Grazie, Giuliano, grazie. Sono 26 anni di gioia.
Da quel goal è venuta la promozione in Serie A, il primo derby vinto dopo quasi 10 anni, la stabilità in classifica, e poi via via i trionfi, quella bellissima Coppa Italia del 1998, quell'incredibile goal di Conceicao a Torino a tempo scaduto. Il primo trofeo internazionale, e poi il secondo, contro il Manchester di Ferguson. Un allenatore come ne nascono ogni 200 anni, che si è ritirato dicendo che il suo unico rimpianto nella vita sportiva è stato non essere riuscito a battere quella che in quel momento era "la squadra più forte del mondo": la Lazio.
E poi lo Scudetto, l'attesa sul prato verde, le lacrime, una gioia impazzita, una Coppa Italia vinta nella sbornia generale e con i capelli pittati e la replica nella Supercoppa. Il timore di scomparire, e una squadra rabberciata che tutti davano per spacciata, che alza un'altra Coppa in faccia alla Juventus a Torino. Di nuovo una salvezza sofferta, una vittoria in un derby decisiva, con la stessa corsa sotto la curva sud dove era iniziata sedici anni prima la cavalcata in Serie A. E le palpitazioni ai rigori contro la Sampdoria, con un ragazzino venuto dall'Uruguay a parare tutto dagli undici metri. In cima al cielo biancoceleste, a Pechino, eroi dei due mondi.
E tanto ancora.
Fino ad un portiere che cicca il pallone, il difensore che non riesce a fermarsi e si guarda indietro, potendo solo constatare che lì da sola c'è una maglia bianca e celeste davanti alla porta che spinge la sfera in rete. Per festeggiare nella Nostra Città, soli contro tutti, nell'imbarazzo di chi ci voleva sparring partners, muti comprimari, indiani d'America. E invece, ora e sempre, la Prima Squadra della Capitale.
Io non c'ero, Giuliano, allora. Ma se ci sono, come Laziale, orgoglioso, fiero, ed innamorato, è grazie a quel goal.