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Lazio e basta / Only Lazio => Lazio Talk => Discussione aperta da: Ti voglio bene Lazio mia il 23 Dic 2011, 13:24

Titolo: L'orgoglio di essere laziale...
Inserito da: Ti voglio bene Lazio mia il 23 Dic 2011, 13:24
Conservo gelosamente le lettere di Renzo Nostini e del figlio di Marco Chiaron Casoni pubblicate dal Messaggero alcuni anni fa.
Le ho rilette a distanze di tempo ma le emozioni sono sempre forti. Vorrei condividerle con voi.

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DELLA LAZIALITA'
E' più difficile descriverla che sentirla la Lazialità

Dalla Lazialità nasce il laziale da distinguere dal tifoso che però può diventare anche lui un vero laziale, se assorbe tutto quello che c'è di bello nel costume biancoceleste.
Sicuramente la prima lezione di Lazialità ce la dettero i fondatori della Società Podistica Lazio il 9 gennaio 1900.
Ispirati dai colori biancocelesti della Grecia, prima nazione ad organizzare ad Atene le Olimpiadi moderne, essi affidarono questo nome alla nuova Società.
Perché Lazio? Eppure Roma era lì, era la città meravigliosa dove vivevano, era la capitale, la cui cultura era stata prima la culla della civiltà moderna, poi la madre.
Eppure vince il nome Lazio. Ma è giusto perché furono i Latini, che accolsero il profugo Enea, furono i Latini che dopo avere imposto il loro dominio nella regione, ebbero nei due gemelli di Roma i fondatori della città eterna.
Era quindi il Lazio che aveva determinato il futuro di Roma e del mondo intero.
Niente conformismi, niente onori a cose e persone, ma soltanto culto per il meraviglioso passato della regione Lazio.
E che la mentalità dei fondatori, della nuova Società fosse aperta a tutte le sane discipline Sportive, diventa evidente, constatando come dopo il podismo, il nuoto diventa il secondo sport, poi subito nei primi anni il canottaggio, il calcio, la pallanuoto, l'escursionismo.
E la Società era una sola per tutti questi sport, ed ogni dirigente di essa presiedeva una disciplina sportiva, e ciò anche quando il calcio ben presto divenne l'attività preminente.
Ma questa che allora non si usava chiamare "Lazialità", era già viva nella mente e nei cuori dei nostri dirigenti di allora da Luigi Bigiarelli a Fortunato Ballerini, da Giorgio Vaccaro a Olindo Bitetti, da Eugenio Gualdi a Remo Zenobi e tanti altri.
Comincia ad essere chiaro cosa era ed è la "Lazialità"!
Amare i colori biancocelesti, come simbolo di purezza, amare lo sport per tutto quello che di meraviglioso può dare ai giovani, la voglia di vincere o meglio di superare se stessi sempre nel più grande rispetto dell'avversario. La sconfitta fa parte dello sport e della vita, non c'è vittoria che non sia stata preceduta da una sconfitta.
Amare lo sport, come elemento di perfezionamento del fisico, della mente, come spinta nella vita a superare le difficoltà che sempre s'incontrano giorno per giorno.
Rispettare gli avversari, tanto da diventarne amici.
Certamente alla base dei sani principi dei nostri fondatori, c'era il dilettantismo, e cioè non soltanto sottrarre ore alla propria Famiglia, non soltanto affrontare le difficoltà con gioia, piacere e senza considerare sacrifici le lunghe ore dedicate alla preparazione, ma sempre disposti a seguire la Società con passione aiutandola anche economicamente.
Così visse la prima Lazio e così vive ancora la Lazio del 1997.(anno in cui Nostini scrisse l'articolo ma valido ancora oggi 10 anni dopo!!!!!!)
La Lazialità porta il laziale ad amare non soltanto la disciplina prediletta e gli altri sport curati dalla Società Madre, ma anche apprezzare i risultati che lo Sport italiano può darci anche al di fuori delle nostre mura biancocelesti.
La Lazialità è signorilità non di carattere esteriore, è cosa che si sente dentro, della quale ci si sente orgogliosi.
Se la musica è un meraviglioso messaggio che tocca i cuori, la mente e ci spinge ad esser buoni, sensibili e ci innalza verso il cielo, la Lazialità è un messaggio di costume di vita, e quindi incide nel comportamento giornaliero di ciascuno di noi.
E con augurio concludo:
dimostrare la nostra Lazialità in ogni occasione, nei campi di gioco e nella vita.

Renzo Nostini
Presidente Generale della Società Sportiva Lazio



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Ti ringrazio papà....

Tutto cominciò con mio Nonno Casoni, direttore del Banco di Roma, trasferitosi da Venezia in direzione centrale a Roma, poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Fu tra i fondatori della Borsa Valori di Roma e in quell'ambito conobbe Dino Canestri, personaggio illustre della storia biancoceleste, il quale, con poco sforzo, lo coinvolse sia nella passione per la Lazio sia nella gestione della Sezione Calcio.

