Parole sante, Fat.
Credo che nessuno si offenda se lo pubblico per intero:
Ad Auronzo la netta presa di posizione della gente
La rivolta per Acerbi «Uno di noi» (Corriere dello Sport)
Decisa protesta di famiglie laziali e bambini contro gli insulti degli Ultras. E lui fa il pieno di affetto
Il suo destino però non cambia: il club spera di poterlo cedere presto
A fine allenamento chiamato a gran voce: mezzora di selfie e autografi
di Fabrizio Patania
INVIATO AD AURONZO
Hanno vinto l'innocenza dei bambini, l'educazione, il vero senso dello sport e della vita. L'aria pulita delle Dolomiti, distanti dagli stadi italiani, ha prodotto un piccolo miracolo. Chissà. Un giorno, ci piace immaginare, l'episodio di Auronzo forse verrà ricordato per il risveglio delle coscienze civili. Quel moto di ribellione di fronte a cui ogni forma di prevaricazione viene disinnescata in un attimo, senza generare violenza. Le famiglie laziali, piene di padri e di figli, di donne e di pensionati, saliti in montagna per seguire la Lazio e godersi le vacanze, hanno risposto e reagito, non sono rimasti in silenzio, girandosi dall'altra parte. Fischi agli ultras, applausi per Acerbi. E' successo in mattinata, sancendo una sconfitta senza precedenti per la delegazione della Curva Nord, impegnata nel solito campionario di offese al difensore della Lazio e della Nazionale. Un megafono non è bastato per cancellare il senso di una reazione che di sicuro avrà invitato alla riflessione quegli stessi dieci o quindici ultras: sui gradoni dello Zandegiacomo avrebbero potuto sedersi i loro stessi figli, laziali figli di laziali. Messaggio recapitato. Nel pomeriggio la contestazione aveva assunto toni più contenuti. Niente insulti, solo l'invito a lasciare la Lazio.
SDEGNO. Meglio quando gli ultras disegnano coreografie memorabili all'Olimpico o propongono iniziative di solidarietà, non rare. Sono stati ancora i bambini, indossando le maglie della Lazio, a guidare la rivolta pacifica. «Uno di noi, Acerbi uno di noi» cantavano. Applausi di approvazione. Hanno preso coraggio gli adulti. Sono partiti fischi all'indirizzo degli ultras. «Bastaaa!» urlava la gente laziale, stanca di una contestazione che dura dallo scorso dicembre e di fronte a cui non sono bastate le scuse (reiterate) del giocatore perché durante la partita con il Genoa, gonfio di adrenalina, si girò verso la Curva provando a zittirla con l'indice alla bocca. Affronto mai sanato e ricucito. Un gesto sbagliato e capace, a distanza di otto mesi, di farlo diventare un separato in casa, complici ragioni tattiche (Sarri non stravede) e di mercato (lo sostituirà Romagnoli, di sette anni più giovane).
PIENO DI AFFETTO. Acerbi ieri correva e si allenava sul campo laterale, non è stato inserito nel gruppo e nelle esercitazioni tattiche di Sarri, al contrario di Marcos Antonio, Casale, Marusic e Hysaj, arrivati con lo stesso pullmino sotto le Tre Cime. L'ex Sassuolo fuori squadra in attesa del trasferimento. Vuole andare via per ragioni ambientali e perché si è sentito solo, indifeso, per mesi. Non ha cambiato idea. La società e i suoi agenti troveranno una soluzione entro il 31 agosto o subito se arriverà la proposta di un grande club. Francesco spera si possa aprire una spiraglio con la Juve se verrà ceduto De Ligt e non arriverà Koulibaly. Forse ci sarà il Milan. Legittimo aspettare. Preferireste giocare in Champions a settembre o finire la carriera al Monza, per quanto Berlusconi e Galliani siano ambiziosi? Magari in una fase successiva la Lazio si renderà conto di chi sta mettendo alla porta. Difensore affidabile, uomo di grande orgoglio e personalità. Nella vita ha passato e superato battaglie peggiori, non augurabili al peggior nemico.
Con i suoi tifosi-bambini, il Leone si è preso la rivincita. Nessun applauso o pollice ironico. Ha risposto nel modo migliore, tenendo la testa alta. A fine allenamento, chiamato a gran voce, si è avvicinato alla rete di recinzione. Non è scappato nello spogliatoio. Trenta minuti buoni, forse quaranta, prima di raggiungere la doccia. Selfie, autografi, fotografie. Ha firmato maglie e sciarpe senza sottrarsi ad alcuna richiesta. Gli ultras si sono avvicinati, hanno canticchiato il solito coro («te ne devi andare, pezzo di emme») e Francesco, imperturbabile, ha continuato. Si è fermato a parlare con un ragazzo disabile, in carrozzina. Non se ne sarebbe mai voluto andare. Si è goduto ogni istante, riconciliato dall'amore dei bambini, dalla comprensione e dal sostegno delle famiglie laziali. Quel momento vale più di un gol e resterà in eterno nel suo cuore. Un modo bellissimo e pulito per congedarsi.