Citazione di: Adler Nest il 24 Ago 2013, 16:31
È a costo di colpire pochi per educarne molti, meglio così dei vari distinguo.
Nessun distinguo. Il discorso è altro.
In un romanzo stupendo, una delle pietre miliari della mia educazione, Il mondo nuovo di Huxley, si preconizzavano vaste aree del mondo (appunto quelle da cui proviene il Selvaggio, protagonista del libro), in cui non c'è alcun controllo da parte del Governo. Queste aree sono "autogestite", e sono isolate da fili spinati dal resto del mondo, quello "civilizzato" (e in un certo senso le periferie di 1984 sono anch'esse un altro mondo, orizzontalmente separato).
Piano piano ci stiamo abituando ad avere aree più o meno vaste in cui lo Stato non ha più potere, con regole differenti, gerarchie differenti, in cui quello che si può fare e dire dipende da chi comanda. Una sorta di 1997 Fuga da New York. Lo Stato sa di non aver alcuna influenza in quelle aree, tollera finché può, finché dei comportamenti all'interno di queste aree esondano all'esterno. E' lo stesso caso della droga sulle spiagge.
A questo punto scatta un processo un po' sporco, secondo me. Perché in nome di una sacrosanta indignazione per certi comportamenti (e non me lo dire a me, gli ululati hanno per me l'effetto di uno scorpione nelle mutande), che si verificano comunque in aree nelle quali lo Stato non entra (e per le quali è sommamente ipocrita ritenere possibile un intervento delle Società maggiore di quanto stiano attualmente facendo, e sanzionarle comunque, anche quando è evidentissimo che le Società da comportamenti siffatti abbiano dei danni enormi. La beffa oltre il danno), lo Stato cosa dice, più o meno esplicitamente?
"Io Stato da quelle parti non ci entro, non le controllo e non voglio controllarle. Se c'è qualche problema, chiudo le aree. Come fossero aree contaminate."
Eppure basterebbe guardare cosa si fa altrove (descritto benissimo in quell'esempio di Chelsea-Lazio). Lì ci sono gli steward, e se fai qualcosa ti vengono a prendere. E non rimediano le sveglie che rimedierebbero qua. I responsabili sono identificati, presi e allo stadio non ci entrano più.
Ma perché dovremmo accettare che "dopotutto è il male minore", "è giusto che ci squalifichino il campo", "anche troppo poco". Ma perché, di grazia? Io non faccio nulla, sto al mio posto, sono identificato ed identificabile, mi hanno contato pure i peli del culo all'entrata, e allora perché mai devo pagare anche io per colpe di altri?
Oppure dovrei fare il vigilante. Con le "sanzioni a decibel" la giustizia sportiva avalla questa aberrazione, ovvero se io ululo e tu fischi, allora l'ululato è sanato. Come se non fosse l'ululato in sé la colpa, come se non fosse l'autore a dover essere individuato a allontanato, anche se fosse solo uno e tutto lo stadio lo fischiasse...
Oppure magari lo riempio di botte. Calci al razzista. E tutto questo con il beneplacito, anzi l'approvazione della giustizia sportiva e del mondo del calcio intero. Leggo sulla Gazzetta: "in dieci fanno buu, bastonati a sangue. Lo stadio intero applaude, il giudice sportivo: avete fatto bene, nessuna sanzione".
Sarà che io ci tengo troppo al principio della responsabilità individuale, sarà che ad ognuno i suoi compiti, e che io fischi o meno gli ululanti comunque il compito di difendere la Società (non la Lazio, intendo la Società civile) da sta gentaglia è affidato a coloro che noi paghiamo per questo, io confermo il mio dissenso totale dai principi informativi di questa sanzione e di altre consimili. Guardate che alla fine non è differente dal caso Mauri o da altre situazioni in cui la nostra Lazio, senza alcune colpe sue e senza poter far nulla per difendersi, ha pagato conti salati. E' troppo.