stefan Radu, ad aprile 2012, dopo il gol contro il Napoli. Deferimento per lui e per il club per responsabilità oggettiva.
Esattamente un anno fa è toccato pure a German Denis, centravanti dell'Atalanta, che dopo una doppietta siglata contro l'Inter (vittoria bergamasca per 3-2) aveva mostrato una maglia con una K sbarrata, in pieno dissenso contro la Kirchner, numero uno dell'Argentina, in solidarietà ai manifestanti che si erano sollevati - tramite un'adunata generale organizzata su Facebook - nei giorni precedenti. "Voglio però chiarire che non sono un politico, non parteggio per nessuno e non sono contro il governo. Ho protestato per le condizioni di sicurezza che mancano nel mio Paese", aggiungendo aneddoti sul passato dei propri famigliari.
Poi c'è a chi è andata meglio, come a "Super" Mario Mandzukic, centravanti del Bayern Monaco di nazionalità croata. Accusato dopo un gol segnato al Norimberga un anno fa di avere salutato con il braccio destro teso i propri tifosi dopo che era stata cancellata in appello la precedente condanna per crimini contro l'umanità inferta a Ante Gotovina e Mladen Markac, croati anche loro. Il giocatore fece marcia indietro solo parzialmente perché "salutando la Croazia e i tifosi", mentre il quotidiano croato Vecernji List raccontava le parole del suo procuratore, Ivan Cvetkovic, che si diceva "orgoglioso di Mario e entusiasta di come ha celebrato il gol, unendosi alla gioia di tutti i croati per il ritorno dei nostri generali". Non proprio una bella storia da raccontare, soprattutto considerando che a esultare con lui c'era lo svizzero, ma di origini kosovare, Xherdan Shaqiri.
Infine c'è chi ha pagato un conto salato, anzi, salatissimo per il suo non sapere. Dopo un saluto nazista in occasione di Aek Atene-Veria, in un match di Super League greca, il centrocampista Giorgios Katidis è stato squalificato a vita da tutte le nazionali, salpando poi dalla propria nazione in direzione Italia, acquistato dal Novara. Era il capitano della nazionale under 19, ora fa panchina in Piemonte. "Onestamente, non sapevo chi fosse Hitler. Per me il 28 ottobre e il 25 marzo erano solo giorni in cui stavo a casa da scuola, in cui non mi serviva una giustificazione" Di certo quella volta non fu proprio giustificabile.
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