Ero abbonato in Distinti Nord.
Quando fini' la nostra partita, io volevo scendere in campo.
Mio padre, pero', mi blocco'.
Mi disse: "Fermo Scaramù, 'ndo vai ?".
E io mi risedetti al mio posto, in buon ordine.
Ad un certo punto non resistevo piu'.
Cominciai a vagare tra le varie file.
Ad un tratto avevo 2 sigarette, scroccate contemporaneamente, tra le labbra.
E le fumai tutte e due. Insieme.
Ad un tratto il silenzio piu' rumoroso della mia vita.
E poi un urlo.
Infinito. Immenso. Laziale.
E la scritta sbagliata sullo schermo.
CAPPIOLI.
L'incredulità.
Poi la gioia finale.
Non potevo scendere.
Abbracciai mio padre.
Forte, come forse fino ad allora non avevo mai fatto.
Poi ad un tratto mi sentii travolgere.
Era Angelo, quello che per gli 8 anni precedenti lo scudetto, era stato al posto dietro di me, allo stadio.
Ci abbracciammo come fratelli.
Lui condi' l'abbraccio con una imprecazione al principale.
Il suo marchio di fabbrica.
Poi alzai lo sguardo qualche fila piu' su.
E lì, c'era la mia amica Sara, con suo padre, coloro a cui devo, in parte la mia Lazialità.
E correndo, facendo le file a due a due (e chi mi conosce, sa bene che tutto sono tranne che agile), ci abbracciammo.
E ripetemmo a squarciagola, tra le lacrime di gioia, la formazione della prima Lazio che vedemmo insieme.
Che nulla aveva a che fare con quella cragnottiana, ma era la Lazio.
Poi andai ad abbracciare quello che fino a 2 anni prima era il mio compagno di banco.
Tornai a casa.
Ricevetti una telefonata bellissima.
Quella di mia nonna.
Che stava molto male.
Ma con la voce sorridente, mi disse: "Abbiamo vinto".
E mia nonna, non era Laziale.
L'anno dopo, quando vinsero loro, sempre mia nonna, mi telefono', e vedendo dalla finestra le loro peperonate, mi disse: "Certo che sono brutti, mica come i colori della Lazio".
Ma questa e' un'altra storia, e forse, sono andato OT.