L'elogio del realismoL'elogio del moralismo deve essere una reazione spontanea a uno scandalo recente: l'acquisto di un promettente, quanto giovane, quanto sconosciuto talento nostrano, che ci abbandona per altri, esotici e munifici lidi.
Sommessamente, pacatamente e riflessivamente starebbe qui lo scandalo? Il calcio professionistico tout court sarebbe diventato lo scandalo, dove i soldi porterebbero "degrado sportivo"? Lo sport professionistico è stato creato da quasi un secolo a questa parte e quindi sotto questo punto di vista dovremmo essere tutti vaccinati.
Chiedersi se esista un'immagine ideale e vincente non ha quasi senso se si riconosce come dato di partenza, la natura più intima dello sport professionistico, dove giovani fortunati (se non altro per quello che fanno) dedicano la loro vita all'attività sportiva e per questo ricevono – come è giusto – soldi e fama. Tutto questo ha un prezzo, mille sacrifici, di ragazzi che si estraniano da una vita "normale" da ragazzo, fatta di uscite con gli amici e di amori con la fidanzata, per poter un giorno arrivare a una coppa come a una medaglia.
Nel calcio ci sono le regole quelle del tavolo di poker. Puoi giocare divertendoti con un tramviere e un impiegato perché sai di avere le loro stesse chances, ma se al tavolo si siede lo sceicco, allora non avrai scampo e avrai due scelte: alzarti oppure continuare, ma a quel punto rischierai la casa e la moglie.
Quindi nessuna logica mafiosa, dell'illecito e della violenza: basta soltanto tirar fuori il grano necessario - e ce ne vuole tanto, lo sappiamo - almeno per restare al tavolo.
Pertanto non ha senso storico lamentarsi del fatto che "lo sport era altro" perché a quel punto dovremmo chiederci quando avvenne la fine di quell'altro sport. Basta ricordare che il primo acquisto di un giocatore di calcio, in Italia, avveniva nel 1923 con tale Rosetta, acquistato dalla Juventus (degli Agnelli), a fronte di qualche centinaia di migliaia di lire e un posto da ragioniere della FIAT.
I tifosi e i tifosi della Lazio sono quindi spettatori più o meno coscienti ma comunque consapevoli dello
show.biz che caratterizza sempre più il calcio. Inoltre, si osservato che il calcio si è incamminato molto tardivamente su questa strada, anticipato da decenni da altri sport come l'automobilismo e il tennis, tanto per citarne qualcuno.
In tutto questo i richiami alla moralizzazione di certi
homines novi sono fuori luogo. Anche se certamente è necessaria un maggiore controllo di certi fenomeni che rischiano di sfibrare il tessuto dell'intero movimento calcistico internazionale (si veda il deteriore fenomeno PSG), parlare dei veri-valori-dello-sport e della moralizzazione nel calcio è come invocare la castità nell'industria pornografica.
Il calcio professionistico e non è, purtroppo, questo:
sangre y mierda.