le uniche cose che mancano per riportare i laziali (e i tifosi) allo stadio.
Lega calcio, Romei: "Senza tifosi allo stadio tra dieci anni saremo falliti"
(ansa)
Il dirigente della Sampdoria impegnato nella costruzione di una nuova "governance" per il mondo del calcio: "La Juventus può esere la guida, ma deve essere meno egoista"
di MASSIMO MAZZITELLI
24 ottobre 2016
ROMA - Antonio Romei non ha nessun ruolo ufficiale nella Sampdoria ma è l'unica persona che può parlare e agire a nome del presidente Ferrero. Lo fa anche in Lega calcio, dove è uno dei dirigenti più attivi, tanto da essere indicato come uno dei possibili candidati alla presidenza. Nonostante smentisca: "Non sono candidato anche perché questo non è il momento dei nomi ma dei programmi".
Il programma della Lega calcio degli ultimi anni non richiedeva un grande lavoro: diritti tv, come spartirli...
"E questo ci ha portato alla fallimentare situazione del nostro sistema che è sotto gli occhi di tutti. Ora, a mio avviso, abbiamo una priorità, un tema che deve diventare centrale per tutte le società, la Lega e tutti i possibili programmi: riportare la gente allo stadio. Se andiamo avanti così tra dieci anni il calcio italiano perderà ogni appeal e si allontanerà ancora di più dalle altre leghe. Altro che diritti tv. Sabato il vero spettacolo sono stati San Siro e Marassi esauriti come non accadeva da anni. Ogni settimana dovrebbe essere così".
Anche per l'ad del Bologna, Claudio Fenucci, quello è il problema principale. Propone meno partite in diretta tv.
"Può essere un tassello del grande lavoro che dobbiamo fare, anche se è necessario un confronto approfondito tra tutti i club. Io, però, credo che dobbiamo andare molto più a fondo. Non mi voglio soffermare sui problemi degli stadi che tutti conosciamo e che dobbiamo risolvere, ma al punto in cui siamo ci vorranno anni per raggiungere il livello degli stadi inglesi e tedeschi. E non abbiamo tutto quel tempo perché la situazione richiede interventi immediati".
Da dove cominciare allora?
"Dobbiamo lavorare per far tornare gli stadi a essere luoghi di festa e non bunker".
Ma ci sono problemi di sicurezza che non possono essere trascurati.
"Vero, ma le società devono rimettersi al tavolo con il ministero degli Interni e rivedere tutta la normativa. Via l'inutile tessera del tifoso, via quelle regole che rendono ormai impossibile comprare un biglietto, via a tutti quei controlli che fanno somigliare lo stadio a un bunker. Oggi non ci sono più incidenti negli stadi, ma gli spalti sono vuoti. Le società si devono impegnare e lavorare per garantire la sicurezza anche a costo di assumere ogni responsabilità se non ci riescono. Questo percorso dev'essere affrontato insieme allo Stato e ognuno deve fare la sua parte".
Vi prendereste una grande responsabilità...
"Lo hanno fatto in Inghilterra, perché non possiamo farlo noi? Lo stadio deve tornare a essere un luogo di festa. E poi dobbiamo lavorare per coinvolgere di più la parte sana della tifoseria e far crescere sempre di più lo spirito di appartenenza al club".
Ma questa Lega non si mette d'accordo su nulla, come può pensare che possa lavorare su un progetto così ambizioso?
"Posso assicurare che i presidenti hanno capito che siamo arrivati a una svolta. Per questo le dico che è inutile parlare di campagna elettorale sul nome del presidente: la priorità è dare una nuova governance alla Lega di Serie A. Serve un passo indietro da parte dei presidenti e va scelto un manager che porti avanti il lavoro con una missione precisa: riportare i tifosi allo stadio e ridare credibilità al sistema calcio. Tutto il resto viene di conseguenza, anche i soldi dei diritti tv".
Un grande cambiamento culturale per il calcio italiano.
