48 anni. Dall'84 a Bologna. I primi due anni sono stati duri. Adattarsi ad un nuovo modo di fare, pensare, vivere le cose. Via via una sempre più insistente insopportazione per Roma, per tutti quegli aspetti di inciviltà, non rispetto, caos endemico che fino ad allora non notavo. Via via sentivo di essere approdato al primo mondo, e che la villa gordiani che avevo lasciato era dannatamente indietro. I ritorni, quindi, sempre più diradati, e quei 3/4 giorni li vivevo con la sofferenza del figlio che rinnega la madre. Col tempo, al di là della famiglia, ho perso tutte le amicizie, i contatti, tranne un paio di amici/fratelli (guarda caso laziali).
Per anni la Lazio ha rappresentato il porto e il mare della mia romanità. Il cordone ombelicale con quella madre tradita che m'aveva tradito. Dal 2001 Lazionet è diventata la barca che mi porta in giro nel mare biancoblu, e ci navigo con costanza, parlando poco, godendomi l'ascolto come la bocca riarsa gode dell'acqua.
Negli ultimi anni ho fatto pace con mamma Roma. Grazie ai miei figli bolognesi. Che mi hanno costretto e insegnato ad amarla, di nuovo. Che sentono un legame di sangue e affetto, che sono laziali, anche se del calcio non gliene frega nulla.
Laziale fuori da Roma? Stessa difficoltà di quando stavo a Roma. Resistenza e opposizione nella capitale come a Bologna. Alle superiori 2 contro 15. Quanto mi piaceva fronteggiarli, orgoglioso e fiero della mia posizione minoritaria. E fuori Roma 30 anni a combattere gli stereotipi che la gente tira fuori quando scopre che sei laziale (e con me occorrono na ventina de secondi perché venga fuori ). "ma i laziali non sono quelli che abitano fuori Roma?", "ma i laziali non sono tutti fascisti?". Tutti quelli che ho conosciuto, e che conosco, dopo poco prendono in simpatia la Lazio e schifano gli stercaroli. Non so se per compassione e sfinimento o perché sono stato bravo a spiegargli la "storia".
Certo, lontano da Roma ho vissuto la mia Lazio in solitudine. Una piacevole ed eccitante solitudine, condivisa solo nelle pagine di Lazionet, nelle telefonate con mio padre, mia madre, i due amici.
Nel 2000, il mio secondo figlio aveva un anno e mezzo. Vinsi lo scudetto con auricolari e Tommaso(così l'ho chiamato....) in braccio in un parco alle porte di Bologna. Alle 18.04 cominciai a correre per il parco, senza emettere un suono, con lo stomaco che urlava, e gli occhi bagnati. Non rimpiango l'olimpico di quel giorno, davvero, contento di essermi vissuto quella gioia in quel modo.
E domani, dopo tanto tempo torno all'olimpico. Che negli anni mi sono concentrato in trasferte solitarie. Torno all'olimpico, che è tempo. Per Giorgio. Ci andrò con lo spirito che trasuda dalla foto di Longheggiò mentre corre tra gli scudi dei cellerini e le bottiglie in terra. Con quel sorriso sornione. Che significa fierezza, orgoglio, diversità, unicità.
Che la Lazio è unica. Tutto il resto è tremendamente noia.