Premessa: trattasi di sogno.
I sogni dei tifosi di calcio sono pieni di vittorie, anzi di trionfi epici. Sogni che includono rimonte impossibili, schiaccianti affermazioni nei derby, rigori decisivi all'ultimo minuto, campionati vinti con cinquanta punti di distacco oppure all'ultimo secondo dell'ultima partita, coppe alzate in faccia al mondo intero...
Ora, non sono se sono un diversamente tifante, oppure è una caratteristica che mi accomuna ad altri fratelli laziali, ma i miei sogni non sono così. Non sogni standard, low profile, tipo trombarsi Naomi Watts al novantesimo di un derby mentre il fesso sbaglia un rigore e sul rovesciamento di fronte segniamo il gol della vittoria che ci porta al sorpasso nell'ultima giornata, e nel recupero suona il campanello e tu fai ma chiccazzo è, ed è in effetti Angelina Jolie nuda e cosparsa di panna che ti dice che già che c'era ha portato pure un cabaret di cannoli alla crema, e intanto l'arbitro fischia la fine e l'idiota gli sputa in faccia in mondovisione dopo aver preso a calci un bambino di colore urlandogli negretto di mmerda, e tu pensi di essere in Paradiso ma subito dopo arriva un'ansa che è stato beccato pallotta con un pacco di fideiussioni false, ricevute di rolex appena consegnati agli arbitri e a platini - perché anche nei sogni loro sono dei coglionazzi - e di versamenti miliardari per ventisette partite vendute, e quindi palazzi nel giro di due minuti due, giusto il tempo di un assaggino della Jolie, commina loro ottantasette punti di penalizzazione e retrocessione in tre serie inferiori, e nel frattempo scopri che la cioccolata non ti fa male, specie quella fondente, e che è stato provato il potere curativo della carbonara a pranzo e dell'amatriciana a cena, e continuano ad arrivarti sms tra cui quello di tuo figlio che ha appena vinto il nobel per la letteratura.
Non sono così, io non sogno in grande. Anche nei sogni sono come mi hanno ahimé disegnato, e quindi fedelmente riporto cosa mi renderebbe felice, nel rapporto con i colori del cielo.
Uno. Sogno una squadra fatta solo di giocatori romani (anzi laziali). Il tutto a seguito di un esercito di segnalazioni di osservatori sparsi in tutta la regione, e di centinaia di società satelliti che esibiscono orgogliosamente l'Aquila sul petto. Abbiamo Proietti di Centocelle, Catarci del Quadraro, Piperno dal Portico d'Ottavia, Alvaro Ceccarelli dal Trionfale, i gemelli Scaccia, Angelucci, Bonanni, Fabrizi. Anche un Matumba da Torrevecchia, nero come un tizzone ma romano doc. Gente senza grilli per la testa, figli di tutte le estrazioni sociali, ma accomunati dall'amore per il calcio e dal tifo per la Lazio. Gente che non segue la moda, che non si taglia i capelli con la cresta alla mohicana, che non si riempie il corpo di tatuaggi. Gente che ama ridere, che prende tutto terribilmente sul serio tranne se stessa. Gente che in campo non sputa, non ti dà il calcetto maligno, non si butta in area, non sta sempre a terra come se l'avessero sparata dopo ogni intervento, ma che allo stesso tempo non tira mai indietro la gamba, e che se deve menare non te lo manda a dire. Gente che alla fine della partita magari si va a fare una birretta a piazza dé Renzi. Gente che se la incontri per la strada ci fai due chiacchiere e due risate, perché la incontri, dato che abita dove è nata, e non vive in oasi dorate in comprensori di filo spinato. Gente che alla fine la applaudi sia che hai vinto sia che hai perso.
Due. Sogno una società in cui i tifosi SONO la società. Una società che abbia un filo conduttore con la propria tifoseria, anzi che sia di proprietà della propria tifoseria, di cui ogni sostenitore ne possegga un pezzetto perché non potrebbe fare altrimenti, e che abbia per questo diritto di voto. Diritto di scegliere come investire le proprie entrate, diritto di scegliersi il proprio presidente e i propri dirigenti, una tifoseria che di conseguenza espelle da sé le proprie mele marce, una tifoseria che non ha bisogno di tifo organizzato, perché i cori e gli incitamenti partono da ogni parte del campo ed in qualsiasi momento, una tifoseria in cui ognuno porta sempre con sé nel giorno della partita un pezzetto di biancoceleste, una tifoseria che non fischia, non PUO' fischiare un proprio giocatore che fa uno sbaglio, anche grave, perché sa che quel giocatore - comunque vada - non finirà la partita senza aver esaurito ogni briciola di forze. Una tifoseria che non sia famosa per ululati o puncicate, ma che lasci allibiti i sostenitori avversari perché - quando si va in trasferta - c'è un muro compatto di facce allegre ed entusiaste, uomini donne e bambini, che - comunque vada e con ogni tempo - inizia a cantare mezz'ora prima dell'inizio e termini mezz'ora dopo la fine.
Tre. Una società per la quale lo stadio è la propria casa, uno stadio di proprietà in cui ci siano solo abbonati, e gli ospiti, se vogliono, si accomodino in uno spicchietto. Uno stadio grande ma non troppo, senza recinzioni perché non ce n'è bisogno, uno stadio in cui i giocatori ospiti si sentano VERAMENTE fuori casa, che avvertano il fiato sul collo di cinquantamila, che escano con le orecchie assordate dai fischi, ma che non possano riconoscere nanche un insulto vigliacco. Uno stadio nel quale i tifosi possano andare dalla mattina fino alla sera, uno stadio che sia un centro polifunzionale, non cinema o centri commerciali, non aree da sfruttare, ma una metropolitana che ti ci porta, e una giornata piena di tante Lazio, una pallavolo nel palazzetto, un softball nel diamante, lì accanto giocano rugby e squadre giovanili, la scherma e il nuoto, l'atletica leggera... Un centro con i colori del cielo, a misura d'uomo e di famiglia.
Quattro. Non c'è un quattro, in effetti. I primi tre basterebbero ed avanzerebbero, e mi renderebbero felice anche se non ci fossero vittorie e trionfi, coppe e scudetti, conquiste di Europa e del Mondo. Non che non sia anche adesso, con tutte le imperfezioni del caso, orgoglioso e felice di essere laziale, e che non ringrazi nelle mie preghiere serotine ogni giorno il generale Vaccaro, ma, insomma, dovessi proprio esprimere un desiderio, questo è il mio...
In alternativa, se proprio non si può, mi accontento dello scudetto nei prossimi cinque campionati.