"Non ci sono alternative. Io quando vedo gli stadi vuoti la domenica pomeriggio mi chiedo come sia possibile. Non c'è grande concorrenza. Eppure negli ultimi anni le tribune e le curve sono sempre più vuote. Significa che abbiamo sbagliato tanto, trascurando aspetti che non andavano trascurati, e che ci siamo cullati sui diritti tv mentre il pubblico cambiava e non ce ne accorgevamo. Lo stadio è diventato un luogo dove si consente tutto, dove regna l'illegalità. E questo non va bene, perché si rischia di lasciare a casa il tifo più vero e più sano.".
Dovremmo prendere esempio dall'Inghilterra?
"Non serve, noi abbiamo in Italia l'esempio da seguire: è la Juventus. Vince, ha un fatturato che cresce anno dopo anno, ha uno stadio nuovo all'altezza dei migliori in Europa ed è sempre pieno. E in un periodo difficile per il calcio italiano loro possono competere con le big in Champions. Hanno lavorato sul marketing, sull'impianto e sulla costruzione della squadra senza fare follie. Hanno ragionato da impresa come deve essere oggi una squadra di calcio".
Perché
non riconoscete quindi alla Juventus un ruolo di guida in Lega?
"Io sono pronto a riconoscere questo ruolo alla Juventus ma devono ragionare e lavorare per il sistema calcio italiano e non solo per i loro interessi. Questo significa guadagnare qualche milione in meno ora ma investire per guadagnarne il doppio tutti insieme nei prossimi anni. Perché se la serie A rinasce, nel mondo non ha concorrenti".
Lega calcio. Fenucci: "Meno tv e più gente allo stadio così il calcio recupera passione"
La proposta dell'ad del Bologna: "La domenica per i gol aspetteremo 90° minuto"
di STEFANO SCACCHI 24 ottobre 2016
MILANO - Passione e pathos non sono termini abituali nel linguaggio dei diritti tv, dove si parla soprattutto di risorse economiche da dividere e dati di audience da confrontare. Ma sono proprio queste due parole a tornare frequentemente nei ragionamenti di Claudio Fenucci, ad del Bologna, ex dirigente di Roma e Lecce, uno dei manager calcistici italiani che sostengono con maggiore convinzione la proposta di ridurre il numero di partite di Serie A in diretta sulle pay tv, aumentando il numero delle finestre orarie e tutelando maggiormente le esclusive.
È la strada giusta per invertire la crisi di ascolti e spettatori?
"I numeri dicono che 132 partite trasmesse in tv catturano meno del 10% dell'audience complessiva in un mercato nel quale gli operatori non si fanno concorrenza sul tipo di prodotto trasmesso, ma sul prezzo dell'abbonamento. Significa che c'è spazio per una riduzione delle gare in diretta la domenica alle 15. Questo permetterebbe di recuperare un rapporto sano con i tifosi. Sarebbe un messaggio chiaro per dire che andare allo stadio è importante. Però, contestualmente alla riforma, bisognerebbe introdurre alcuni vincoli".
Quali?
"Parte dei ricavi da diritti tv, divisi in maniera più meritocratica rispetto al sistema attuale, andrebbe destinata dai club all'ammodernamento di stadi e centri sportivi. Solo così si creerebbero le condizioni per riempire le tribune nel fine settimana. Senza arrivare per forza alla costruzione di nuovi impianti, occorre lavorare, ad esempio, per migliorare le aree ospitalità, dotare di schermi i bar delle curve e rendere decorosi i bagni. Solo allo stadio si può recuperare il senso di identità del tifo pulito, come successo in Inghilterra".
È una riforma fattibile?
"Stiamo già parlando del prossimo bando, ma tra club dobbiamo ancora decidere i criteri di fatturazione del triennio in corso. Si faranno le opportune valutazioni con l'advisor. Ci sono ampi spazi di discussione. Ogni club ha la sua posizione, ma si può trovare un percorso comune".
Cosa risponderebbe al tifoso meridionale di una grande del nord che dovrebbe rinunciare alla partita della sua squadra in tv la domenica pomeriggio?
"Le grandi, che ricavano di più dai diritti televisivi, giocherebbero spesso negli "slot" utili a intercettare i tifosi internazionali per ridurre il gap sui diritti esteri con Spagna e Germania. Nell'arco di un anno i tifosi di una "big" potrebbero perdere 3-4 partite. Ma questo aprirebbe altri scenari: potrebbero aumentare di valore i diritti in chiaro perché in quelle giornate le sintesi varrebbero molto di più".