Nonno Giorgio non era un grande intenditore di calcio, ne' prima ne' durante la sua esperienza da Presidente e da Vicepresidente, ma sicuramente fu un trascinatore sia per noi sia per quella parte di gente romana che coinvolse in questa avventura. Memorabile rimase quella volta in cui negli anni '60, su imbeccata di uno strano intermediario brasiliano, scelse di ingaggiare tal Guaglianone invece dell'allor giovane e promettente Altafini..... fu deriso da tutti noi per decenni. Altra fissazione, a denotare scarse competenze tecnico-tattiche, era il fatto che durante le partite tutti noi nipoti non dovevamo masticare gomma americana, altrimenti la Lazio avrebbe perso. Era un calcio d'altri tempi, l'ultima parte degli anni '40 e l'inizio dei '50, in cui i giocatori prima della partita andavano a prendere il caffè a casa dei miei nonni.

Mio padre allora era la mascotte della squadra e crescendo è passato al ruolo più prestigioso di raccattapalle. Mi raccontava spesso di quando, nel finale di una partita in cui la Lazio era faticosamente in vantaggio, nicolò Carosio nella sua radiocronaca citava un raccattapalle che in maniera indisponente ritardava il recupero del pallone tra l'indignazione di tifosi e giocatori avversari. Quel raccattapalle, era Papà....

Negli anni '60, cominciammo a crescere tutti noi nipoti (alla fine 9, tutti rigorosamente soci vitalizi del sodalizio biancoceleste), la terza generazione dei Casoni da stadio; la domenica tutti a pranzo dai nonni Casoni e poi alle 15 allo stadio con sciarpe e bandiere. E fu nel '65 che Papà divenne, a soli 33 anni, Commissario Straordinario in un momento di grande difficoltà per la società. Traghettò la squadra nelle mani di umberto lenzini ma ebbe il tempo di vincere un derby, passare per un secondo posto in classifica (dopo poche giornate) e, soprattutto, a sentire lui, chiudere la faticosa trattativa per l'ingaggio di cicolo, allora "star" del panorama biancoceleste. Con l'avvento di Lenzini, rimase Vicepresidente e vivemmo tutti insieme la splendida avventura del primo scudetto. Ricordo negli spogliatoi di Bologna, al termine del 2-2 all'ultima di campionato, di aver lottato come un pazzo per conquistare una maglia dei nostri e mentre i gemelli maestrelli, sinceramente più "raccomandati", ebbero quelle di Wilson e Chinaglia, io alla fine riuscii ad avere quella numero 14 di tripodi, unico panchinaro non della partita. Intanto Papà proseguiva il suo lavoro nel mondo Lazio ed oltre al calcio seguì sempre con grande dedizione le vicende della polisportiva, di cui nonno era stato Presidente.

Nella nostra famiglia l'appartenenza alla Lazio è sempre stata intesa come una sorta di "stile di vita" che va oltre l'aspetto agonistico o dei risultati; mentre mio Nonno organizzò il "Trofeo Cin Casoni", fratello di mio padre prematuramente scomparso, che costituiva il più importante torneo giovanile fino all'avvento del Torneo di Viareggio in tempi più recenti, mio padre fondò la Lazio Calcetto ma soprattutto rivitalizzò la Pallavolo (la sua vera passione), portandola in serie A, e la Lazio Pallamano, che arrivò alle soglie della finale scudetto nel 1992. Non era un fazioso e sicuramente più laziale che antiromanista, tuttavia rimangono nella memoria alcuni episodi, come quello in cui andò da solo in Tribuna d'Onore della Roma con la bandiera laziale nella giornata conclusiva di un campionato degli anni '60, in cui la Lazio sopravanzò i giallorossi in classifica.

L'esperienza da Presidente della lazio Calcio, all'inizio degli anni '80, fu sicuramente travolgente, faticosa e impegnativa. Società a pezzi, poche risorse e un manipolo di fedelissimi stretti intorno a lui, con i quali ha salvato e poi rilanciato la squadra, il tutto con il supporto decisivo di Antonio Sbardella. Inizialmente il direttore generale era Luciano Moggi, ma poco dopo, vista l'incompatibilità dei ruoli, Papà scelse Antonio: mio padre mi ha sempre raccontato che nella rescissione del contratto Moggi si comportò molto signorilmente, non pretese le future scadenze a patto che fosse lui, a modo suo, a informare la stampa.

