da lalaziosiamon0i
A Catania la Lazio ritrova il suo condottiero.
Simeone: "A Roma i miei anni più belli... Eriksson è stato un maestro"
"Simeo.. Simeo.. Simeone". Un coro che non è mai passato di moda, un coro che serve ad accendere quello spirito battagliero che era la caratteristica principale del Cholo. E' stato invocato spesso il suo nome dalla gente nei momenti difficoltà. Chissà se Lotito ci ha mai pensato davvero. Da giocatore era uno degli idoli della tifoseria, la sua esultanza ad idicare il suo numero 14 era uno dei marchi di riconoscimento di quella Lazio stellare. Cragnotti lo prese dall'Inter nell'estate '99 nell'operazione che portò Vieri a Milano: "Non volevo andare via dall' Inter all'inizio. Ero sicuro che prima o poi i nerazzurri avrebbero vinto lo scudetto" ha sempre raccontato Simeone. A Formello però caambiò la sua vita. "feci di tutto per nn lasciare l'Inter. Ma poi a Roma ho vissuto i 4 anni più belli della mia carriera, ricordo una squadra fortissima: Mancini, Veron, Boksic, Salas, Nedved, Almeyda, Nesta, Mihajolivic. Cambiammo la storia, in quegli anni vincevano solo Juve e Milan". Fu subito uno degli idoli indiscussi della tifoseria, uno di quelli che entra nel cuore della gente e ci rimane."I tifosi della Lazio mi accettarono e mi adottarono subito".
Era già allenatore in campo, ha cominciato a farlo davvero al Racing di Avellaneda al tramonto della sua carriera di calciatore, nel 2006. Era tornato in Argentina, continuava a divertirsi con la squadra dei suoi esordi. La squadra lottava per non retrocedere e il presidente chiese al Cholo di divnetare un giocatore-allenatore. "Era una follia, mi dicevano tutti. Ma quando gli altri mi dicono di no, io dico sì. Voglio la sifda, devo provarci. Se rispondessi come fanno gli altri ci ritroveremmo tutti sulla stessa strada". Riuscì nella sua impresa, il Racing rimase in Primera Division. Simeone in panchina ha provato a prendere da tanti suoi vecchi maestri. Da Simoni ad Antic (suo allenatore ai tempi dell'Atletico Madrid), sino ad arrivare ad Eriksson. Il tecnico svedese, lo teneva sulle spine, non sempre lo schierava tra i titolari. Ma nella rincorsa alla Juve, capì che il Cholo aveva una marcia in più. "Non era facile gestire tanti campioni. Eriksson aveva una grande dote: riusciva a fa ruotare tutti, capendo il momentoe alternandoci al momento giusto per dare il meglio per la squadra. Il massimo della gestione" ha sempre ricordato Diego. Simeone oggi allena il Catania, ricco di argentini ma non ricco come quella Lazio. "Il mio lavoro consiste nel migliorare i giocatori, lasciargli qualcosa. Quando un giocatore se ne va, è bello sapere che lo hai aiutato a crescere".
Simeone era un giocatore di sostanza e di carattere, un trascinatore. Centrocampista di contenimento ma con una spiccata tendenza agli inserimenti, il gol faceva parte del suo bagaglio tecnico. Mai banale, sepsso sorprendente. Le sue frasi lasciavano il segno, non erano mai scontate. Il 7 maggio del 2000, la Lazio vinse a Bologna 2-3. La Juve vinse con il Parma (era il giorno del gol annullato a Cannavaro). Simeone segnò il 2-1 per la Lazio e festeggiò andando sotto il settore in cui erano radunati 15 mila tifosi biancocelesti, portandosi la mano sui pantaloncini, come a dire: "Siamo una squadra con gli attributi". Il Cholo era uno dei leader di quella Lazio, si faceva sentire sia nello spogliatoio che fuori. Doti caratteriali che ne hanno esaltato il profilo. "Leader si nasce, non si diventa. Sei in campo come sei nella vita, puoi essere leader anche per strada. Lo sei perchè riconosciuto dagli altri. O ce l'hai o non ce l'hai, sei leader con i fatti non a parole". Concetto facile per uno come lui.
La rincorsa scudetto visse il suo momento decisivo, il 1 aprile 2000, a Torino. La Lazio espugnò il "Delle Alpi" con gol indovinate di chi? di Simeone naturalmente: "Fu l'impresa e il gol più importante, perché facendo il colpo a Torino ci portammo a soli tre punti dalla Juventus e riaprimmo il campionato, dimostrando di poterlo tenere ancora in bilico. Un golasso. Ricordo quella palla stupenda dalla fascia destra di Veron. Il pallone arrivava in diagonale, mi sembra che passò sopra la testa di Montero, lo toccai di testa e andò a finire sotto l'incrocio dei pali. E' stato uno dei gol più importanti della mia carriera".
L'ultimo anno (stagione 2002-2003), fu scandito dal record di gol, ben 7 in quella stagione e la conquista del quarto posto, in un momento di grave crisi societaria. "Il bilancio complessivo lo ritengo ottimo. Con 7 gol ho stabilito il mio record personale. E' stata una grande stagione, anche se un pochino è rimasto il sapore degli ultimi due mesi in cui sono stato impiegato poco" raccontò i primi di luglio, durante il preritiro di Porto Cervo. L'Atletico Madrid aveva già bussato alla sua porta, era appena stato acquistato Albertini dal Milan, dall'Atalanta arrivava Dabo. "A Roma sto bene. Andrei via solo se non mi sentissi più importante per la Lazio, non resterei per fare numero". Parole che sapevano di addio, un addio garbato, da grande persone e grande giocatore. Ma con una promessa, che prima o poi manterrà. "Un giorno tornerò alla Lazio da allenatore".
Domenica intanto l'allenatore argentino, attualmente in forza al Catania, e la sua Lazio saranno avversari ed il Cholo non ha alcuna intenzione di fare regali alla sua ex squadra: "Non abbiamo intenzione di fermare il nostro cammino verso la salvezza. A Bari la squadra mi è piaciuta: corta, aggressiva, contro un avversario che si è dimostrato validissimo. Partita su ritmi elevati, peccato che Maxi (Lopez, ndr), dopo il gran gol del primo tempo, non sia riuscito a chiuderla nel secondo. Siamo comunque in salute".