Quindi
i tifosi tornerebbero ad aspettare 90° minuto come succedeva 30 anni fa?
"Sì, bisogna recuperare passione e pathos nei confronti dell'evento calcistico. Da ragazzo andavo due ore prima all'Olimpico anche se pioveva. Non è che gli stadi fossero più comodi. Anzi, non c'era nemmeno la copertura. C'era semplicemente più passione".
Lega Calcio, diritti tv: mai in tv la domenica alle tre la serie A guarda al passato
Progetto dal 2018: più finestre orarie e gare oscurate per riempire gli stadi I club lavorano a un nuovo statuto per la Lega con un presidente manager
di STEFANO SCACCHI
24 ottobre 2016
MILANO - Una spruzzata di Liga, un pizzico di Premier League: mescolare insieme per ottenere una nuova Serie A. Così l'Italia sta provando a uscire dalla crisi di interesse nei confronti del nostro campionato, testimoniata da stadi spesso semi-vuoti e audience delle pay tv in calo. Questo mix rischia di provocare per la prima volta un'inversione di tendenza alla voce ricavi domestici in occasione dell'asta per la cessione dei diritti tv del triennio 2018-21 che entrerà nel vivo nei primi mesi del 2017. Ecco perché Lega di Serie A, Figc e club stanno studiando le contromisure necessarie a ribaltare lo scenario.
La prima mossa sarà quella di avvicinarsi al modello spagnolo, aumentando il numero delle finestre orarie con una partita sola. A sud dei Pirenei si parte il venerdì sera alle 20.45, si passa al sabato alle 13, poi alle 16.15 e così via fino alla domenica alle 20.45: dieci gare, dieci orari diverse. Per la gioia delle tv che in questo modo possono offrire un prodotto senza concorrenza calcistica. E per la felicità di chi deve vendere i diritti internazionali avendo a disposizione numerose alternative per intercettare la prima serata dei palinsesti dell'Estremo Oriente, il nuovo Eldorado del calcio europeo. Non a caso sempre più spesso Real e Barcellona scendono in campo alle 16.15, calcio d'inizio ideale per gli appassionati cinesi di Cristiano Ronaldo e Messi.
Ma la rivoluzione della nuova Serie A potrebbe andare oltre. La strada è tracciata dalle recenti parole dell'ad del Bologna, Claudio Fenucci: "Sono sempre stato un sostenitore della riduzione delle gare trasmesse in diretta. Per proteggere lo stadio e dare qualità al prodotto". Qui entra in gioco il modello inglese che non prevede gare in televisione per il blocco del sabato alle 15. L'aumento delle finestre orarie potrebbe convincere gli operatori italiani ad accettare un sistema analogo per la domenica pomeriggio della Serie A: una fascia che produce audience sostanzialmente simile a quella di una sola partita in onda in orario autonomo. Quindi il sacrificio sarebbe ricompensato dall'introduzione di nuovi slot. Questa modifica consentirebbe un ulteriore passo in avanti nella valorizzazione della Serie A: i regolamenti Uefa e Figc permettono di vietare la messa in onda di partite di campionati esteri solo in assenza di una contemporanea diretta tv del torneo nazionale. Potrebbe quindi succedere qualcosa di simile all'Inghilterra dove, per esempio, il
Clasico Barcellona-Real del 3 dicembre (ore 16.15) sarà oscurato a beneficio del tutto esaurito negli stadi.
È il momento di un sano dirigismo per studiare le misure necessarie a restituire appetibilità al calcio italiano. Non a caso torna d'attualità il dibattito sul nuovo statuto della Lega di Serie A che dovrebbe andare nella direzione di un presidente-manager forte con diminuzione dei poteri dell'assemblea. È un tema in agenda da anni ma le nuove speranze
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del fronte guidato da Juventus e Roma (con possibili alleate in Napoli, Bologna, Fiorentina e Sassuolo) sono legate alle evoluzioni proprietarie di Inter e Milan. I nuovi investitori cinesi potrebbero spingere per una governance più agile, anche se sul fronte rossonero mancano diversi tasselli. Ma ormai è impossibile stare fermi. La Serie A inizierà a cambiare seguendo una ricetta con gli ingredienti migliori di Spagna e Inghilterra.