La gestione era complessa al pari di quella attuale, tuttavia i valori erano diversi: la Lazio di allora costava tra i 10 e i 12 miliardi di vecchie lire. Del primo anno (1981/1982) ricordo tanta ansia e scarsi risultati, una salvezza tranquilla ed una squadra modesta che non aveva qualità sufficiente a risalire in A, governata degnamente da Ilario Castagner; il finale fu affidato a Clagluna. Ricordo una tripletta di lamia caputo del palermo all'Olimpico, un mesto ritorno da Terni sconfitti in campo neutro dalla Spal, ma anche l'affetto di tanta gente e la voglia comunque di Lazialità che pervadeva la ricostruzione. Papà dedicava praticamente tutto il suo tempo alla squadra, tralasciando lo studio e la professione; mia madre mariella era preoccupata, io e mio fratello Giorgio impazziti. Nell'estate del 1982 la vittoria ai Campionati del Mondo, la visita di mio padre e mia zia Titti in Val Gardena da Pertini per chiedere la riammissione di Giordano e Manfredonia, il ritiro della squadra a Sarentino sulle montagne tanto care a Papà, il Ferragosto tutti insieme a casa nostra a Siusi (dove oggi purtroppo va in ritiro la Roma) con vella e Podavini che intonavano canti montanari.

Si partì con il piede giusto, eravamo i più forti con il Milan, sette vittorie consecutive e poi l'appuntamento. Papà sempre più teso e poi le sirene di Chinaglia. Ricordo con tristezza un ritorno da Milano dove perdemmo per 5-1 nel giorno in cui la Roma vinse lo scudetto, l'esonero di Clagluna e l'arrivo di Morrone, tutti noi stretti intorno alla squadra per l'ultimo sforzo. Si decise tutto alla penultima giornata, Lazio-Catania 2-1 (Giordano e Podavini), stadio gremito all'inverosimile (penso che ad oggi sia stato il record di presenze all'Olimpico), con punizione finale di Cantarutti (allora catanese) che sfiorò la traversa allo scadere con orsi immobile. L'apoteosi a Cava dei tirreni, con migliaia di laziali che festeggiarono in autostrada Papà, che ins erata riuscì finalmente a coronare un suo sogno: cantare un corod ella Lazio in televisione (mi sembra da Plastino), lui che era stonatissimo!

Nell' "Affaire Chinaglia" rimase molto male. Dopo grandi sforzi era riuscito a riportare la Lazio in serie A e comunque era assolutamente convinto di dover cedere la società a qualcuno con maggiori risorse; da subito nella trattativa Giorgio capì che i presunti finanziatori americani erano pronti a defilarsi, non garantendo alcuna continuità di finanziamento alla società. La piazza volle Chinaglia e il suo ostracismo non derivava da particolari antipatie, ma solo dalla convinzione che per il bene della Lazio sarebbe stato meglio cedere ad un altro gruppo (friulano) più solido e meglio organizzato. Rivedere oggi quel film mi ha fatto capire che quell'intuizione era giusta.

Gli anni che seguirono furono comunque di presenza sia nella polisportiva che come Presidente della pallamano, ma soprattutto come tifoso; un tifoso come tanti, con il suo abbonamento, sempre però riconosciuto e stimato dal mondo laziale. Ricordo che andammo insieme a Parigi per la finale della Coppa Uefa, in curva a Birmingham per la prima Coppa Europea del nostro palmares, mischiato tra i tifosi con la bandana, sempre molto festeggiato da coloro che incontravamo.

Per conoscere la sua filosofia di tifoso, forse un po' anacronistica per i tempi moderni, ricordo il derby del 3-1 alla Roma, giocando in 10 per tutta la partita. Eravamo in Tevere Centrale, dove si mischiavano laziali e romanisti, e sin dall'inizio qualcuno "dell'altra sponda" cominciò a indicarlo e a dire che in giro c'era "odore di laziale"; io, più esperto di trasferte, er in allerta e all'esultanza per il 2-0 di Casiraghi fummo insultati e fatti oggetti di lanci di sputi. "Papà, andiamo, non è il caso di rimanere", gli dissi. "Ma come, vinciamo 2-0, stavolta ci divertiamo", mi rispose lui. "Papà, forse non ti rendi conto che ce l'hanno con noi", dissi ancora. Faticai a portarlo via, nella sua convinzione che comunque lo stadio doveva essere luogo di divertimento e di sfottò, ma senza oltrepassare i limiti.

L'ultima partita vista insieme a me e a mio fratello, è stata Lazio-Milan di gennaio, mentre con il Palermo glielo abbiamo raccontato quando oramai stava molto male. Ci sorrise, capì, voleva bene a quest'ultima Lazio senza "prime donne", tanta umiltà e grande spogliatoio. Ci seguirà, a noi famiglia e anche le "sue Lazio" che tanta compagnia e tanta passione hanno dato a tutta la sua vita. La partecipazione di tutti i tifosi, le lettere e le telefonate da ogni parte d'Italia, ci hanno reso più lieve questo dolore importante e sicuramente negli ultimi istanti ci avrà salutato come faceva di solito, con un dolce "Ad Maiora".

Marco Chiaron Casoni, febbraio 2007

Titolo: Re:L'orgoglio di essere laziale...
Inserito da: radar il 23 Dic 2011, 13:56
Non le avevo lette, belle.
Grazie per averle postate :)
Titolo: Re:L'orgoglio di essere laziale...
Inserito da: AquilaLidense il 24 Dic 2011, 11:44
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quanto e´bello esse Laziali!