La vicenda Inzaghi segna un discrimine nella storia della Lazio di Lotito.
Inzaghi è un mix tra una telenovela con tanto di smarmellamento delle luci e un'opera didascalica.
Il Laziale che si riduce lo stipendio per aiutare la società in difficoltà e intraprendere la carriera di allenatore, il Presidente che gli affida compiti via via più ardui, perché ne ha compreso lo spirito e le potenzialità ("un predestinato"), la Prima Squadra, i trofei nazionali e finalmente l'agognato accesso alla Champions.
La Lazio non può competere a livello di ingaggi con le potenze del calcio nostrano, è una realtà che la gestione del Presidente ha reso solida, ma via via sempre più prossima alle società sottostanti come fatturato che vicina a quelle del piano di sopra.
Infatti Roma, Napoli e potenze del Nord, in modo intermittente, hanno incrementato il proprio giro di affari, che invece per la Lazio è rimasto più o meno lo stesso.
E nel frattempo è scoppiata la bomba Atalanta, con un fatturato in vorticosa ascesa grazie a un intelligente player trading e alla terza partecipazione consecutiva alla Champions League.
Cosa rimane alla Lazio del Presidente Lotito se non una narrazione diversa?
La leggenda della competenza e dell'appartenenza che travalica i limiti del fatturato. L'intelligenza al servizio della crescita lenta ma costante. Il rigore della formica che sopravvive caparbia alla cicala che invece un giorno, presto o tardi, dovrà cederle il passo.
Poi all'improvviso la tempesta.
Quando le nebbie dell'indignazione un tanto al kilo si diraderanno scopriremo se il tecnico piacentino aveva dato la sua parola o meno, o se le scenette rubate della "Ferrari" e del "te stai sempre a lamenta'" hanno avuto una riedizione.
E adesso?
E adesso la pantomima dell'eccezionalità conosce la quattordicesima stazione.
La Lazio perde il suo tecnico in favore di una delle cicale. L'appartenenza viene tradita, con l'immancabile condimento della "delusione dal punto di vista umano", un evergreen.
Lotito sa che qualsiasi tecnico dovesse prendere non sarà in grado di riproporre l'eccezione Laziale. La Lazio non può prendere nessuno che sia meglio del Mourinho che va alla Roma né ha un altro Laziale da sbattere in faccia alla concorrenza, da ostentare contro il vorticoso giro di soldi, panchine e giocatori che osteggiamo in nome di altri, e più alti, ça va sans dire, valori.
E quindi che si fa? Si abdica dall'eccezionalità. Probabilmente si prende un allenatore di scarso appeal sperando che sia bravo. E se non è bravo abbastanza si cambia.
Partecipando al vorticoso giro di soldi, ma facendolo da comparse.