Non si sa mai quando comincia. Nel mio caso, è successo quando ero bambino, ma il momento esatto, chi può dirlo? Mi restano solo frammenti isolati, forse un Lazio-Lanerossi, un derby vinto a metà degli anni '60, quando forse neanche sapevo cosa fossero i derby. Mio padre avrebbe potuto mettermi in guardia, stavo camminando su un cornicione, da un lato la salvezza, dall'altro il vuoto. Non mi disse nulla, e vuoto fu. Ad un dato momento ero marchiato senza speranza, condannato ad una vita di ansie, con un calendario più regolare del ciclo femminile e, come quello, senza scampo.
Da adolescente, quando il danno era fatto, vissi la normale vita di un ragazzino laziale in una classe piena di romanisti. Non era così dura, comunque. Le nostre schermaglie erano sporadiche, non avevo avversari alla mia altezza, non c'era nessuno veramente malato come me. E io già allora ero un caso senza speranza. Papà andava allo stadio, e io mi ci aggrappavo come un'ostrica. Simulavo, sempre e comunque, per andare con lui. Mentivo sul mio stato di salute, con rischiosi equilibrismi, spesso malato durante la settimana, la domenica mai. Mi ricordo un Lazio-Fiorentina, loro campioni d'Italia, noi vittoriosi 5-1, placche in gola, febbre altissima, fede incrollabile. Hai gli occhi lucidi, piccolo? E' l'emozione...
Lo scudetto del '74 segnò uno spartiacque. Cominciai a vivere la mia passione da solo. E fu molto, molto peggio. Staccatomi da un padre troppo tiepido, l'Università fuori Roma, iniziò un tourbillon di trasferte in solitario, qualche volta con un cugino malato come me, ricordo confusamente interminabili notti in treno per raggiungere località lontanissime, tipo Torino, Udine, Como o Catanzaro. Era il periodo della presenza, sempre e comunque. La domenica senza stadio era impensabile, le trasferte erano tante tacche sulla carlinga del mio aereo, anni senza perdermi una partita in casa.
Poi arrivarono le donne e - se possibile - la situazione si fece ancora più complicata. Quando dovevo gestire il mio problema tra me e me, era tutto sommato facile. Non avevo bisogno di dare spiegazioni. Che se ci pensate, siamo proprio dei deficienti. Senza scuse. Sostenitori di cosa, poi? Di nulla, di un'idea, di due colori, ma magari odiamo altri che hanno i nostri medesimi colori, ma non tifano per la Lazio. Non capisco, se mai le ho cercate in passato, le motivazioni ora non le cerco più. You're nicked, come cantavano gli Angelic Upstarts nei miei anni punk. Sei fregato. Non puoi guarire, se anche lo volessi. Puoi smettere di fumare, non di tifare.
Dicevo, le donne. E come glielo spieghi? Magari rinunci alle trasferte, ma la Lazio in casa era sacra. Due weekend a settimana, non si va fuori. A me capitò una che capiva, anche se mi guardava con uno sguardo di commiserazione che non lasciava presagire nulla di buono. Addirittura per lei rinunciai a qualche partita in casa. Il senso di colpa era così forte, però, l'ansia durante quei novanta minuti così totalizzante, che dopo un po' lasciò stare. Ci sposammo, e da lontani paesetti della Spagna domandavo notizie durante il viaggio di nozze di incontri col Bologna e col Modena, ahimé in Serie B.
Invecchiavo, spuntavano i primi capelli bianchi, nascevano i figli, il maschio chissà perché di nome Giorgio, crescevano i figli, gli abbonamenti si succedevano, il mio seggiolino mi aspettava sempre lì, nei distinti Ovest. Nella buona e nella cattiva sorte, eterno come un matrimonio, anzi molto di più, e mentre attorno a me si viveva la vita vera, la mia era fatta sempre solo di quello. Con l'aggiunta, dato che in quei periodi si andava mica male, di qualche trasferta in giro per l'Europa. E mentre mia moglie si allontanava sempre di più, io vincevo il secondo scudetto, ed ero felice.
Quando mi lasciò, tutto il mondo crollò attorno a me. Quasi tutto, in effetti, la Lazio no. Quando tutto ciò che c'era di reale si era dissolto, fu proprio il trionfo dell'irreale, dell'impalpabile, dell'assurdo, come il tifo, a tenermi collegato con il mondo. Mi aiutò, mi impedì di lasciarmi andare, il calendario del campionato mi obbligò a riacquistare il ritmo. Semplifico, ovviamente, ma il beneficio fu reale.
E arrivo ad oggi. Non vado più allo stadio, per scelta. Dato che comunque quelle due ore ogni domenica sono sacre, potrei. Ma non lo faccio. La mia passione non ne risente. D'altronde la passione, quella vera, che pur vive di tanti momenti di condivisione, è vissuta da me con un pudore assolutamente privato. Lo stadio non ha bisogno di me, io non ho più bisogno dello stadio. Ultimamente mi capita addirittura di non vederla proprio, la partita. Troppa tensione. Già sono vittima di ogni tipo di superstizione, io che non so proprio cosa sia, la superstizione. Non vedo i rigori, non gliela faccio. Mi giro, cambio stanza. I derby sono una tortura, non posso stare fermo, faccio venti chilometri nei novanta minuti, il recupero è un continuo zapping. Per far passare il tempo. Oggi ho accusato mia moglie per il gol subito al novantesimo. Avevo trovato una posizione fortunata, appollaiato sul bracciolo di un divano. Proprio in quel momento mi ha chiamato, mi sono dovuto alzare, un corner, un cross, è successo il patatrac.
E' passato più o meno mezzo secolo. Un mondo mi è passato davanti, tutto è cambiato, usi, costumi, amori, passioni, lavori, governi, mode, stili musicali, è cambiata la fruizione del calcio, ho cambiato due mogli, i miei figli sono all'Università, se non fanno attenzione tra un po' mi trovo nonno, i miei genitori sono due vecchietti e, insomma, anche io non me ne vado più sulla fascia come un tempo. L'unica cosa che è rimasta come prima, immutata come le nevi dell'Himalaya, è la Lazio. Passione folle, il trionfo dell'irrazionalità, normale in un bambino, compagna di un adolescente, tutto sommato accettabile a piccole dosi in un adulto, inconcepibile alla mia età. Eppure è così. Non me ne vergogno, anche se (credo) dovrei. In definitiva ho avuto nella mia vita gioie e dolori. In abbondanza, sia le une che gli altri, nella mia vita al di fuori. Ma com'è allora che a colorare di ricordi il mio passato, ad arricchire il mio presente ed a farmi affrontare il futuro con immutabile speranza, c'è sempre, in un modo o nell'altro, la Lazio?
E allora non posso che ringraziarti, misteriosa divinità biancoceleste, per i miei primi cinquant'anni insieme a te. Alle prossime pietre miliari della mia esistenza...