Viviamo in un mercato globale e l'ambizione di ogni società di capitali dovrebbe essere quella di internazionalizzare il proprio brand e renderlo visibile il più possibile fuori dai confini territoriali. Nel mondo dello sport professionistico, la visibilità del brand è data soprattutto dai risultati che si raggiungono in ambito internazionale. Questo vale per ogni ambito sportivo ed in particolare nel calcio, dove il raggiungimento di risultati di prestigio nelle competizioni internazionali genera un volano di cassa importante, attrae sponsor ed incrementa il valore del marchio. Questo però non vale per la SS Lazio, il cui unico fine da 20 anni a questa parte è quello di cercare di fare bene nel mercato domestico per racimolare quella cassa necessaria a tirare avanti.
Questa mentalità da bottega sotto casa è presente in tutto l'ambiente Lazio, dalla presidenza alla dirigenza, dalla gestione sportiva ad ogni singolo giocatore. E questa mentalità contagia inevitabilmente ognuno che mette piede nel mondo Lazio, a prescindere da dove venga. Il Sarri che sentiamo oggi non è il Sarri di Napoli, Londra o della Giuve ma è il Sarri di Empoli ed i suoi alibi non fanno altro che dare maggiore convinzione alla squadra che il suo unico obiettivo è centrare una qualificazione europea che servirà solo a dare qualche spicciolo nelle casse della società. L'obiettivo di vincere qualcosa o di provare a competere in ambito europeo è qualcosa che non appartiene alla mente dei giocatori, che anzi vedono l'impegno infrasettimanale come una rottura di c. che devono per forza fare. D'altronde, come dargli torto quando il loro allenatore, il DS e la presidenza considerano la partecipazione alle coppe non come un motivo di prestigio ma come una iattura necessaria per avere quella cassa necessaria a mandare avanti il carrozzone?